Riflessioni sulle letture festive – Solennità del Sacro Cuore di Gesù: Venite a me, che sono mite e umile di cuore

La Delegazione di Roma e Città del Vaticano del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, nell’obiettivo di fornire una formazione continua ai propri Cavalieri, Dame e Postulanti, con la Domenica delle Palme 2024 ha iniziato la pubblicazione sul proprio canale YouTube dei podcast con delle riflessioni sulle letture festive, a cura dal Referente per la Formazione, Prof. Enzo Cantarano, Cavaliere di Merito con Placca d'Argento. È stata pubblicata la Meditazione sulle letture della Solennità del Sacro Cuore di Gesù: Venite a me, che sono mite e umile di cuore, 7 giugno 2024.
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Podcast 7 giugno 2024 – Solennità del Sacro Cuore di Gesù: Venite a me, che sono mite e umile di cuore [QUI]

Il culto verso il Sacro Cuore di Gesù ha origini antiche e ha visto molti santi devoti nei secoli, a partire dalle mistiche tedesche del tardo medioevo. Tuttavia, la grande fioritura della devozione si ebbe nel corso del XVII secolo, prima ad opera di Giovanni Eudes (1601-1680), poi per le rivelazioni private della Visitandina Margherita Maria Alacoque, diffuse da Claudio de La Colombière (1641-1682) e dai Gesuiti. Successivamente, nel 1856, venne fissata la data della solennità di oggi. Papa Leone XIII promulgò nel 1899 l’enciclica Annum Sacrum, con cui si effettuava la consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù.

La devozione al Sacro Cuore di Gesù coglie il centro della rivelazione Cristiana: il cuore di Dio, la Sua passione per l’uomo resasi visibile in Cristo Gesù. Il termine cuore ricorre ben 858 volte nella Sacra Scrittura a designare non l’organo specifico, ma come parte per il tutto indica l’uomo nella sua complessa totalità. In questo contesto culturale l’immagine del cuore è stata applicata anche a Dio. Anche Lui ha un cuore che pensa, decide, dispone, stabilisce e può anche essere colmo di amarezza, ma la cui caratteristica essenziale è quella di amare oltre ogni misura umanamente immaginabile.

Ma come contemplare questo cuore di padre e di madre di Dio? Gesù stesso ci assicura, che chi vede Lui vede il Padre, perché i due sono una cosa sola, Dunque, chi contempla il cuore di Gesù contempla il cuore del Padre. Gesù stesso ci dice com’è il suo cuore in Matteo 11, 28-30: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”. Lui ha un cuore umile e mite perché, pur essendo onnipotente, ha declinato il suo potere come servizio a tutta la Creazione, ma specialmente ai poveri, agli emarginati, agli ultimi, agli esclusi. Il suo cuore continua a sanguinare e a effondere l’acqua battesimale nello Spirito Santo ogni volta che incontra il dolore della Creazione, il grido del sofferente e del perseguitato. Condivide il turbamento di ogni uomo di fronte alla morte, alla ineluttabilità del limite, dell’ingiustizia, alla “banalità del male”. Il Dio che ci chiede di avere fede in Lui, di porre in Lui la nostra speranza, di lasciarci guidare dall’amore per tutto il Creato, non è quello lontano ed impassibile dei filosofi, ma quello il cui cuore si commuove nella sua inaudita ed infinita misericordia.

Come il discepolo prediletto, che non è Giovanni, ma ognuno di noi nel nostro rapporto diretto con Gesù, possiamo abbandonarci all’intimità con Dio posando il nostro capo sul suo cuore come fa l’infante sul cuore della madre trovandovi pace e riposo. Il battito di questo cuore divino ci dice quello che dice il cuore della madre al bambino che non sa ancora né parlare né comprendere la parola parlata: sono tuo, sono tuo, sono tuo.

