Ferdinando IV di Borbone. Un sovrano complesso, tra riforme, rivoluzioni e politica mediterranea

Ferdinando I delle Due Sicilie (già Ferdinando IV come Re di Napoli e Ferdinando III come Re di Sicilia) attraversò oltre sessantacinque anni di storia europea, fra riformismo illuminato, Rivoluzione francese, guerre napoleoniche e Restaurazione. Nato a Napoli il 12 gennaio 1751, salì al trono a otto anni, quando il padre Carlo assunse la Corona di Spagna. La sua figura è stata spesso ricondotta all’immagine del «Re Lazzarone», appassionato di caccia e vicino alle consuetudini popolari, lasciando in secondo piano la complessità delle sue scelte politiche e personali.

Il rapporto con Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, sposata nel 1768, l’influenza dei ministri e il confronto con le grandi Potenze accompagnarono un regno impegnato a conquistare autonomia dalla tutela spagnola e a rafforzare il proprio ruolo nel Mediterraneo. Il potenziamento della marina e l’apertura diplomatica verso la Russia testimoniano ambizioni che la crisi rivoluzionaria e gli eventi del 1799 avrebbero profondamente trasformato.

Tre studi offrono prospettive complementari per approfondire questa vicenda. Emilio Gin, in Ferdinando IV di Borbone. Il Regno di Napoli e il Grande Gioco del Mediterraneo, esamina la politica estera napoletana fino al 1799. Sebastiano Angelo Granata, in Monarchie mediterranee, ricostruisce gli anni siciliani del Decennio napoleonico, fra protezione britannica, tensioni parlamentari e Costituzione del 1812; nella biografia Ferdinando di Borbone restituisce invece un ritratto politico e privato del sovrano. Ne emerge una figura da comprendere nelle sue contraddizioni, considerando insieme riforme, aspirazioni di autonomia, repressioni e difesa del potere monarchico.
Re Ferdinando IV

Ferdinando IV di Borbone è uno dei sovrani più citati e, al tempo stesso, più frequentemente ricondotti a rappresentazioni schematiche della storia del Mezzogiorno. L’immagine del «Re Lazzarone», appassionato di caccia, vicino alle consuetudini popolari e poco incline agli studi, ha spesso oscurato la complessità della sua figura e del suo lungo regno, attraversato dalle riforme settecentesche, dalla Rivoluzione francese, dalle guerre napoleoniche e dalla Restaurazione.

Nato nel Palazzo Reale di Napoli il 12 gennaio 1751, Ferdinando salì al trono nel 1759, a soli otto anni, quando il padre Carlo assunse la Corona di Spagna. Fu Ferdinando IV come Re di Napoli e Ferdinando III come Re di Sicilia; dal 1816 assunse il nome di Ferdinando I, Re delle Due Sicilie. La sua vicenda dinastica si protrasse fino al 1825, pur con le interruzioni del dominio sul Regno continentale determinate dagli eventi rivoluzionari e napoleonici.

La formazione
e il rapporto con Maria Carolina

Durante la minorità del sovrano, il governo fu affidato a un Consiglio di Reggenza, nel quale ebbe un ruolo centrale Bernardo Tanucci, mentre Carlo continuava da Madrid a seguire gli affari dei Regni italiani. L’educazione del giovane Ferdinando fu curata da Domenico Cattaneo, Principe di San Nicandro, con particolare attenzione alla robustezza fisica e alle attività all’aperto. La formazione intellettuale rimase meno approfondita, mentre la caccia divenne una delle sue passioni più durature.

Il suo parlare napoletano e la familiarità con gli ambienti popolari contribuirono alla diffusione del soprannome di «Re Lazzarone». Il termine richiamava i lazzari, i popolani napoletani che nel 1799 avrebbero opposto una tenace resistenza all’ingresso delle truppe francesi, in difesa della monarchia e della religione.

Nel 1768, a diciassette anni, Ferdinando sposò Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, figlia dell’Imperatore Francesco I e dell’Imperatrice Maria Teresa, sorella degli Imperatori Giuseppe II e Leopoldo II e della Regina di Francia Maria Antonietta. Dal matrimonio nacquero diciotto figli. Le unioni dinastiche delle figlie collegarono la famiglia alle principali Corti europee: Maria Teresa sposò il futuro Imperatore Francesco II; Maria Luisa il Granduca di Toscana Ferdinando III; Maria Cristina il futuro Re di Sardegna Carlo Felice; Maria Amalia il futuro Re dei Francesi Luigi Filippo; Maria Antonia il futuro Re di Spagna Ferdinando VII.

