29.01.2022 - I Cavalieri della Delegazione Tuscia e Sabina a Vignanello in onore di Santa Giacinta

Aggiornamento: 1 feb

Sabato 29 gennaio 2022 una rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ha preso parte ai solenni festeggiamenti che si sono tenuti a Vignanello in onore della Patrona Santa Giacinta Marescotti.



La Santa Messa in onore di Santa Giacinta Marescotti, alle ore 21.30 nella Chiesa Collegiata Santa Maria della Presentazione, è stata presieduta dal Cardinale Dominique Mamberti, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, Presidente della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano. Il Porporato, in riconoscimento dei suoi alti meriti, è stato ammesso all'Ordine Costantiniano come Balì Gran Croce di Giustizia dal Gran Maestro, S.A.R. il Principe Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie e Orléans, Duca di Calabria, Conte di Caserta, Capo della Real Casa delle Due Sicilie.


I festeggiamenti hanno visto la presenza, oltre della delegazione dei Cavalieri del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, di una rappresentanza del comitato festeggiamenti – Classe 1981, delle autorità civili e religiose, dell’Ensemble vocale Doppiounisono, della banda di soriano, dei Sacconi e delle Dame, che formano la confraternita di Santa Giacinta, al secolo Clarice Marescotti.

Nella sua omelia, il Cardinale Mamberti ha commentato il passo del Vangelo secondo Matteo 25, 1-13 nel quale è presentata la parabola delle dieci vergini, la quale fa parte della Liturgia delle letture delle feste per le vergini consacrate, cioè delle religiose, ed è per questo che è stata proclamata in questa festa di Santa Giacinta. La citazione del Vangelo in realtà si rivolge a tutti in un contesto di nozze combinata all’usanza del tempo, secondo la quale lo sposo accompagnato dai suoi amici, andava a prelevare la sposa nella sua casa paterna, dove lei lo attendeva insieme alle sue damigelle. Il senso del Vangelo ben si associa alla risposta della personale chiamata che il Signore rivolge a Santa Giacinta. Chiamata nella quale il Signore è lo sposo che bussa alla porta del Cuore, ritornando nella Gloria per giudicare i vivi e i morti, stabilendo il Regno di Dio. Chiamata dove l’olio è la fede con le buone opere, che essa ispira, per questo non la si può chiedere o dare in prestito: è infatti il tesoro nel cuore, segno di riconoscimento nell’incontro con il Signore e il dono da offrire quando verrà per le nozze.

Le lampade accese stanno a significare la vigilanza che occorre mantenere al fine di non perdersi nella notte della dimenticanza e dell’infedeltà, mantenendo la giusta carica di fede e di amore del Signore e dei fratelli. In quest’ultimo significativo concetto espresso, il Cardinale Mamberti ha accostato la risposta alla chiamata da parte del Signore che bussa, al rito dell’uscita della santa dal castello per avviarsi ed entrare nella Chiesa, abbandonando il mondo per abbracciare Cristo, andando incontro allo Sposo con la lampada accesa, all’olio della Fede utile ed insostituibile per aggiungere profumo con le opere buone.

Il Cardinale Mamberti ha ribadito che Santa Giacinta prese alla lettera tali parole e si dedicò a provvedere all’assistenza dei più bisognosi, dei poveri, degli infermi e dei carcerati di Viterbo, alle anime, attraverso l’aiuto materiale, che si dipana e si radica in due aspetti, quello spirituale e quello fisico tangibile. Santa Giacinta seppe coinvolgere molte persone e per questo istituì i Sacconi per soccorrere. La sua Opera ancora oggi trova testimonianza nei membri della Confraternita dei Sacconi e delle Dame di Santa Giacinta Marescotti in Vignanello.

Il Cardinale Mamberti ha concluso la sua omelia con l’augurio che i fedeli, i confratelli e le consorelle possano lasciarsi amare e liberare da Dio, senza paura di lasciarsi guidare dallo Spirito Santo poiché la santità non ti rende meno umano, in quanto è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. Con questo augurio ha annunciato il rinnovo delle promesse battesimali, che sono state proclamate dalla Confraternita nel toccante rito immediatamente dopo l’omelia.


La principessa diventata santa Sogna un marito, non il monastero. Si chiama Clarice, è molto bella e ha sott’occhio un giovane Marchese Capizucchi, ottimo partito per una figlia del Principe Marcantonio Marescotti, alta aristocrazia romana. E il principe, infatti, gli dà volentieri in moglie una figlia. Ma non è Clarice. È Ortensia, la più giovane. Dopodiché, Clarice diventa il flagello della casata, insopportabile per tutti. Una delusione simile può davvero inasprire chiunque, ma forse le accuse sono anche un po’ gonfiate per giustificare la reazione del padre, che nel 1605 la fa entrare nel monastero di San Bernardino a Viterbo, dalle Clarisse, dove c’è già sua sorella Ginevra. Qui lei prende il nome di Giacinta, ma senza farsi monaca: sceglie lo stato di terziaria francescana, che non comporta clausura stretta. Vive in due camerette ben arredate con roba di casa sua e partecipa alle attività comuni. Ma non è come le altre. Lo sente, glielo fanno sentire: un brutto vivere. Per quindici anni si tira avanti così: una vita "di molte vanità et schciocchezze nella quale hero vissuta nella sacra religione". Parole sue di dopo. C’è un “dopo”, infatti. C’è una profonda trasformazione interiore, dopo una grave malattia di lei e alcune morti in famiglia. Per Suor Giacinta cominciano ventiquattro anni straordinari e durissimi, in povertà totale. E di continue penitenze, con asprezze oggi poco comprensibili, ma che rivelano energie nuove e sorprendenti. Dalle due camerette raffinate lei passa a una cella derelitta per vivere di privazioni: ma al tempo stesso, di lì, compie un’opera singolare di “riconquista”. Personaggi lontani dalla fede vi tornano per opera sua, e si fanno suoi collaboratori nell’aiuto ad ammalati e poveri. Un aiuto che Giacinta la penitente vuole sistematico, regolare, per opera di persone fortemente motivate. Questa mistica si fa organizzatrice di istituti assistenziali come quello detto dei “Sacconi” (dal sacco che i confratelli indossano nel loro servizio), che aiuta poveri, malati e detenuti, e che si perpetuerà fino al XX secolo. E come quello degli Oblati di Maria, chiamati a servire gli anziani. Nel monastero che l’ha vista entrare delusa e corrucciata, Giacinta si realizza con una totalità mai sognata, anche come stimolatrice della fede e maestra: la vediamo infatti contrastare il giansenismo nelle sue terre, con incisivi stimoli all’amore e all’adorazione per il Sacramento Eucaristico. Non sono molti quelli che la conoscono di persona. Ma subito dopo la sua morte, tutta Viterbo corre alla chiesa dov’è esposta la salma. E tutti si portano via un pezzetto del suo abito, sicché bisognerà rivestirla tre volte. A Viterbo lei resterà per sempre, nella chiesa del monastero delle Clarisse, distrutta dalla guerra 1940-45 e ricostruita nel 1959. La sua canonizzazione sarà celebrata da Pio VII nel 1807.


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