L’assenza della macchia del peccato nella vita di Maria è fonte di consolazione e di speranza per l’intera umanità: vuol dire che il cuore di ognuno ha la possibilità di essere specchio cristallino della vita di Dio. Significa che l’essere umano può generare in questo mondo l’essere divino. Questo privilegio di Maria, nata senza peccato, è in realtà un dono per tutti gli uomini. Lo hanno sempre saputo i fedeli, anche i più semplici, che nei secoli hanno venerato la Madonna come la creatura più vicina a loro e a Dio. La Chiesa ha fatto di questa verità uno dei quattro dogmi mariani. La realtà teologica che sottende al concetto dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria è proprio questa: la vita toccata da Dio è vita piena di luce, realizzata in ogni aspetto, resa trasparente in ogni suo momento.
Successivamente all’8 dicembre 1854, tanto più significativo quanto lo si connette alla formulazione del dogma, l’11 febbraio 1858 si avrà a Lourdes la prima apparizione della Vergine Maria a Santa Benedette Soubirous. Ma delle diciotto apparizioni in totale, una delle più importanti fu la sedicesima, che avverrà il 25 marzo 1858. “La bella signora” rispose alla domanda della piccola contadina, che le aveva chiesto chi fosse. Bernadette raccontò: «Lei, allora, alzò gli occhi al cielo, unendo, in segno di preghiera, le Sue mani che erano tese e aperte verso la Terra, e mi disse: “Que soy era Immaculada Councepciou” (Io sono l’Immacolata Concezione)». La Madonna parlò con Bernadette nel dialetto guascone di quel territorio, l’unica lingua che la piccola contadina parla. Bisogna tener presente che Bernadette, analfabeta, non sapeva neanche cosa volessero dire quelle parole, certamente incomprensibili a una bambina che non aveva neanche frequentato il catechismo e che, anche se così fosse stato, era nell’impossibilità di entrare in un mistero di “alta teologia” così profondo, come quello della concezione immacolata della Vergine Maria. Eppure, furono proprio quelle parole a colpirla così tanto che rimasero impresse nella su memoria durante il camino per andare riferire al suo parroco, Don Peyramale che sorpreso da tale espressione, tanto che fu proprio questa a dissipare ogni dubbio sulla veridicità della testimonianza di Bernadette, perché quattro anni prima Papa Pio IX aveva promulgato il dogma dell’Immacolata Concezione. Rendere autentiche le parole della piccola contadina, in questa maniera fu la Beata Vergine Maria stessa, a confermare il dogma.
Il mistero della Madre Celeste Immacolata custodito a Gaeta: «A Gaeta, nella Cappella d’oro, qualcosa accadde, sino a indurre il Segretario di Sua Santità a predisporre il massimo silenzio ed isolamento. In quella notte fredda, l’altare era rimasto illuminato non solo dai ceri quando la Madre Celeste appoggiò il suo sguardo d’amore sul volto del suo servo prediletto» (Don Paolo Capobianco).
Dal 24 novembre 1848 al 12 aprile 1850 Papa Pio IX fu esule a Gaeta a seguito della rivolta della Repubblica Romana, ospite di Re Ferdinando II di Borbone (sovrano del Regno delle Due Sicilie dall’8 novembre 1830 al 22 maggio 1859). Nel suo soggiorno a Gaeta, Papa Pio IX amava pregare innanzi all’immagine della Vergine Maria di Scipione Pulzone nella Cappella d’Oro della Chiesa dell’Immacolata Concezione. Ed è lì che ha avuto l’ispirazione per la stesura del Dogma dell’Immacolata Concezione. Proprio da Gaeta il 2 febbraio 1849 Papa Pio IX scrisse la Lettera enciclica Ubi primum per consultare l’episcopato mondiale in merito alla definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.
