La Delegazione Lombardia onora il Beato Matteo Carreri, protettore di Vigevano

Una rappresentanza della Delegazione della Lombardia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, guidata dal Delegato, Dott. Ing. Gilberto Spinardi, Cavaliere Gran Croce di Merito, ha partecipato domenica 12 ottobre 2025 presso la chiesa di San Cristoforo in San Pietro Martire a Vigevano al solenne Pontificale in onore del Beato Matteo Carreri, presieduto alle ore 11.00 dal Vescovo di Vigevano, S.E.R. Mons. Maurizio Gervasoni. L’animazione liturgica è stata curata dal Coro della Cattedrale, diretto da Don Paolo Lobiati, Cappellano di Merito. Il Beato Matteo fu nel suo tempo un incisivo ed eloquente predicatore della parola di Dio, noto per la sua devozione per la Passione di Cristo. Svolse la sua missione in Lombardia, Toscana, Liguria e Veneto, regioni che furono scosse dalla sua ardente parola e dai prodigi che l’accompagnavano. Essendo il patrono di Vigevano Sant'Ambrogio, il Beato Matteo Carreri per volontà popolare dal 27 marzo 1518 è il protettore della Città ducale. Questo titolo riflette la devozione popolare e il legame spirituale che i Vigevanesi hanno con lui, distinto dalla figura del patrono. Il Beato Matteo è il portatore di un messaggio di Fede attuale anche nell’oggi. Questo è il messaggio, che il Vescovo di Vigevano ha rivolto alla Città con la sua omelia durante il solenne Pontificale.
Beato Matteo Carreri

Fumi di caldarroste, rulli di tamburi e i figuranti in pesanti abiti rinascimentali del XLIV Pallio delle Contrade che celebra con Francesco I Sforza, Biancamaria Visconti e la Corte Ducale la festa in onore del Beato Matteo Carreri, hanno accolto il Vescovo di Vigevano, S.E.R. Mons. Maurizio Gervasoni, accompagnato dal Sindaco Andrea Ceffa, dalla Municipalità, dalle Autorità civili e militari, come un tuffo in un altro tempo, in un’altra Vigevano, un viaggio attraverso i secoli che, ogni anno, rivive durante la festa del “biat Matè”.

Alla solenne celebrazione del Pontificale in onore del Beato Matteo, alla presenza del Sindaco e della Municipalità, e delle Autorità civili e militari, hanno partecipato anche i figuranti delle dodici contrade storiche, dando un segno visibile dell’unità della comunità intorno al suo Protettore.

La vera salvezza è solo nell’amore di Dio
e l’amore di Dio non è manipolabile

Nella sua omelia, Mons. Maurizio Gervasoni ha riflettuto innanzitutto sul concetto della purificazione, commentando il passo del Vangelo proclamato, che vede Gesù purificare dieci lebbrosi. «Quando questi uomini vengono purificati solo uno torna indietro a ringraziare e solo per lui Gesù usa la parola “salvato”», ha sottolineato Mons. Gervasoni. Una differenza importante, soprattutto in un contesto, come quello dell’epoca di Gesù, in cui la malattia non era considerata tanto una questione sanitaria, quanto di fede. La lebbra è una malattia che ha a che fare con la purificazione, senza la purificazione non si ha accesso ai luoghi sacri. Occorre quindi non solo la purificazione ma l’incontro con Dio altrimenti la sola purificazione non basta.

«La lebbra era vista come una manifestazione esterna del peccato, un segno dell’impurità», ha proseguito Mons. Gervasoni. Per quanto l’intervento di Cristo li abbia purificati, «per la salvezza non bastano le pratiche religiose: serve l’incontro con Dio». Come quello avvenuto con l’unico dei malati tornato indietro a ringraziare: «Lui si è sentito amato da Dio». Riconoscere l’amore di Dio, insomma, è il modo con cui si sa se si è salvato.

Il lebbroso è stato salvato dalla sua fede perché è tornato a lodare Gesù ed a ringraziarlo, è tornato ad incontrare Dio. Lui è tornato a ringraziarlo perché ha capito che la sua guarigione non poteva che essere opera di Dio. Amato da Dio restituisce il bene ricevuto in una immagine di Grazia, questa è la salvezza di Dio.

Come facciamo a sapere di essere salvati da Dio? Per Gervasoni, «la nostra risposta deve essere la totale disponibilità. Questa è la fede, che si manifesta nella carità, nello stupore di fronte a essa. Solo Dio può essere la causa, solo Dio può essere lo scopo», ha proseguito Mons. Gervasoni, che però avverte anche di come un amore così gratuito possa «non essere riconosciuto, e ciò può causare sofferenza».

