I Cavalieri della Tuscia e Sabina a Viterbo onorano San Giuseppe, Custode della Sacra Famiglia

Su invito del Priore della Comunità Agostiniana di Viterbo, una rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano ha partecipato martedì 19 marzo 2024 alla solenne Santa Messa in onore di San Giuseppe, Custode della Sacra Famiglia, officiata dai Padri Agostiniani alle ore 18.30 nella Chiesa della Santissima Trinità.
Santa Messa

La Chiesa della Santissima Trinità-Santuario Maria Santissima Liberatrice è il centro della vita spirituale della Delegazione della Tuscia e Sabina, fin dall’inizio, quando nell’anno 2002 fu istituita per volontà dell’Infante di Spagna S.A.R. il Principe Don Carlos di Borbone delle Due Sicilie e Borbone-Parma, Duca di Calabria, Conte di Caserta, XXXI Gran Maestro della Sacra Milizia.

La memoria del santo patriarca viene sempre celebrata con grande solennità nella Chiesa della Santissima Trinità. Infatti, oltre ad essere stato dichiarato Patrono della Chiesa Universale da Papa Leone XIII, è pure celeste Protettore di uno dei più antichi ed illustri ordini della Chiesa Cattolica Romana, l’Ordine di Sant’Agostino a cui la Delegazione della Tuscia e Sabina è particolarmente grata per l’ospitalità concessa.

Poi, quest’anno la solennità di San Giuseppe ha assunto speciale significato, poiché la Concelebrazione Eucaristica è stata presieduta da Padre Gabriele Pedicino, O.S.A., neo-eletto Provinciale degli Agostiniani d’Italia. Al termine del Sacro Rito, a cui i Cavalieri Costantiniani hanno prestato il servizio liturgico e il servizio d’onore alla statua di San Giuseppe esposta solennemente alla devozione dei fedeli, è stata recitata la preghiera di affidamento e si è svolta la benedizione dei papà.

A conclusione, il Delegato per la Tuscia e Sabina Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gran Croce di Jure Sanguinis con Placca d’Oro, ha salutato Padre Pedicino, presentandogli i Confratelli e descrivendogli le attività della Delegazione.

Alle ore 21.00 è seguito il focarone, con vin brulé e cioccolata calda nell’orto del Convento Agostiniano.

II culto di San Giuseppe inizia a diffondersi nel IX secolo ed entra nella liturgia nel XV secolo. Ne è il grande promotore San Bernardino da Siena, che ne esalta la giustizia biblica, l’obbedienza derivante da una fede incrollabile e lo spirito di silenzio, tutto inabissato nella volontà divina. Successivamente anche i Carmelitani promuovono la festa di San Giuseppe sotto l’influsso di Teresa d’Avila, sua grande devota, convinta che Giuseppe ottenga tutto presso Gesù, che gli ha obbedito in terra.

Il Capitolo Generale del 1491 dell’Ordine Agostiniano stabilì che «in tutte le residenze e i conventi dell’Ordine si celebri l’ufficio di San Giuseppe». Inoltre, nel 1722 l’Ordine ottenne di celebrare la festa del Patrocinio di San Giuseppe nella terza domenica di Pasqua, che era stata già concessa nel 1700 alle Congregazioni Agostiniane dei Recolletti e degli Scalzi.

L’8 dicembre 1870 Papa Pio IX proclama San Giuseppe, il Custode della Sacra Famiglia, patrono della Chiesa Universale. San Giovanni XXIII lo inserisce nel Canone Romano. Nel Prefazio della solennità si recita: «Giuseppe, uomo giusto, da Dio fu prescelto come sposo di Maria, Vergine e Madre di Dio; servo saggio e fedele, fu posto a capo della santa famiglia, per custodire, come padre, il Figlio di Dio, concepito per opera dello Spirito Santo».

Giuseppe, padre putativo di Gesù, nei Vangeli non appare mai da solo, bensì sempre al fianco di Maria. Giuseppe esercita il mestiere di falegname. Quindi, Gesù, venendo da una famiglia appartenente ad uno stato sociale non povero, come si è propensi a pensare, bensì “medio” per l’epoca, aveva un buon livello culturale, tale da poter sostenere gli studi per diventare rabbino.

