Il percorso culturale e formativo
della Delegazione della Lombardia
Nel corso degli ultimi anni, la Delegazione della Lombardia ha sviluppato un’attività culturale e formativa articolata in incontri mensili successivi alla celebrazione della Santa Messa, con la partecipazione di relatori competenti nei diversi ambiti trattati.
L’appuntamento dell’5 novembre prosegue questo ciclo di conferenze, che comprende approfondimenti di carattere generale e presentazioni dedicate a figure della Delegazione. Tali attività si inseriscono in un percorso che coniuga formazione, conoscenza e testimonianza dei valori Cristiani.
Tra gli incontri dedicati alla figura di San Giorgio e ai fondamenti spirituali dell’Ordine si ricordano San Giorgio: storia, culto e iconografia e La testimonianza Cristiana del Cavaliere oggi, che hanno posto in luce la dimensione religiosa e testimoniale dell’appartenenza Costantiniana.
Sono stati inoltre affrontati temi relativi alla formazione e all’identità cavalleresco-religiosa contemporanea, come nella conferenza La tradizione del Cavaliere Costantiniano nel terzo millennio: la prospettiva bifronte, nonché aspetti storico-istituzionali e giuridici, tra cui Le onorificenze della Casa Granducale di Toscana.
Ulteriori approfondimenti hanno riguardato l’araldica e la simbologia degli Ordini cavallereschi, come nell’incontro Elementi di araldica: storia, linguaggio e significato, e il ruolo della nobiltà nella società contemporanea, affrontato nella conferenza Nobiltà e società contemporanea: identità e ruolo.
A queste iniziative si affiancano percorsi formativi strutturati, destinati ai Postulanti, ai Cavalieri e alle Dame della Delegazione, volti a fornire una preparazione organica sui profili storici, istituzionali e religiosi dell’Ordine Costantiniano.
Approfondimenti
Armi «intelligenti» e sistemi autonomi
Tecnologia, responsabilità e limiti della guerra
Questa scheda di approfondimento offre un sintetico inquadramento del contesto tecnologico, giuridico ed etico nel quale si colloca il tema della conferenza «L’uso delle “Armi intelligenti” nei conflitti armati moderni». Senza anticipare i contenuti dell’incontro, intende fornire alcuni elementi utili per orientarsi nel dibattito sull’impiego di questi armamenti e sulle responsabilità connesse all’uso della forza.
La crescente integrazione di sensori, software e Intelligenza Artificiale negli armamenti pone interrogativi che superano la dimensione militare. Al centro del dibattito vi sono la protezione dei civili, il rispetto del Diritto Internazionale Umanitario e la necessità di conservare un controllo umano effettivo sull’uso della forza. Per comprenderne la portata occorre distinguere la precisione di un’arma dall’autonomia nella selezione e nell’attacco dei bersagli.
Che cosa significa «arma intelligente»
L’espressione «armi intelligenti», diffusa nel linguaggio giornalistico e militare, comprende tecnologie diverse e non identifica una categoria univoca. Può riferirsi a munizioni guidate, missili dotati di sensori, droni, sistemi di difesa automatizzati e armamenti che incorporano funzioni di Intelligenza Artificiale.
La distinzione essenziale riguarda le funzioni affidate alla macchina. Un sistema può navigare automaticamente o mantenere l’aggancio su un bersaglio già individuato dall’operatore senza per questo scegliere autonomamente che cosa attaccare. Anche un drone pilotato a distanza, quando la selezione dell’obiettivo e la decisione di colpire rimangono all’essere umano, non costituisce necessariamente un’arma autonoma.
Quando un sistema d’arma è autonomo
Secondo la definizione adottata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), i sistemi d’arma autonomi – indicati con la sigla inglese AWS, da Autonomous Weapon Systems – selezionano e attaccano bersagli senza un ulteriore intervento umano dopo l’attivazione.