Maria Carolina esercitò una crescente influenza sugli affari di Stato, contribuendo all’allontanamento di Tanucci e al progressivo affrancamento dalla tutela spagnola. L’ascesa di John Acton, uomo di fiducia della Regina, accompagnò il rafforzamento dell’esercito e soprattutto della marina, mentre la politica estera napoletana si orientava verso una maggiore vicinanza all’Austria e alla Gran Bretagna.

Un Regno alla ricerca di autonomia

La prima parte del regno di Ferdinando si inserì nella stagione del riformismo illuminato, proseguendo iniziative avviate dal padre e sviluppando interventi nell’amministrazione, nell’istruzione e nei rapporti fra lo Stato e le istituzioni ecclesiastiche.

La valutazione del sovrano richiede tuttavia di considerare anche la dimensione internazionale. Napoli cercò di consolidare la propria autonomia e di trovare uno spazio negli equilibri mediterranei, sottraendosi alla condizione di subordinazione politica nei confronti di Madrid.

A questo percorso è dedicato il volume di Emilio Gin, Ferdinando IV di Borbone. Il Regno di Napoli e il Grande Gioco del Mediterraneo (Rubbettino, 2023, 142 pagine), che esamina la politica estera napoletana dalla fine della minorità del Re agli eventi del 1799. Lo studio segue il processo di emancipazione dalla tutela spagnola e la ricerca di una politica di neutralità attiva, sullo scenario italiano e mediterraneo.

Il quadro è quello dell’Europa successiva alla Pace di Aquisgrana e al rovesciamento delle alleanze del 1756, quando l’intesa franco-austriaca modificò i rapporti fra le grandi dinastie. In una penisola apparentemente stabilizzata nei suoi equilibri territoriali, il Regno di Napoli manifestò un dinamismo diplomatico e marittimo che invita a riconsiderarne il ruolo internazionale.

Il rafforzamento della flotta, avviato negli anni Sessanta del Settecento e sviluppato sotto Acton, rispondeva a una duplice esigenza: difendere i traffici e le coste dagli Stati barbareschi e dotare il Regno degli strumenti necessari a sostenere una politica autonoma. L’aumento dei vascelli e delle fregate, l’aggiornamento delle tecniche navali e la formazione degli ufficiali presso le maggiori marine europee accompagnarono questa trasformazione.

Il bombardamento di Algeri del 1784, al quale parteciparono unità napoletane insieme a quelle spagnole e maltesi, rappresentò un momento significativo di tale presenza nel Mediterraneo. La dimensione marittima acquistò un peso crescente anche nella cantieristica, nell’occupazione e nella vita delle comunità costiere.

Sul piano diplomatico, l’apertura verso la Russia ampliò gli interlocutori del Regno. Le relazioni sviluppate dal 1777 e il trattato di commercio e navigazione concluso nel 1787 offrirono nuove prospettive, suscitando al contempo le preoccupazioni delle Corti borboniche di Madrid e Versailles. La disponibilità napoletana a svolgere una funzione di mediazione fra l’Impero russo e quello ottomano, in vista della Pace di Iași del 1792, esprimeva l’ambizione di partecipare agli equilibri internazionali con un ruolo riconoscibile.

Il libro di Gin articola questo percorso in tre parti – Una media potenza nel Mediterraneo, Una neutralità attiva e Nella tempesta – passando dalla costruzione dell’autonomia alle relazioni con le grandi Potenze, fino alla crisi rivoluzionaria e alla riconquista del Regno. Completano il volume le note, l’appendice bibliografica e delle fonti archivistiche e l’indice dei nomi.

Il volume è consultabile nella scheda dell’editore, mentre un’anteprima è disponibile su Google Books.

La Rivoluzione francese
e la crisi del 1799

La Rivoluzione francese modificò profondamente le priorità della monarchia napoletana. La caduta della monarchia in Francia e l’esecuzione di Luigi XVI e di Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, accentuarono l’ostilità della Corte verso il movimento rivoluzionario.

