L’Abbazia di San Martino al Cimino ha ospitato per la prima volta il concerto della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”, evento di punta delle celebrazioni per l’VIII centenario della consacrazione (1225-2025). Il coro, composto da 24 adulti e 30 fanciulli, i Pueri Cantores che costituiscono la sezione delle “voci bianche”, ha proposto un repertorio dedicato ai grandi protagonisti della musica sacra, tra cui Pierluigi da Palestrina, Lorenzo Perosi e Domenico Bartolucci, figure legate alla tradizione musicale del coro.

L’evento – promosso dalla Diocesi di Viterbo e dall’Abbazia di San Martino al Cimino, in collaborazione con la Fondazione Bartolucci, e con il patrocinio del Comune di Viterbo e della Provincia di Viterbo – si è configurato non solo come un evento artistico di alto livello, ma anche come un’occasione per valorizzare il territorio e riscoprire, attraverso la bellezza della musica, il significato più autentico della tradizione liturgica.







La serata è stata aperta con il saluto del Parroco, Don Fabrizio Pacelli, che ha evidenziato il carattere unico del concerto, ricordando come da molti anni l’abbazia non ospitasse un’esecuzione di tale livello. Ha osservato come l’evento significasse un momento storico per la comunità, anche in virtù dell’acustica e dell’architettura della chiesa, pensata proprio per accogliere il canto sacro.
Dal punto di vista culturale, il concerto si inserisce nella missione di diffusione della musica sacra portata avanti dalla Fondazione Bartolucci, che, come ha ricordato il Segretario Generale, Dott. Alessandro Biciocchi, promuove questo patrimonio anche in contesti concertistici internazionali. Il programma, curato nei dettagli, ha richiamato inoltre il Tempo pasquale, offrendo un’esperienza musicale e spirituale di grande intensità. Nella sua introduzione ha ricordato la missione principale del coro che è quella di accompagnare le liturgie del Papa. Quindi, è la più alta coralità della Chiesa Cattolica e una delle poche istituzioni ancora legate a questo tipo di diffusione della musica sacra. E organizzare un concerto della Cappella Musicale Pontificia Sistina come Fondazione Bartolucci dà l’opportunità di continuare la missione del Maestro che ha diretto il coro per quasi cinquant’anni. Bartolucci è stato il primo ad aprire le porte del coro a un’attività concertistica internazionale, portando la Cappella Sistina nel mondo.
Nella prima parte del concerto sono stati eseguiti: O beatum pontificem (Canto gregoriano); O quantus luctus (Giovanni Pierluigi da Palestrina); Veni, dilecte mi (Giovanni Pierluigi da Palestrina); Cantate Domino (Lorenzo Perosi); O sanctissima anima (Lorenzo Perosi); Exsultate Deo (Domenico Bartolucci); O sacrum convivium (Domenico Bartolucci).
Quindi, il Vescovo di Viterbo, S.E.R. Mons. Orazio Francesco Piazza ha definito l’evento un’apertura “straordinaria” delle celebrazioni, sottolineando il valore della musica liturgica come espressione profonda del legame tra Fede e vita. Ha ricordato oltre alla bellezza dell’abbazia, presto in restauro, anche i prossimi eventi che faranno da cornice ai festeggiamenti dell’Ottocentenario dell’abbazia.
Nella seconda parte del concerto sono stati eseguiti: Ave Maria (Tomas Luis de Victoria); Coeli enarrant gloriam Dei (Domenico Bartolucci); Super flumina Babylonis (Domenico Bartolucci); Oremus pro Pontifice (Lorenzo Perosi); Pater noster (Giovanni Pierluigi da Palestrina); Exsultate iusti (Domenico Bartolucci).
Martedì 11 novembre 2025, in occasione dell’apertura ufficiale delle celebrazioni per l’VIII Centenario (11 novembre 2025-11 novembre 2026) della Consacrazione dell’Abbazia di San Martino al Cimino, su invito della Diocesi di Viterbo ha partecipato una rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, ha partecipato anche alla solenne ed austera celebrazione della Santa Messa nella memoria liturgica di San Martino di Tours, presieduta da S.E.R. Mons. Orazio Francesco Piazza.



