La devozione alla Madonna del Rosario di Piansano

È naturale che quando si dice Madonna del Rosario si pensa subito a Pompei e al suo santuario. Ma non a Piansano: per i Piansanesi non esiste altra Madonna, altro santuario. C’è solo Lei, che li guarda dalla sommità dell’altare dove magicamente vola quel venerdì sera e li assiste tutto il resto dell’anno dalla sua nicchia al centro della navata laterale destra della chiesa parrocchiale, che se anche è dedicata a San Bernardino, patrono del borgo, è però la sua chiesa, la sua casa. Qui c’è il suo altare, sorretto da angeli genuflessi in bronzo dorato; e incavata nel muro sotto un arco la sua sede: da qui volgendo verso i Piansanesi le sue mani li offre benedizioni, sorreggendo con la destra il Bambino e con la sinistra un rigoglioso mazzo di rose. Per cui non c’è meraviglia se la sera del venerdì della festa i Piansanesi sono tutti lì, accalcati tra le mura della chiesa, e anche fuori, impazienti di vederla, incontrarla. Se uno dei Piansanesi non può essere stato fisicamente presente la sera del venerdì della festa nella chiesa ove da almeno tre secoli assistono con gli occhi ammirati e la mente rapita alla magica ascesa della Madonna del Rosario, sicuramente era lì con il cuore e con l’anima.
Madonna del Rosario di Piansano

La devozione dei Piansanesi alla Madonna del Rosario affonda le radici nel medioevo. È certo che già nel 1422 l’altare maggiore dell’angusta chiesetta parrocchiale avesse la doppia dedica al santo patrono e alla Madonna del Rosario.

La statua della Beata Vergine del Rosario fu commissionata dal Don Nicolò Fanti nel 1711. Il corpo è di legno imbottito mentre la testa e le mani sono di cartapesta. Nell’interno della testa vi è una iscrizione che attesta che il lavoro fu eseguito da Suor Maria Regina Conelli con l’aiuto di Suor Maria Serafini, sua zia, entrambe monache del monastero di Santa Maria Maddalena a Monte Cavallo a Roma.

Posto il simulacro sull’altare maggiore della chiesa, si diffuse la notizia della presenza in Piansano di una statua miracolosa della Madonna. La tradizione vuole che orde di fedeli, provenienti dai paesi limitrofi, si recassero ai piedi della Vergine con i cari malati, per chiedere grazie e favori che puntualmente venivano esauditi.

Nel gennaio 1863 il Vicario Foraneo Don Vincenzo Fabrizi, guarito miracolosamente da un ictus dopo che si era rivolto alla Beata Vergine del Rosario, sollecitato dal popolo e dal Cardo Parracciani Clarelli, già vescovo di Montefiascone (1844-1854), inoltrò istanza al Vescovo di Montefiascone, Mons. Luigi Jona supplicandolo di provvedere affinché il Capitolo Vaticano concedesse l’onore della corona aurea alla Madonna del Rosario in conformità a quanto disposto dal Conte Alessandro Sforza, che aveva lasciato 71.000 scudi a titolo di legato alla Basilica Vaticana affinché, con i frutti prodotti da tale capitale, ogni anno si incoronasse una immagine miracolosa della Beatissima Vergine.

Il 26 settembre 1863, tali onori vennero accordati. Fu così che il 4 ottobre 1863 la Sacra Immagine venne incoronata, con le corone auree donate dal Capitolo Vaticano, da Mons. Jona al termine di una solenne Messa che vide radunato tutto il popolo di Piansano. In tale occasione, per la processione, venne inaugurata la nuova macchina processionale dalle linee gotiche.

Il Cardinale Parracciani Clarelli trasmise al Parroco Don Fabrizi, la Bolla con la quale in Papa Pio IX concedeva l’indulgenza plenaria in occasione dell’incoronazione. Il 14 marzo 1867, lo stesso Papa Pio IX, accogliendo le istanze del Clero e del Popolo di Piansano, elevava la festa al grado di “Solennità di 1° classe con Ottava”.