La liturgia di questa solennità del Sacro Cuore di Gesù si alimenta di alcuni brani biblici di particolare rilievo, come il testo del Profeta Osea (11, 3-4. 8-9). “Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare… come potrei abbandonarti, come consegnarti ad altri?… Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira” e un passo della lettera di Paolo agli Efesini in cui l’Apostolo testimonia che  gli è stata data la “grazia di annunciare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo e di manifestare a tutti quale sia il piano seguito da Dio riguardo al mistero che è stato fin dalle più remote età nascosto in Dio, il Creatore di tutte le cose;… secondo il disegno eterno che egli ha attuato mediante il nostro Signore, Cristo Gesù; nel quale abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui…” (Ef 3, 8 – 12. 14 – 19).

Ma è il Vangelo di Giovanni, capitolo 19, versetti 31-37, il testo che più colpisce. Il racconto, che non ha paralleli nei sinottici, è fortemente sottolineato dal testimone (l’autore) che ripete il suo gesto di attestazione per tre volte. Lui ha davvero visto il trafitto, completando una testimonianza che comincia con l’indicazione del Battista (“Ho visto e ho testimoniato che questo è il figlio di Dio”, 1, 34).

È il discepolo amato che si rivolge a noi, ammonendoci “affinché voi crediate”: solo colui che ama vede, comprende e crede. Vediamo colui che è stato innalzato, colui che ha conosciuto la sofferenza, l’umiliazione e la morte e che nel gesto dell’abiezione sperimenta la glorificazione. Gesù innalzato sconfigge il capo di questo mondo e diventa centro di attrazione per tutti. I sinottici parlano, al momento della morte, dello squarciarsi del velo (Marco), del terremoto e della risurrezione dei giusti (Matteo), del riconoscimento di Gesù come Figlio (Marco e Matteo), della conversione delle folle che assistono allo “spettacolo” (Luca).

Il morire che per tutti significa essere riconsegnati alla terra e compiere il proprio tragitto vitale, per Gesù è l’inizio di tutto. Vediamo il Figlio dell’uomo squarciato dalla lancia che è l’apertura al cielo su ogni figlio dell’uomo. Non serve ad accertare la morte di Gesù, già evidente. Serve ad altro. Serve a vedere le viscere di Dio. Attraverso il cuore di Gesù entriamo ove non potremmo mai entrare, nel mistero stesso dell’amore indicibile di Dio.

L’insistenza di Giovanni in merito è esattamente quella di chi sollecita la comprensione ultima dell’identità del Figlio e dell’identità del Padre. Il cuore e le viscere nella tradizione biblica raccolgono quello che noi chiamiamo gli affetti, l’intelligenza, la volontà, l’identità, il compito della vita. Il soldato e il narratore ci fanno vedere l’invisibile. E lo fanno attraverso la carne del Signore. Non c’è alcuna possibilità di salvezza e di comprensione della fede se non nella carne del Figlio di Dio. Il corpo di Gesù è il vero santuario. Vedere l’innalzato, vedere il cuore squarciato, vedere il sangue e l’acqua. Il sangue è simbolo di tutta l’esistenza del Figlio profusa in favore dei fratelli; l’acqua è la fonte viva che scaturisce dalla sua vita offerta per noi.
E dall’acqua e dal sangue nasce la Comunità dei Christifideles, generata non per volontà di uomini ma dall’amore del Padre nella carne del Figlio, per la forza dello Spirito.

“Dal pozzo di Giacobbe bevvero i nostri padri e i loro armenti” (Cfr Gv 4, 12) dice la donna Samaritana, ma da questa fenditura del costato del Figlio di Dio l’universo intero attinge la vita divina. Basta accostare ad essa la bocca: “O voi tutti assetati venite all’acqua” (Is 55, 1), “Voi attingete con gioia l’acqua alle fonti della salvezza” (Is 12, 3). È l’inizio dell’Enciclica sulla devozione al Sacro Cuore di Pio XII (1956). Vi è oggi la tendenza a ignorare il tema della devozione, a saltare tre secoli in cui essa ha difeso nella coscienza cristiana la centralità del corpo e del cuore di Cristo. È bene ricordare quello che Karl Rahner ha sottolineato: “La sensazione di poter semplicemente lasciarci alle spalle questo passato come una formula vuota – cosa che, data l’ignavia dei nostri cuori, siamo sin troppo tentati di fare – non prova ancora che lo possiamo fare lecitamente davanti a Dio e davanti alla nostra responsabilità per la continuità della storia della Comunità Cristiana. Una sensazione del genere dovrebbe piuttosto riempirci di paura; dovremmo domandarci se un simile stanco lasciarsi ricadere in una primitività spirituale, che si richiama erroneamente ai tempi antichi, allorché non esisteva alcuna devozione al Cuore di Gesù, non sia appunto qualcosa che può e deve essere superato con decisione e con speranza sul piano spirituale. Dovremmo domandarci se – qualora il passato non debba diventare anche il nostro giudizio – a noi non sia riservata una nuova conoscenza dell’essenza di questa devozione e un suo nuovo esercizio. Non tutto quello che oggi ci affascina come una plausibilità indiscutibile, e viene smerciato e comprato dappertutto così, è sempre e solo ciò che rende grandi e santi davanti a Dio e per il futuro della Chiesa. Questo può anche racchiudere tanti elementi pazientemente e faticosamente imparati” (K. Rahner, “La devozione al Sacro Cuore oggi” in Nuovi saggi teologici, vol X, Paoline 1986, pp. 408-9).