Sensori e software confrontano le informazioni raccolte nell’ambiente con un profilo di bersaglio prestabilito: per esempio, determinate caratteristiche di forma, movimento o emissione termica. Il punto critico è che l’operatore può attivare il sistema senza scegliere il singolo obiettivo che sarà successivamente colpito.
La sigla LAWS, da Lethal Autonomous Weapon Systems, richiama specificamente la dimensione letale di tali sistemi. Autonomia e Intelligenza Artificiale, tuttavia, non coincidono: alcune armi autonome funzionano attraverso regole predefinite, mentre l’IA può essere impiegata in compiti che non comprendono la selezione e l’attacco dei bersagli.
Precisione tecnica e comprensione del contesto
L’integrazione tra sensori, capacità di calcolo e automazione può accelerare l’elaborazione delle informazioni e l’esecuzione di alcune operazioni. Non equivale, però, alla comprensione delle circostanze nelle quali viene esercitata la forza.
Riconoscere una sagoma non significa stabilire che essa rappresenti un obiettivo legittimo. Individuare una persona non permette, da solo, di comprenderne la condotta, riconoscere una resa o accertare una condizione di protezione. Analogamente, colpire con precisione il punto selezionato non garantisce che la scelta del bersaglio sia corretta.
Per questo il dibattito non riguarda soltanto l’affidabilità del riconoscimento automatico, ma la possibilità di prevedere e limitare gli effetti dell’arma in un ambiente mutevole, soprattutto quando sono presenti civili.
Le regole del Diritto Internazionale Umanitario
L’innovazione tecnologica non sospende le regole applicabili ai conflitti armati. Anche l’impiego dei sistemi autonomi deve rispettare il diritto internazionale umanitario.
Il principio di distinzione impone di distinguere gli obiettivi militari dalle persone e dai beni civili. Quello di proporzionalità vieta gli attacchi dai quali siano prevedibili danni incidentali ai civili eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso. L’obbligo di adottare precauzioni richiede tutte le misure concretamente possibili per evitare o ridurre tali danni.
Sono valutazioni legate alle circostanze del singolo attacco. La capacità di classificare un oggetto non esaurisce quindi il giudizio richiesto a chi pianifica, decide o conduce un’operazione. Il CICR sottolinea che l’impiego dell’IA deve consentire alle persone responsabili di esercitare questi giudizi, senza trasferirli a un algoritmo.
Chi risponde delle conseguenze
La domanda «chi è responsabile?» non può essere risolta attribuendo alla macchina una responsabilità morale o giuridica sostitutiva di quella umana.
Occorre distinguere la responsabilità internazionale degli Stati da quella delle persone, da accertare secondo le norme applicabili e le circostanze concrete. Non esiste una risposta automatica che individui sempre il comandante, l’operatore o il programmatore come unico responsabile.
La difficoltà consiste nel ricostruire decisioni, conoscenze e condotte lungo la catena che conduce all’impiego dell’arma. Sistemi opachi o scarsamente prevedibili possono complicare questa ricostruzione: comprenderne il funzionamento e documentarne l’utilizzo diventa quindi essenziale anche per accertare eventuali violazioni. L’autonomia tecnica non deve trasformarsi in uno spazio di irresponsabilità.
Un controllo umano effettivo
Conservare il controllo umano richiede più della presenza formale di un operatore. Occorre che questi possa comprendere le capacità e i limiti del sistema e valutarne l’impiego nelle condizioni previste.
Il CICR propone nuove norme internazionali vincolanti che vietino i sistemi autonomi dagli effetti insufficientemente prevedibili e quelli progettati o utilizzati per colpire direttamente le persone. Per gli altri chiede restrizioni riguardanti i bersagli, l’area geografica, la durata e le condizioni d’impiego, insieme a possibilità effettive di supervisione, intervento e disattivazione. Si tratta di proposte di regolamentazione, distinte dagli obblighi già vigenti.