È ampiamente documentato dagli ex-voto e dai donativi in preziosi, la profusione di grazie elargite dalla Madonna del Rosario ai suoi figli. Grazie non solo di ordine materiale, evidenti nelle guarigioni, ma anche e soprattutto spirituali. Sono testimonianze che ci parlano del profondo legame che si è instaurato tra la comunità piansanese e la Madre Celeste e che in tale vincolo rafforza e ritrova la propria identità comune e rinsalda la fede e il sentimento religioso.

L’appuntamento più solenne della tradizione piansanese è rappresentato dall’Ascesa della Madonna, il venerdì antecedente alla prima domenica di ottobre. Dalle fonti sappiamo che fino al 1855 la statua percorreva semplicemente la navata, trasportata dai sacerdoti tra la folla osannante. Nel 1856 venne realizzata quella che i piansanesi chiamano la macchina, probabilmente influenzati da quella più famosa di Santa Rosa da Viterbo.

Un certo fermento si avverte per le vie del paese fin dal pomeriggio. Chi si trova a passare a Piansano può notare gruppetti di donne, perlopiù anziane, che a due e a tre, a braccetto e a passo veloce si dirigono in giù, verso la chiesa. Sono le “avanguardie”: si avviano con ore di anticipo per potersi assicurare un posto a sedere. Seguono singoli, coppie, intere famiglie. Una piccola folla si riversa nel borgo vecchio, tanto più fitta quanto più l’ora si approssima.

La cerimonia non ha un vero e proprio inizio: i fedeli, che a poco a poco si raccolgono nel tempio, recitano spontaneamente ad alta voce il Rosario. Una volta due volte… finché il Parroco e i chierici si uniscono alla preghiera. Intanto intorno all’altare si nota un certo fermento: vengono rimosse le stupende composizioni floreali e la croce, si spostano i grandi candelabri… È giunto il momento: gli animi, già fortemente eccitati dalla ripetuta recita del Rosario, prorompono nel canto liberatorio delle litanie lauretane. E tutti volgono lo sguardo lassù, verso l’alto, sulla sommità dell’altare dove è già posizionata la splendida macchina, che accoglierà la Madonna.

Gli addetti alla macchina intanto proseguono le operazioni: dispongono obliquamente sull’altare due lunghe e resistenti travi di legno che vanno a incastrarsi con quelle che in alto sorreggono il baldacchino. Il popolo accompagna ininterrottamente con il canto la preparazione della struttura su cui la macchina scenderà, fino a posarsi a terra. Dopo le litanie è la volta dei canti popolari mariani, un vero giacimento di fede, devozione, cultura e tradizione. Non vi è un ordine preciso: l’organista attacca il motivo e tutti lo seguono. Non vi sono schemi, scalette, testi distribuiti tra i banchi: tutto è assolutamente spontaneo. Il canto che si eleva dal popolo riempie le volte della chiesa e si propaga sul sagrato, ormai affollatissimo. Si invoca la Vergine Madre con le espressioni di fede e poesia che generazioni di musicisti, autori, poeti hanno elaborato e i nostri avi tramandato.

“Andrò a vederla un dì…” intima aspirazione di ricongiungersi a Lei nella pienezza della visione celeste. “Mira il tuo popolo o bella Signora…” invocazione filiale di aiuto, protezione e intercessione. “Madonna del Rosario è dolce esser tuo figlio…” espressione di fiducioso abbandono al materno suo amore. “Bella tu sei qual sole, bianca più della luna…” desiderio di perdersi nella sua abbagliante e candida visione. “O Vergine divina, Vergine tutta santa il popolo ti canta inginocchiato qui…” riconoscimento della sua maestà ultraterrena. E poi il suo inno trionfale, quello che fino a pochi anni fa si evitava di cantare perché troppa era la commozione che induceva nei cuori, troppe le lacrime che muoveva ai suoi figli: “Spunta nel cielo una stella, gioia e conforto sei tu…”.