Il Vangelo di Luca si fa portatore di un messaggio potente, spiega Mons. Gervasoni: «L’amore di Dio non è manipolabile. È gratuito e l’uomo non lo può manovrare, nemmeno praticandolo lui stesso». L’amore di Cristo, che può non essere richiesto o anche perseguitato, se moriamo per Lui con anche Lui vivremo. La dimensione della sofferenza anche a causa della testimonianza del bene sottolinea la gratuità divina dell’amore. Una dimensione della sofferenza che però «dimostra l’assoluta disponibilità all’amore di Dio».

Ed è questo, ha spiegato Mons. Gervasoni, che ha fatto il Beato Matteo. «Non siamo qui a venerate il Beato perché era un grande politico, un grande militare, un grande insegnante. Lo veneriamo perché si è lasciato configurare da questo crocefisso e ha chiesto agli altri di fare lo stesso».

Un messaggio reso ancor più vivo dalla Supplica al Beato Matteo, recitata da Mons. Gervasoni con tutti i fedeli al termine del Solenne Pontificale, amplificando il ruolo del Beato Matteo Carreri come protettore non solo della Città, ma anche del suo cuore, della sua fede:

«O glorioso Beato Matteo, le ultime tue parole, prima di concludere la vita terrena, sono state una promessa: che avresti pregato sempre per la tua cara Vigevano. Ascolta ora la nostra supplica: difendici da ogni male, come hai sempre fatto per le generazioni che ci hanno preceduto.
Tu vedi quante difficoltà e pericoli incontra oggi la nostra Fede: non permettere mai che perdiamo un dono cosi necessario e prezioso.
La tua vita è stata una continua offerta per la gloria di Dio e per il bene dei fratelli, pronto anche a perdere la tua libertà per quella degli altri: fa’ che Vigevano, come comunità da te amata, splenda sempre per l’amore a Cristo Salvatore e per le opere della carità e della solidarietà.
Tu che hai ricevuto la grazia di entrare profondamente nel mistero di Gesù crocifisso, fa’ che anche noi lo adoriamo e in lui riponiamo la nostra fiducia e da lui accogliamo la volontà del Padre e il dono del suo Spirito: i nostri non siano cuori di pietra ma cuori di carne, cuori purificati da ogni egoismo e accesi di viva carità.
O glorioso Beato Matteo, il tuo nome è caro e benedetto in questa nostra Città. Per questo ti preghiamo: fa’ che possiamo un giorno essere anche noi beati con te in Paradiso, nella casa del Padre e di tutti i suoi figli.
Amen».

Il Beato Matteo Carreri

Il Beato Matteo Carreri nasce a Mantova nel 1420 nella nobile famiglia Carreri di Mantova, con il nome di Gianfrancesco. Prese il nome di Matteo entrando nel 1440 nel convento domenicano di Santa Maria degli Angeli, presso la città natale. Visse e morì a Vigevano nel convento dei Domenicani attiguo alla chiesa di San Pietro Martire, lasciando un segno indelebile nella devozione popolare. La sua morte, avvenuta il 5 ottobre 1470, fu accompagnata da numerosi miracoli e conversioni, che rafforzarono il legame con i Vigevanesi.

Il suo corpo è venerato nell’oscurolo, la cripta sotto l’altare maggiore della chiesa di San Pietro Martire dell’attiguo convento in cui è vissuto.

Nel 1482 Papa Sisto IV permise la traslazione del corpo e il culto. Papa Benedetto XIV il 23 settembre 1742 concesse al clero di Mantova e Vigevano, e a tutto l’Ordine Domenicano di celebrarne l’ufficio, e il 3 agosto 1750 concesse l’orazione e lezioni proprie nel breviario.

Il Beato Matteo Carreri va annoverato tra i religiosi che nel XV secolo più strenuamente si affaticarono per la salute delle anime e per la riforma dell’Ordine Domenicano. Combatté senza posa la profanazione dei giorni festivi e i divertimenti illeciti. Portò uno spirito nuovo nei vari conventi, specialmente in quello di Soncino, in cui nel 1463 introdusse una riforma completa.

Curò molto il Terz’Ordine e vi fece sbocciare quel mirabile fiore di santità, che fu Luchina da Soncino. Bramò di gustare, prima di morire, qualche goccia della Passione del Salvatore, e l’ottenne. Il Crocifisso gli apparve e, trapassandogli il cuore con un acuto strale, lo assicurò del premio vicino.

Trascorse la sua esperienza di vita religiosa e sacerdotale soprattutto nell’impegno della predicazione itinerante. La sua parola, carica di fascino spirituale, risuonò in molte regioni dell’Italia centro-settentrionale, suscitando consenso ed entusiasmo, e inducendo molti alla conversione. La sua spiritualità e la sua fervente predicazione avevano come fulcro il mistero della Passione di Cristo.

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