Su questi avvenimenti esiste una versione storica, «proposta dal Brunetti: “Quando Pio IX il 25 novembre del 1848 si rifugiò a Gaeta (dove San Leonardo da Porto San Maurizio aveva nel ‘700 espletato una delle sue circa 300 missioni evangelizzatrici), il Re delle due Sicilie Ferdinando II gli offre ospitalità, ma dietro suggerimento degli Alcantarini di Napoli (che a Gaeta avevano l’importante Santuario della Montagna Spaccata) e per mezzo del suo Ambasciatore il Duca di Serracapriola, curatore degli affari economici dei francescani, gli chiede come contraccambio la definizione dogmatica dell’Immacolata. Nella sua risposta all’inviato reale Pio IX dichiara che le grandi parole di San Leonardo e le suppliche del mondo cristiano non gli lasciano più riposo e che è ben risoluto all’azione. Infatti il 2 febbraio 1849 pubblica da Gaeta l’enciclica Ubi Primum, nella quale chiede all’episcopato di tutto il mondo di fargli conoscere con lettere il suo pensiero e quello dei fedeli riguardo all’Immacolata Concezione”.
Il ricorso ai Vescovi della Cristianità con le modalità dell’Ubi Primum, in fondo non è altro che quel “Concilio per iscritto e senza spese” preconizzato da San Leonardo presso Clemente XII e Benedetto XIV, nella citata lettera profetica. Il risultato finale è noto: l’8 dicembre 1854 il dogma è proclamato con l’Ineffabilis Deus.
In definitiva si può affermare che la devozione, la propensione privata, le emozioni e le suggestioni gaetane di Giovanni M. Mastai Ferretti hanno avuto, certo, la loro parte a rafforzare la determinazione che Pio IX sembra aver assunto già nel momento che si sentì sulla fronte la tiara pontificia: porre fine alla secolare controversia teologica e di definire l’Immacolata Concezione.
In questa ricostruzione tra il vero e il verosimile, ci piace sottolineare la grande propulsione a favore della proclamazione del dogma che venne dal Sud, dal clero del Reame delle Due Sicilie.
Si espressero favorevolmente: il Cardinale Arcivescovo di Capua, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, i Vescovi di Chieti, Manfredonia, Anastasiopoli (in partibus), L’Aquila, Lipari, Tursi, Oppido, Sessa, Policastro, Nocera e Nusco» (Francesco Schiano, La “Cappella d’Oro” il luogo del mistero, Rete del Regno delle Due Sicilie, 8 dicembre 2012).
La data dell’8 dicembre ha un legame speciale con l’antico Regno delle Due Sicilie. La devozione della dinastia dei Borbone e del popolo dell’antico Regno delle Due Sicilie alla Beatissima Vergine Maria era sempre stata forte. Poi, il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia furono riuniti l’8 dicembre 1816 nel Regno delle Due Sicilie, con la promulgazione della legge fondamentale del Regno. Da allora per tradizione questo giorno fu Festa Nazionale delle Due Sicilie. Dall’8 dicembre 1854 Maria Immacolata divenne anche la Protettrice, la Patrona di questa antica nazione, che ancora oggi dispiega il suo manto protettivo sui suoi popoli.
L’8 dicembre 1857, Papa Pio IX inaugurò e benedisse a Roma il monumento dell’Immacolata, interamente finanziato dal Re Ferdinando II delle Due Sicilie, che ogni anno per tradizione vede gli omaggi floreali del Papa e di tanti cittadini ed istituzioni.
Con il termine “chinea” si indicava il tributo che il Re di Napoli pagava allo Stato Pontificio, per il privilegio che il pontefice disponeva, in quanto detentore dei diritti feudali sul Regno di Napoli.
Più propriamente, con tale nome si indicava la razza del cavallo bianco sulla cui groppa il Re di Napoli – e in molti casi il Principe Sanseverino di Bisignano – faceva pervenire al Papa a Roma la somma del tributo da pagare annualmente. Il nome della chinea derivava proprio da quello della razza dei cavalli (o muli da sella) bianchi, originari di Hackney in Inghilterra.
La cerimonia della chinea, fortemente simbolica del rapporto di vassallaggio, si svolse in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno di ogni anno. L’uso di versare il tributo alla Santa Sede ebbe inizio nel 1059 con i Normanni (Concordato di Melfi).
La chinea, invece, fu istituita da Carlo I d’Angiò, quale riconoscimento all’investitura del titolo di Rex Siciliae, attribuitogli da Papa Clemente IV ed era inizialmente triennale. Si svolse annualmente dal 1264 al 1788, anno in cui Re Ferdinando IV di Napoli non ottemperò all’omaggio. L’abolizione era già stata tentata, ma senza successo, nel 1776, dal Ministro degli Esteri Bernardo Tanucci, per motivi di ordine pubblico.