San Martino al Cimino
La Consacrazione della chiesa abbaziale risale al 1225, quando, pur con i lavori ancora in corso, il Cardinale Raniero Capocci, Vescovo di Viterbo, ne sancì l’apertura al culto su mandato di Papa Onorio III, sebbene il completamento dell’intero complesso monastico cistercense, inclusi il Chiostro, il Refettorio, la Sala Capitolare, la Biblioteca e l’Infermeria, un forno e di altri laboratori, si sia protratto fino alla fine del secolo successivo.
Le origini del complesso, tuttavia, sono molto più antiche: la prima menzione di una “Ecclesia Sancti Martini in Monte de Viterbio” compare già nell’anno 838 in un documento. In quel periodo il cenobio ospitava una comunità di monaci Benedettini provenienti dall’abbazia di Farfa. Diversi Abbati di San Martino in Cimino sono menzionati in documenti del XI secolo.
Nel XII secolo Papa Eugenio III, egli stesso Cistercense, affidò il monastero ai monaci del suo Ordine, provenienti da Saint Sulpice.
Nel 1207 Papa Innocenzo III rafforzò la piccola comunità inviando altri monaci da Pontigny, una delle abbazie madri dei Cistercensi, con l’incarico dello sviluppo agricolo della regione, e contribuì alla sua rinascita con donazioni e le terre sul versante meridionale dei monti Cimini attorno al lago di Vico, a sud di Viterbo. Fu sotto l’Abate Giovanni II, detto “Pontiniaco”, tra il 1216 e il 1232, che, con l’appoggio del Cardinal Capocci, iniziarono i lavori di ampliamento della chiesa e dei locali monastici.
Nel corso dei secoli, l’abbazia conobbe alterne vicende: momenti di splendore e di crisi, saccheggi, restauri, commende pontificie. Già nel 1379 stava per essere abbandonata a causa della mancanza di nuove vocazioni. Nel 1426 non vi rimasero più che due monaci. L’interesse personale di Papa Pio II (1458-1464) e della famiglia Piccolomini, dalla quale egli proveniva, fece sì che venissero intrapresi alcuni lavori di restauro, il che fece ben sperare, ma queste attività non ebbero seguito. Nel 1564 gli ultimi monaci lasciavano l’abbazia, i cui beni, a seguito della chiusura, entrarono a far parte del patrimonio della Santa Sede.

San Martino al Cimino, borgo aereo di affascinante bellezza a 561 m.s.l.m., deve la sua attuale conformazione urbanistica alla sua erezione a principato ad opera di Papa Innocenzo X, che ne investì la vedova di suo fratello, Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj.
Nel 1645, quando con Papa Innocenzo X salì al potere a Roma la famiglia Pamphili, la chiesa di San Martino ormai in rovina, ritrovò una nuova vita. Le “terre di San Martino” furono cedute alla potente cognata del Papa, che trasformò l’antico insediamento cistercense nel fulcro di un nuovo borgo principesco. Assecondata da grandi architetti (fece intervenire anche Francesco Borromini da Roma), restaurò completamente la chiesa aggiungendovi due torri come contrafforti.
Nel 1652 fece costruire da vari maestri, tra cui il Bernini, un palazzo di grandi dimensioni sulle rovine delle strutture monastiche. Attorno all’abbazia nacque un piano urbanistico coerente e scenografico, tipico del barocco romano, affidato all’Architetto militare Marcantonio de’ Rossi e al Padre Virgilio Spada, sotto la supervisione di Francesco Borromini. San Martino al Cimino divenne così un piccolo gioiello architettonico e sociale, con delle mura perimetrali, delle porte e delle abitazioni, non dimenticando altre strutture pubbliche quali lavatoi, forni, macelli, teatro e piazza pubblica. Non pare che avesse intenzione di fare appello ai monaci. Della vecchia abbazia cistercense non rimane che qualche elemento: la parte absidale ed il transetto della chiesa, una modesta porzione del chiostro e qualche lembo della Sala Capitolare e dello Scriptorium.
Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj morì di peste nel 1657 e la sua salma venne inumata nel coro della chiesa abbaziale, dove una lapide in marmi policromi ne conserva la memoria.
Dopo la morte dell’ultimo Principe Girolamo Pamphilj, nel 1760, l’abbazia entrò nelle proprietà dei Doria Pamphilj, che nel Novecento la donarono alla Diocesi di Viterbo. Con la Bolla Ad maius christiani di Papa Pio XI del 2 maggio 1936, l’abazia di San Martino che fu territoriale, è stata unita in perpetuo alla Diocesi di Viterbo, con il titolo di abate per il vescovo ordinario. Nel 1986, Papa San Giovanni Paolo II confermò l’unione estintiva con la nuova Diocesi di Viterbo.
Lo status odierno della chiesa di San Martino, che aveva recuperato il titolo abbaziale nel XVII secolo, senza tuttavia che vi ritornassero i monaci, è quello di chiesa parrocchiale facente capo alla Diocesi di Viterbo. Il Palazzo Doria Pamphilj ospita oggi alcuni corsi dell’Università degli Studi della Tuscia e la sede dell’Azienda di Promozione Turistica di Viterbo.
Al suo interno pregevoli sale affrescate, saloni con ricchi soffitti lignei, fregi in affresco, una notevole scala in peperino e un camino monumentale.