Ecco la macchina si muove, lentamente inizia la discesa, all’inizio quasi impercettibile: solo il lieve scostarsi dei paramenti liturgici che rivestono la base su cui poggia il trono processionale, solo lo scricchiolio stridente delle corde tese che si distendono rilasciate dagli argani posti dietro l’altare fa intendere che il magico momento si sta rinnovando. Tutti guardano assorti con occhi di bambino il ripetersi di un evento che da secoli non cessa di stupire. Il tempio è illuminato a giorno, non una delle luci che lo rivestono oggi è spenta: dai grandi lampadari a goccia di cristallo che sovrastano il presbiterio al più modesto dei lumi, foss’anche una semplice bugia devozionale. Tradizionalmente questo è l’unico giorno dell’anno in cui ciò avviene.

Quando la macchina – anch’essa accesa da una fitta teoria di lampadine che ne incorniciano il profilo – si posa lievemente a terra, la cerimonia entra nella sua fase di più intensa partecipazione, non solo spirituale. Una piccola processione di ecclesiastici, guidata dal celebrante e con al seguito sacerdoti e chierici, scende dall’altare e percorrendo la navata centrale si dirige verso una piccola sacrestia situata nei pressi dell’ingresso sinistro del tempio, quello tradizionalmente riservato agli uomini. Il semplice corteo è preceduto dai “sacramenti”, ovvero gli accoliti della Confraternita del Santissimo Sacramento nel loro tradizionale saio bianco legato in vita e mozzetta rossa con scudetto argenteo. Giunti davanti alla sacrestia, facendosi largo tra la ressa degli astanti, “i sacramenti” si dispongono a lato per aprire la strada gli ecclesiastici che, aperta la porta, vi si introducono. Seguono istanti di palpitante attesa.

La stanza è aperta, ma nessuno può vedere l’interno, perché tutti sono posti di lato; solo i confratelli, posti di fronte, hanno questo privilegio. Dalla sacrestia si odono rumori stridenti. La porta è talmente piccola e stretta che la sacra statua per potervi passare deve essere posta a terra e fatta strisciare sul pavimento. Nel frattempo, il popolo prosegue i suoi canti che ininterrottamente faranno da colonna sonora a tutta la cerimonia Ecco apparire sulla soglia, tra i montanti e l’architrave, l’abbagliante visione, così come un giorno dovette avvenire a Bernardette e alle sue compagne. Esplode irrefrenabile il grido di giubilo: evviva Maria! Si trasmette come un moto ondoso di bocca in bocca, di cuore in cuore e i suoi echi si perdono tra le sacre volte. Altre voci, in prossimità dell’altare, lo riprendono e lo rimandano.

Sostenuta dai suoi portantini, la Virgo Fidelis maestosa si immette sulla navata centrale, mostrando il celeste manto, fittamente intessuto di filamenti d’oro e riverso sul trono sul quale è assisa. Passa in mezzo alla folla, ai suoi figli, che cantano le sue lodi e non distolgono da lei lo sguardo. Elevano le mani per sfiorare il venerato manto, carezzare il glorioso trono, almeno toccare il bordo della veste… come fece lo storpio che Gesù risanò per aver dimostrato la sua fede. In cuor loro pregano, a lei si affidano, presso di lei intercedono, poi nuovamente in una sola voce prorompono: viva Maria! È il grido che costantemente si ripete e accompagna il suo percorso trionfale finché, posta sul baldacchino, inizia la sua ascesa, governata da secoli dall’ingegnoso e antico meccanismo, fino a raggiungere la sommità del tempio, in alto, sull’altare. Solo allora cessano i canti, solo allora il celebrante riconquista la parola e insieme ai fedeli eleva la tradizionale supplica: “Noi ci rivolgiamo a te, Vergine Santa del Rosario. A te affidiamo…”