Di San Giuseppe il Nuovo Testamento non ci dice molto. Solo i due Vangeli che riferiscono qualcosa dell’infanzia di Gesù, cioè quello di Matteo e quello di Luca, ci dicono qualcosa di lui, meglio ancora, ci lasciano intuire qualcosa di lui, come ad esempio che Giuseppe era originario di Betlemme, da dove si trasferì, senza però dirci per quale motivo, per andare ad abitare a Nazaret e lì si fidanzò con Maria. Quel poco della vita di Giuseppe di cui i Vangeli riferiscono abbraccia il periodo che va dal suo fidanzamento ai primi anni di vita di Gesù fino al suo ritrovamento tra i Dottori del Tempio di Gerusalemme, poi cala il silenzio.

San Matteo e San Luca ci parlano in maniera molto discreta dei suoi sogni, delle sue paure, delle sue azioni, delle sue decisioni, della sua fede. A pensarci bene non è poi così poco, come potrebbe sembrare. Possibile però che di questo sant’uomo, a cui Dio Padre ha voluto affidare i suoi tesori più preziosi, cioè il suo Figlio unigenito e la Vergine Santissima, i Vangeli non riferiscano una sola parola uscita dalla sua bocca? Nulla lascia pensare che Giuseppe fosse muto, dunque di parole ne avrà ben dette, eppure nei Vangeli non ve n’è traccia. Possibile che le cose stiano proprio così? No, leggendo attentamente il Vangelo, in verità si trova una parola pronunciata da San Giuseppe, la più bella che ci sia. Andiamo a scoprirlo.

Matteo nel suo Vangelo definisce San Giuseppe lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo (Mt 1,16) e “uomo giusto” (Mt 1.19). Giuseppe è della stirpe di Davide. Si fidanza con Maria e all’inizio del Vangelo di Matteo, Giuseppe ci viene subito presentato alle prese con la prima grande battaglia che si è trovato ad affrontare e che ha superato egregiamente. Di quale battaglia si tratta?

Venuto a conoscenza della maternità della Vergine, Giuseppe aveva deciso di ripudiare in segreto la sua promessa sposa. Non si appella alla crudeltà della legge, ma pensa semplicemente di rimandarla dai genitori. Però, l’angelo del Signore rassicura Giuseppe con queste parole: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Giuseppe si fida delle parole dell’angelo e Dio lo ricompensa affidandogli addirittura il proprio Figlio.

Quello che è chiesto a Giuseppe è un grande atto di fede, di fiducia in Dio: non deve temere perché quello che gli è chiesto di fare è un’opera di Dio. Deve prendere con sé senza timore il dono di Dio. Ma questo è proprio il cuore di ogni vocazione e vale non solo per Giuseppe ma anche per noi. Giuseppe però ha paura, non già perché dubita di Maria – gli faremmo un grande torto se pensassimo così – ma per un grande senso di piccolezza di fronte a un mistero così grande.

San Bernardo lo spiega benissimo: «La ragione per cui Giuseppe voleva lasciare Maria è la stessa per la quale Pietro voleva allontanare da sé il Signore dicendogli: “Allontanati da me, Signore, perché sono un uomo peccatore” (Lc 5,8); è anche la ragione per cui il centurione pregava Gesù di non andare a casa sua: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6). Per questo, dunque, anche Giuseppe, reputandosi indegno peccatore, andava pensando di non poter condurre una vita comune con una donna di cui riconosceva con profondo timore la stupenda dignità e superiorità… anche Giuseppe ebbe spavento per la novità di una meraviglia così grande, per la profondità del mistero. Per questo decise di lasciare segretamente Maria».

A Giuseppe viene chiesto di entrare nel compimento della più grande opera di Dio, gli viene chiesto di prendere con sé Dio che si dona, che si lascia prendere nella nostra vita. Quell’invito a “prendere” con sé Maria e il bambino va dritto al cuore vergine di Giuseppe, così come quel medesimo invito risuonato una manciata di anni più tardi e continuamente attuale va dritto al cuore della Chiesa e di quanti ne sono figli: «Prendete e mangiate il mio Corpo, prendete e bevete il mio Sangue». Dopo Maria, da Giuseppe in poi, anche noi siamo invitati a non temere di prendere con noi, in noi, il Verbo di Dio totalmente donato per la Salvezza nostra e del mondo intero.

Giuseppe fece proprio così: «Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1,24-25).

Eccoci al dunque! Giuseppe «lo chiamò Gesù». Certo, come discorso diretto non abbiamo nulla di san Giuseppe, però il Vangelo ci dice che egli chiamò Gesù il Figlio nato da Maria. Ecco quello che ha detto: con tutta la sua vita ha detto quel nome, per tutta la vita Giuseppe ha detto Gesù, ha custodito quel nome, proclamandolo silenziosamente e incessantemente.