È grazie alla devozione al Sacro Cuore che abbiamo interiorizzato il senso dell’azione misericordiosa di Dio, la centralità di Cristo in ordine all’Alleanza e non solo alla morale, la possibilità per tutti dell’esperienza mistica.

Il teologo Giovanni Moioli (1931-1984) scrisse: “La devozione al Cuore di Gesù è stata più che una devozione: era un bisogno, era la scoperta di una chiave di lettura del cristianesimo”. Farne memoria nel gesto liturgico significa non solo riprendere un lungo tratto del cammino ecclesiale, ma anche interiorizzare quell’eccedenza simbolica racchiusa nel cuore di cui il brano dell’infissione della lancia è l’emblema. Il vissuto corporeo di Gesù diventa l’insuperabile corporeità in cui il Logos è una volta per tutte e che attesta in maniera ultima e definitiva l’identificazione di Dio e la sua dimensione paterna.

Il teologo contemporaneo Giuseppe Angelini ha scritto: “La permanenza della devozione al Sacro Cuore, la sua ripresa da parte di alcune delle nuove comunità, la sua riespressione nel culto a Gesù Misericordia della Santa Kowalska, dovrebbe renderci attenti davanti a una pigra rimozione. Perché della devozione abbiamo bisogno. Essa è nata come denuncia dell’insufficienza della lectio scolastica, dottrinale più che misterica o sapienziale; contro i rigidismi del giansenismo e le fragilità di Chiese troppo subalterne alle identità nazionali; contro un cristianesimo avulso dalla storia. Abbiamo bisogno della devozione per vivere una fede capace di emozioni, di dare forma al vissuto credente creando uno stile, di interiorizzare il patrimonio dogmatico e liturgico. Ne abbiamo bisogno per evitare le malattie dell’anima legate al pragmatismo, allo scientismo, al nichilismo e al relativismo contemporanei. Per sopravvivere a quel fenomeno di «sistematico distacco tra coscienza individuale e cultura, tra forme dell’esperienza del soggetto e forme del rapporto sociale (che è) il tratto forse più qualificante, e comunque più problematico, dell’esperienza civile dei paesi occidentali”.

Per Ugo di San Vittore lo spirito che vuole elevarsi a una vera preghiera deve percorrere una serie di tappe successive: la meditazione lo condurrà alla scienza, la scienza gli procurerà la conoscenza di sé, la conoscenza avvierà la compunzione, ma la scoperta della propria miseria obbligherà l’anima a volgersi umilmente e filialmente verso Dio nella devozione. Essa, infine, ci è necessaria per il compito in atto delle nostre Chiese nella recezione del Vaticano II, e cioè per interiorizzare e fare propri i gesti centrali della fede che l’assise ecumenica ha ricordato alla nostra Chiesa: la frequentazione della Scrittura, la partecipazione ai riti sacramentali, la rinnovata coscienza del proprio compito testimoniale, la consapevolezza di essere popolo di Dio, la partecipazione alla storia di tutti.

Ne abbiamo bisogno per vivere il nostro personale ministero con la passione per Dio e la passione per l’uomo”.

Indice dei podcast pubblicati [QUI]

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