Il Regno partecipò alla Prima coalizione antifrancese, ma i successi militari francesi lo costrinsero alla pace del 1796. Nel 1798 Ferdinando riprese le ostilità: l’esercito napoletano avanzò contro la Repubblica Romana e il sovrano entrò a Roma. Il successo fu però effimero. La controffensiva francese impose la ritirata e, nel dicembre dello stesso anno, la Corte si trasferì a Palermo.

Nel gennaio 1799 fu proclamata la Repubblica Napoletana. La resistenza dei lazzari e la successiva avanzata dell’Armata della Santa Fede, guidata dal Cardinale Fabrizio Ruffo, contribuirono alla riconquista del Regno nel giugno di quell’anno. Alla restaurazione borbonica seguì una dura repressione dei repubblicani, che segnò profondamente i rapporti fra la monarchia e una parte della società colta napoletana.

La Corte rimase prevalentemente in Sicilia fino al ritorno a Napoli nel 1802. Occorre dunque distinguere la restaurazione del potere borbonico, avvenuta nel 1799, dal successivo rientro stabile del sovrano nella capitale.

Il Decennio napoleonico
dalla prospettiva siciliana

Una nuova crisi si aprì con la Terza coalizione antifrancese del 1805. Dopo la vittoria di Napoleone, il Regno continentale fu occupato dalle truppe francesi e, nel febbraio 1806, Ferdinando e la Corte erano nuovamente al riparo in Sicilia.

Napoleone assegnò la Corona di Napoli al fratello Giuseppe Bonaparte, che la mantenne fino al 1808, quando divenne Re di Spagna. Gli subentrò Gioacchino Murat. Ferdinando conservò invece la Sicilia, sotto la protezione britannica, mentre fallivano i tentativi di recuperare il controllo del continente attraverso la Calabria.

Questa fase è al centro del volume di Sebastiano Angelo Granata, Monarchie mediterranee. Ferdinando IV di Borbone tra Sicilia ed Europa (1806-1815) (Carocci, 2016). Il Decennio napoleonico vi è osservato dalla prospettiva della monarchia borbonica rifugiatasi nell’isola, costretta a ridefinire il proprio ruolo fra le pressioni britanniche, le aspirazioni del Parlamento siciliano e la presenza di Murat a Napoli.

La protezione inglese comportava infatti condizionamenti politici e militari. Il confronto con Lord William Bentinck, le tensioni con la nobiltà siciliana e la Costituzione del 1812 misero in discussione l’esercizio del potere regio. Ferdinando affidò temporaneamente il governo al figlio Francesco come vicario, mentre Maria Carolina rimase una figura centrale nelle dinamiche familiari e politiche.

Granata ricostruisce questi passaggi attraverso una vasta documentazione, nella quale assume particolare rilievo il Giornale di Affari scritto dal sovrano fra il 1812 e il 1815. Ne emerge un monarca impegnato a confrontarsi con alleati e avversari e a ripensare gli strumenti di sopravvivenza della propria dinastia.

Al volume è dedicata anche la recensione del Dott. Luigi Sanfilippo:

«Il lavoro di Angelo Granata, per interesse, originalità e ricchezza delle fonti, si ascrive certamente al laboratorio di sperimentazione storiografica prodotta dalla scuola storica siciliana catanese, a partire dai contributi di studio pubblicati dall’Archivio Storico per la Sicilia Orientale, così come ricordava Giuseppe Giarrizzo a proposito di Francesco Renda.

Questo saggio precorre l’altro suo contributo, Ferdinando IV e lo State building [1], pubblicato sul numero monografico della rivista che raccoglie gli atti del convegno di studio su Restaurazione e nuova politica. Il Congresso di Vienna e l’Italia; mentre il recente lavoro, Un Regno al tramonto. Lo stato borbonico tra riforme e crisi (1858-1861) [2] recensito da Maria Concetta Calabrese, si pone cronologicamente come a concludere l’interessante filone di studio dalla inedita rivisitazione storica.