La dignità umana come criterio
La questione etica rimane anche nell’ipotesi di un’elevata affidabilità tecnica: fino a che punto è accettabile affidare a un procedimento automatico una decisione che può determinare la morte di una persona?
La Nota Antiqua et nova, pubblicata il 28 gennaio 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, affronta espressamente l’impiego bellico dell’Intelligenza Artificiale. Al numero 100 richiama la necessità del giudizio morale umano e riprende l’ammonimento di Papa Francesco: «Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano».
Il criterio fondamentale resta dunque la tutela della persona: mantenere riconoscibile la responsabilità di chi esercita la forza, proteggere chi non partecipa alle ostilità e impedire che la velocità dei processi tecnologici sottragga spazio al discernimento e alla possibilità di fermarsi.
La Basilica di San Vittore al Corpo

La Basilica di San Vittore al Corpo, sede di una Parrocchia prepositurale, ha origini risalenti al IV secolo. Nella ricostruzione tradizionale della sua storia viene collegata alla Basilica Porziana, il cui nome deriverebbe da Porzio, ritenuto il fondatore. Secondo questa ricostruzione, l’edificio sarebbe sorto ampliando un precedente tempio imperiale dedicato a Ercole, divinità protettrice dell’Imperatore Massimiano.
La vicenda del martire Vittore si intreccia con quella dell’Imperatore: secondo la tradizione, Vittore era un soldato della guardia imperiale che, anziché abiurare la Fede Cristiana, affrontò il martirio fino alla decapitazione. Le tradizioni relative al luogo dell’esecuzione e alle vicende delle sue spoglie presentano versioni differenti.
Le reliquie del martire, restituite ai Cristiani, furono custodite nell’antica basilica e successivamente trasferite nel sacello di San Vittore in Ciel d’Oro, presso l’attuale Basilica di Sant’Ambrogio. Tornarono poi a San Vittore al Corpo per opera dei Benedettini e, nel 1576, trovarono collocazione nell’altare della ricostruita Basilica olivetana.
La Basilica è indicata anche con gli appellativi «vetus», in riferimento alla sua antichità, ed «extramurana», per la sua originaria ubicazione fuori dalle mura cittadine. La denominazione «al Corpo» viene tradizionalmente ricondotta alla presenza delle spoglie del martire; un’altra interpretazione la collega alla vicinanza dell’antico mausoleo imperiale, successivamente noto come rotonda di San Gregorio.
Nel 1507 la basilica fu ceduta agli Olivetani, che ne entrarono definitivamente in possesso nel 1542. Questo passaggio seguì un periodo di declino della comunità benedettina, che nel 1466 risultava ridotta a soli due monaci, e segnò l’inizio di una nuova stagione nella vita spirituale e artistica del complesso.
La Congregazione olivetana, fondata da San Bernardo Tolomei tra il 1313 e il 1319, ebbe il proprio centro a Monte Oliveto Maggiore, presso Siena, e si diffuse successivamente anche in Lombardia, dove fu presente a Santa Maria di Baggio intorno al 1400.
L’arrivo degli Olivetani a San Vittore favorì il rinnovamento della vita spirituale e culturale della basilica. I monaci avviarono la ricostruzione della chiesa, ormai in condizioni di grave degrado, e la realizzazione di un complesso monastico ispirato alle forme e alla cultura artistica del Rinascimento.
La posa della prima pietra della nuova chiesa risale al 1560, mentre il grande monastero risultava compiuto nel 1598. Le risorse della Congregazione permisero di realizzare un edificio di notevole valore artistico, la cui costruzione comportò tuttavia la perdita di parti dell’antico complesso, compresa la vicina rotonda di San Gregorio.

La basilica presenta sei cappelle per ciascun lato. La prima a destra è dedicata a San Martino e custodisce la pala San Martino riceve il mantello da Cristo in gloria, opera del pittore alessandrino Giuseppe Vermiglio. Il dipinto fu trasferito nella basilica dalla chiesa omonima, demolita nel 1788.