L’abolizione del tributo, ormai non più in essere da quasi settanta anni, fu riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede nel 1855, quando Re Ferdinando II delle Due Sicilie donò diecimila scudi per la costruzione del monumento all’Immacolata a Roma, inaugurato nel 1857, chiudendo così la lunga vertenza legale.

Foto di copertina: Giambattista Tiepolo, L’Immacolata Concezione, 1767-69, olio su tela, 281×155 cm, Museo del Prado, Madrid.
Il dipinto, terminato da Tiepolo nell’estate del 1769, è uno delle sette pale d’altare commissionate nel marzo 1767 da Carlo III, Re di Spagna, per gli altari laterali della chiesa di San Pasquale Baylón ad Aranjuez, allora in costruzione. La struttura era in origine un monastero francescano assegnato successivamente alle suore Concezioniste. Entrambi gli ordini promuovevano il culto dell’Immacolata Concezione. La tela di Tiepolo fu sostituita presto da una tela di Anton Raphael Mengs, gradita al Re e al suo confessore. L’opera è ora conservata al Museo del Prado a Madrid.
L’opera di Tiepolo rappresenta la Vergine, circondata da angeli, mentre viene incoronata con una corona di stelle e calpesta un serpente: rappresenta dunque la sua vittoria sul diavolo. I gigli e le rose sono riferimenti all’hortus conclusus, e simboleggiano l’amore di Maria, assieme alla sua verginità e purezza.
«La figura dell’Immacolata di Tiepolo è contraddistinta da dettagli che sono il risultato della sintesi dell’affermazione nel libro della Genesi: “Allora Dio disse al serpente… la sua discendenza ti schiaccerà la testa” e del testo apocalittico: “Una donna che sembrava vestita di sole, con una corona di dodici stelle in capo e la luna sotto i suoi piedi”. La veste argentata della Vergine intrisa di luce, emerge dall’ombra del manto, illustrando l’affermazione della donna vestita di sole. Lo spicchio di luna è soverchiato dalla sfera del mondo sopra la quale è simbolicamente ingaggiata una battaglia decisiva tra la Donna e il serpente, mentre le dodici stelle che formano una corona ruotante attorno al capo della Vergine sono il riconoscimento della vittoria, che di certo non può mancare. Il rimando delle allusioni fa sì che lo stesso serpente con il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male tra le fauci, accenni al “drago enorme” dell’Apocalisse» (Natale Maffioli).
Altri simboli tipici delle rappresentazioni mariane sono la colomba, le stelle intorno al capo, la luna crescente, il serpente calpestato, le mani giunte in preghiera e l’obelisco alla sua destra, i Cherubini, i gigli e una rosa, fiori spesso associati a Maria. La colomba in volo sopra la sua testa simboleggia lo Spirito Santo, mentre i gigli e la rosa sono i suoi simboli tipici: i primi rappresentano la sua purezza, la seconda è il simbolo di Maria, Regina del Cielo e della terra. La sua cintura rappresenterebbe la corda di San Francesco. Il globo simboleggia il mondo intero, mentre la luna crescente e la corona di stelle sono simboli tradizionali della “donna vestita di sole” (Virgo in Sole) descritta in Apocalisse 12,1-2. La luna è inoltre un antico simbolo di castità, derivato dalla dea romana Diana. Così come la luna riceve luce dal sole, la grazia di Maria deriva da Cristo, suo figlio. L’obelisco alla sua destra brilla di luce solare e allude ai simboli tradizionali legati all’Immacolata Concezione associati alla Torre di Davide e alla Torre d’avorio, evocando inespugnabilità e purezza. Il serpente calpestato da Maria ha una mela in bocca, e rappresenta il serpente del Giardino dell’Eden e il peccato originale. Un ramo di palma e uno specchio appaiono sotto i suoi piedi. La palma rappresenta la vittoria di Maria, mentre lo specchio è un ulteriore rimando alla sua purezza.
Questa rappresentazione dell’Immacolata Concezione si originò in Spagna a opera di Francisco Pacheco, divenendo poi popolare in tutta Europa.