Invero non si può immaginare cerimonia più solenne e interiormente vissuta della processione della Madonna del Rosario a Piansano, la prima domenica di ottobre. Fin dal primo mattino il clima di festa pervade gli animi e si riversa nell’aria. La solenne Santa Messa è concelebrata da numerosi sacerdoti: non mancano mai i vecchi parroci, che rimangono inevitabilmente legati ai toccanti riti che hanno officiato; neppure i sacerdoti originari del paese, se possono, perdono l’occasione. Sfavillio di luci, colori, preziosi paramenti liturgici che rivestono i celebranti e addobbano gli altari, l’organo, il coro: la chiesa è magnifica. Il momento culminante è naturalmente quello della discesa della Madonna: una volta a terra, tra le grida di giubilo degli astanti, la macchina viene sollevata a spalla dai “portantini” per esser portata in processione. Questi ultimi, uomini di ogni età ma perlopiù maturi ed anche anziani, indossano una stola candida con fascia celeste e monogramma mariano e si assumono il gravoso onere di trasportare per vari chilometri il pesante baldacchino.

All’uscita dalla chiesa, così come era successo il venerdì nella piccola sacrestia, la macchina, che in considerazione delle sue dimensioni non potrebbe certo passare attraverso la porta del tempio sulle spalle dei portantini, viene posta a terra, girata di lato e “strisciata” fin sul sagrato dove, nuovamente innalzata, inizia il suo percorso processionale. C’è subito da affrontare “la salita della chiesa” che con il suo notevole dislivello potrebbe impensierire i portatori che devono anche destreggiarsi nelle strette vie del centro storico per non urtare le festose luminarie. Giunti sulla piazza, la processione assume la conformazione che manterrà per tutto il resto del percorso. I devoti, suddivisi su due lunghe file parallele, aprono il corteo uniti nella preghiera e nel canto; seguono gli sbandieratori, la banda musicale, i membri delle confraternite nella loro caratteristica divisa, le autorità religiose con in testa il celebrante avvolto nei paramenti liturgici, i coadiuvanti, i chierici.

La Madonna in trono avanza lentamente lungo il borgo, con al seguito un grandioso concorso di popolo che riempie e occupa l’intera via. Subito dietro sfilano le penitenti, talvolta scalze: si tratta di un folto gruppo di donne, perlopiù mature o anziane, che portano in processione un grande cero, scomodo e pesante, sorreggendolo obliquamente al petto con le mani protette da un fazzoletto, per evitare che scivoli. Con questa particolare forma di devozione, tradizionalmente riservata alle sole donne, si intende sciogliere o propiziare un voto. Si vuole cioè ringraziare la Vergine per aver ricevuto una grazia o ci si affida al suo amore materno per ottenerla.

Portare il cero non è un atto devozionale occasionale o estemporaneo: chi decide di farlo assume solitamente l’impegno per tutta la vita, o almeno finché ne ha la forza. È anche segno di grande umiltà: si procede a testa bassa, sotto gli occhi di tutti. Ci si espone: in un piccolo centro le vicende personali e private, specie quelle legate ad eventi negativi quali malattie o rovesci famigliari, non sono mai così riservate. Portare il cero può costituire, agli occhi degli astanti, una conferma o un’ammissione di vicende o problemi che, seppur difficili da celare, spesso si preferisce involgere in un velo di pudore.

Dopo aver percorso le vie del borgo, con la stessa solennità il lungo corteo volge al ritorno. Una volta rientrati nella chiesa parrocchiale i portantini possono sgravarsi del peso, posando la macchina sul supporto ai piedi dell’altare. La sacra effigie della Vergine, circonfusa di luce, può così spiccare nuovamente il volo fin sulla sommità.