Un trittico storiografico che ricostruisce la trama delle Due Sicilie – un’unica corona ancora percepita come due distinti Regni riconducibili al palinsesto degli Stati moderni – poste al centro di un Mediterraneo europeo, partecipe del processo unitario del Mezzogiorno. Di esse Granata evidenzia i momenti topici della composita vicenda storica e politico-istituzionale, dalla rinnovata sovranità della nuova dinastia dei Borbone-Farnese – precorritrice nella fase “eroica” di istanze dai tratti nazionali – al protagonismo di un Sovrano come Ferdinando, figura di snodo di questo processo, fino alla  dissolvenza delle Due Sicilie come Stato di “media potenza europea” – per parafrasare Eugenio De Rienzo – nella partita persa con l’altra monarchia nazionale, quella sardo-piemontese, nel «garantirsi il controllo e la guida dell’unificazione del paese» (p. 121).

Un affresco storico del Regno delle Due Sicilie, quello di Angelo Granata, che criticamente sembra riprendere La fine di un Regno di Raffaele De Cesare.

L’autore, dalle inedite fonti archivistiche tra cui quelle largamente inesplorate dei Borbone nell’Archivio di Stato di Napoli, ci restituisce un singolare profilo di Ferdinando IV, un sovrano fin troppo abusato, dalla personalità complessa e a noi sconosciuta. Come? Utilizzando i carteggi diplomatici, ma soprattutto Il Giornale di Affari scritto dal sovrano tra il 1812 e il 1815, in anni decisivi per il rilancio proprio e dei suoi regni.

Era già noto che questo re “lazzarone” seguisse, per riprendere Mimmo Ligresti [Sicilia 1812, Laboratorio costituzionale, ARS 2012, p. 106], «l’attitudine dei Borbone a coniugare i piaceri della vita di corte e la passione per l’architettura con lo sfruttamento economico e la sperimentazione scientifica», nonché il collezionismo malacologico con i riti dianici; ci sembra veramente notevole che oltre ai suoi doveri dinastici, dallo studio emergesse il profilo dello statista capace di prefigurare la costruzione di un nuovo modello di stato “nazionale” pre-unitario.

Angelo Granata coglie Ferdinando IV quale monarca “al riparo nell’altro suo Regno, al di qua del Faro, magari di controvoglia, ma legittimamente viste le circostanze, così come il suo omologo savoiardo. Lo segue nelle convulse vicende di quegli anni, nel suo sorprendente attivismo politico-diplomatico, fatto di costituzionalismi e tattiche politiche, di temerari minuetti per le Corti europee, di architetture istituzionali e modelli di stato amministrativo tra proclami, giochi di potere e dissimulazioni, complesse trattative ed efficaci interventi politico-diplomatici. Conscio degli «errori commessi» (p. 112), ce lo descrive a partire da un postulato dal sapore programmatico: «Saprò adattarmi al tempo che vivo». Lo si vede così, concentrato a costruire un complesso progetto di modernizzazione del Regno «capace di incidere sugli equilibri della penisola italiana e, più in generale, dello scacchiere mediterraneo» (p. 102) e nel contempo a difenderne la sovranità e l’iniziativa: uno State e Nation building più volte ripreso da Granata e da Giuseppe Barone, una monarchia dai forti tratti “nazionali” basata su un modello di stato amministrativo, come risposta al caos costituzionale-parlamentare sperimentato.

Lo studio di Angelo Granata, tra i più avanzati sul Mezzogiorno d’Italia nella costruzione dello Stato nazionale, costituisce dunque un valido strumento di conoscenza e comprensione delle sue dinamiche per quella opinione pubblica ‘avanzata’ che chiede strumenti adeguati a una rinnovata consapevolezza, oltre le tante suggestioni dei successi editoriali giornalistici. Una mission per cui lo ringraziamo».

Il ritorno a Napoli
e il Regno delle Due Sicilie

Nel 1814 morì Maria Carolina. Nello stesso anno Ferdinando sposò morganaticamente Lucia Migliaccio, vedova del Principe di Partanna e Duchessa di Floridia.

La sconfitta di Murat a Tolentino, nel maggio 1815, e la Convenzione di Casalanza del 20 maggio aprirono la strada al ritorno dei Borbone sul trono di Napoli, nel quadro della sistemazione europea definita dal Congresso di Vienna. Ferdinando rientrò nella capitale nel giugno 1815.