Dire quel nome ha voluto dire accogliere Gesù con premurosa custodia, perché questo è Giuseppe, un padre che accoglie, che prende, che difende, che protegge. San Giuseppe ha preso con sé tutto il Verbo di Dio attraverso il silenzio del suo cuore, ha preso con sé Gesù attraverso il servizio di tutta la sua vita, di tutte le sue azioni, di tutto il suo lavoro di falegname, di tutti i suoi viaggi avanti e indietro, di tutti i sentimenti del suo cuore. San Giuseppe ha parlato, eccome se ha parlato, ha detto Gesù, ha accolto, con fede e amore, la grazia di lasciarsi prendere dall’amore ineffabile di Dio prendendo con sé il Figlio di Dio. Prendendo con sé Gesù, chiamando Gesù, Giuseppe è diventato un uomo rapito da Dio, totalmente afferrato dal dono di Dio, realmente donato a Dio che si dona.

Giuseppe è esempio di umiltà, fedeltà e povertà, ma soprattutto di fede incrollabile. Vive in profonda modestia il grande privilegio di essere stato scelto come padre putativo d Gesù. È il personaggio più silenzioso del Vangelo: non viene riportata una sua sola parola e perciò è anche definito “il Dottore del silenzio”. L’autorità di Giuseppe come capo della Sacra Famiglia proviene dalla sua santità, saggezza e obbedienza, ispirate da una grande fede e dal silenzioso lavoro per mantenere la sua famiglia. Nel silenzio e nella preghiera conosce e attua con la sua vita la volontà divina. Non si limita a subire la vicenda dell’Incarnazione, ma, coinvolto dal Signore vi partecipa attivamente. L’ultima volta in cui appare nel Vangelo è a Gerusalemme, alla ricerca di Gesù dodicenne rimasto nel tempio. Il resto della sua vita è del tutto proteso al servizio della Sacra Famiglia, fino alla santa morte, durante la quale è assistito da Gesù e da Maria.

«Visto allo specchio della narrazione evangelica, Giuseppe ci appare sotto l’aspetto più saliente di un’estrema umiltà: un modesto e povero lavoratore, oscuro, che non presenta nulla di singolare, che non lascia, nel Vangelo stesso, alcun accento della sua voce. Questo non riferisce nessuna sua parola e si limita a parlare del suo atteggiamento, della sua condotta, di quel che ha fatto, e tutto ciò in una silenziosa discrezione ed in una perfetta obbedienza. Giuseppe è stato, ad ogni istante ed in modo esemplare, un insuperabile custode, assistente e maestro… Arrestiamo lo sguardo sulla sua umiltà. Quanto ci pare fraterna, e, si potrebbe dire. prossima alle nostre stature fragili, mediocri, di poco conto, peccatrici! Come si comunica facilmente con un santo che non sa intimidirci, che non mette nessuna distanza fra lui e no che addirittura, con una condiscendenza che ci confonde, si mette, per così dire, ai nostri piedi per dire: guarda quale livello mi è stato assegnato! Ebbene, è precisamente a questo livello che il Signore del Cielo e della terra si è abbassato, ed ha voluto onorare questa sottomissione inesprimibile, facendola oggetto della sua scelta e preferendola a tutti gli altri valori umani. Così, san Giuseppe è la prova che per esser buoni e veri discepoli di Cristo, non è necessario compiere grandi cose; bastano virtù comuni, umane, semplici, ma autentiche» (San Paolo VI).

San Pio da Pietrelcina ammirò sempre la grandezza spirituale di San Giuseppe, imitò le sue virtù e a lui ricorse nei momenti più difficili della sua vita ottenendo ogni volta grazie e favori celesti. Egli, come San Giuseppe, pur senza esserlo nell’ordine naturale, si sentiva padre ed avvertiva il peso dei diritti e dei doveri della paternità spirituale. Perciò, si rivolgeva a questo santo, con fiducia, preghiere per i figli e le figlie del suo spirito: «Prego San Giuseppe che, con quell’amore e con la generosità con cui custodì Gesù, custodisca l’anima tua e come lo difese da Erode, così difenda l’anima tua da un Erode più feroce: il demonio! Il Patriarca San Giuseppe abbia per te tutta quella cura che ebbe per Gesù: ti assista sempre con il suo valevole patrocinio e ti liberi dalla persecuzione dell’empio e superbo Erode, e non permetta giammai che Gesù si allontani dal tuo cuore».

San Giuseppe va invocato per una santa morte: lui, che è morto assistito da Gesù e Maria, ci ottenga di morire con i santi nomi di Gesù e di Maria sulle labbra e nel cuore.

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