Nel dicembre 1816 i Regni di Napoli e di Sicilia furono riuniti nel Regno delle Due Sicilie, del quale il sovrano assunse la Corona con il nome di Ferdinando I. L’unificazione modificò anche il rapporto fra la monarchia e la Sicilia, ponendo fine alla distinta configurazione istituzionale dei due Regni.

La rivoluzione carbonara del 1820 costrinse Ferdinando a concedere una Costituzione. L’esperienza costituzionale terminò nel 1821, dopo il Congresso di Lubiana e l’intervento militare austriaco, che ripristinò il potere assoluto.

Ferdinando morì a Napoli il 4 gennaio 1825, a oltre sessantacinque anni dalla sua ascesa al trono. Gli succedette il figlio Francesco I. È sepolto nella Cappella Reale dei Borbone presso la Real Basilica di Santa Chiara.

Oltre le immagini contrapposte

Il percorso biografico e politico di Ferdinando non si lascia racchiudere facilmente né nella caricatura del sovrano ozioso e interamente dominato dai suoi consiglieri, né in una rappresentazione celebrativa priva di contraddizioni. La stagione delle riforme, le ambizioni mediterranee, le scelte dinastiche, la repressione del 1799 e il ripristino dell’assolutismo dopo il 1820 appartengono alla medesima vicenda e richiedono una lettura capace di tenerne insieme i diversi aspetti.

A questa esigenza risponde anche la biografia di Sebastiano Angelo Granata, Ferdinando di Borbone (Salerno Editrice, 2025, 280 pagine), pubblicata il 24 gennaio 2025. Il volume ricostruisce la dimensione politica e privata del sovrano attraverso i suoi progetti, le passioni, i successi e gli errori, collocandoli nelle trasformazioni del Regno e dell’Europa. La scheda dell’editore presenta così un’indagine che supera le immagini contrapposte del «Re Lazzarone» e del «Sovrano dei Primati».

Letti insieme, gli studi di Gin e Granata offrono prospettive complementari: la costruzione di una politica estera autonoma nel secondo Settecento, la crisi della monarchia durante il Decennio napoleonico e la ricostruzione complessiva della personalità di Ferdinando. Consentono così di restituire profondità storica a un sovrano che attraversò il passaggio dall’Europa delle riforme a quella delle rivoluzioni e della Restaurazione.

[1] Saprò adattarmi al tempo che vivo: Ferdinando IV e lo State building in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, I,1,2017 – pp. 150-180 (FrancoAngeli [TORROSSA]).
Il saggio ricostruisce le strategie di State e Nation building attuate da Ferdinando IV di Borbone durante il decennio inglese: attraverso il Giornale di Affari scritto dal Re tra il 1812 ed il 1815, e grazie alle sue corrispondenze con i personaggi più in vista dello scenario internazionale, emerge un ritratto inedito di questo Sovrano, capace di riappropriarsi del controllo sui suoi territori vincendo l’opposizione delle classi dirigenti siciliane, “sbaragliando” i suoi competitori ed attuando un complesso progetto di modernizzazione del Regno, basato sullo svecchiamento amministrativo, sul rilancio economico, su prassi e linguaggi della “nuova politica”.

[2] Un Regno al tramonto. Lo stato borbonico tra riforme e crisi (1858-1861) (Carocci 2015, 182 pagine [AMAZON]).
Superando la tradizionale interpretazione “risorgimentista”, il volume rilegge la storia del Regno meridionale alla vigilia del crollo sulla base di una nuova documentazione archivistica. Ne emerge la trama appassionante e poco nota dei tentativi della monarchia borbonica di gestire la crisi che la stringe dal 1848. Le aperture di Ferdinando II delle Due Sicilie verso i liberali, la rimodulazione degli equilibri politici tra Napoli e la Sicilia, il rilancio delle opere pubbliche, le ambigue relazioni diplomatiche con il Piemonte cavouriano disegnano scenari inediti che rendono assai meno scontata la soluzione unitaria del 1860.

Foto di copertina: Anton Raphael Mengs, Ritratto di Re Ferdinando IV di Napoli, 1772-1773 circa, olio su tela, 135,5×100 cm, Sala de Música de la Reina Victoria Eugenia, Palazzo reale di Madrid.

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