La Madonna del Rosario nel suo trono processionale resta trionfalmente esposta per un’intera settimana, durante la quale sarà costante oggetto di devozione e preghiera. La domenica successiva, nel pomeriggio, durante una cerimonia lontana dai clamori del “venerdì della festa”, ma non per questo meno partecipata, avrà luogo la “reposizione”: davanti a un’assemblea ecclesiale composta quasi esclusivamente da donne, scenderà per l’ultima volta dall’altare per esser nuovamente riposta nella piccola sacrestia, prima di raggiungere la sua tradizionale sede nella cappella della navata destra, dove resterà per un intero anno. Fino al sopravvenire di quel magico venerdì.

Piansano

Piansano è un piccolo comune dell’Alto Lazio, in Provincia e Diocesi di Viterbo in cui vivono poco meno di 2.000 abitanti. Il borgo sorge ad una altitudine media di 400 m.s.l.m., che lo rende sempre fresco e ventilato, anche nelle afose giornate d’estate, con temperature e precipitazioni che hanno prodotto intorno una vegetazione a bosco misto, con diffusione dominante del cerro. Si trova in una posizione favorevole, a circa 7 km dal lago di Bolsena e a circa 40 km dal capoluogo Viterbo, incastonato tra i pascoli e i campi della Maremma laziale, che lasciano anche spazio ai boschi.

Il territorio di Piansano è attraversato dal torrente Arrone, che nascendo dal vicino monte Cellere, attraversa diversi comuni della zona, per segnare, prima di gettarsi nel Mar Tirreno, il confine naturale tra Tarquinia e l’antichissima Vulci.

La vite, un tempo diffusissima – tanto da campeggiare sullo stemma comunale – è oggi quasi del tutto scomparsa, come anche la coltura dell’olivo, mai veramente radicata nonostante gli incentivi. Il territorio è intensamente sfruttato per la produzione cerealicola – soprattutto grano e orzo – e per l’allevamento degli ovini, che per generazioni hanno costituito le due componenti principali dell’economia locale.

Il toponimo Piansano-Planzano, evidente provenienza di Plauziano, fa ipotizzare una originale derivazione etimologica da Plautianus, variante di Plotianus, che vuol dire letteralmente di Plozio, appartenente a Plozio. Plozio era il nome di una gens romana che potrebbe essere stata interessata alla centuriazione di questa zona, ossia alla sua assegnazione in lotti a veterani e cittadini Romani.

Le cronache medievali parlano poi di un Castrum Planzani, o direttamente di Pianzano, nell’orbita di Tuscania ma conteso dalle varie Signorie dell’epoca, con ripetuti interventi diretti della Chiesa. Dai Signori di Bisenzo, che con alterne vicende lo tennero di fatto dalla seconda metà del XII secolo fino al 1338, il castello passò poi ai Prefetti di Vico e finalmente ai Farnese, i quali se ne impadronirono intorno al 1385 e ne fecero distruggere definitivamente il castello nel 1396.

Il territorio di Piansano rimase un “fondo”, una tenuta, per oltre un secolo e mezzo, durante il quale la Chiesa ne dispose a piacimento assegnandolo a questo e a quello, fino a quando nel 1537, con la creazione del Ducato di Castro ad opera di Paolo III Farnese, il territorio non fu inserito nel nuovo staterello di cui seguì le vicende, a cui riferisce la corona ducale e il giglio farnesiano nello stemma del comune.

Piansano fu fatto ripopolare nel 1560 da una colonia di Casentinesi, evento che segna la vera e definitiva rinascita del borgo, che assistette ad una rapida e inarrestabile espansione, portandolo in breve tempo ad eguagliare e superare quella di altri centri vicini sempre in Provincia di Viterbo.

Nel 1649, con la distruzione di Castro, Piansano fu di nuovo incamerato dalla Santa Sede e per tutto il Settecento seguì la sorte di tutti gli altri borghi dell’ex Ducato, concessi in blocco in affitti novennali a vari appaltatori. È in questo periodo che fiorisce la figura di Lucia Burlini (1710-1789), l’umile operaia del telaio vissuta nella scia di San Paolo della Croce, morta in odore di santità ed oggi proclamata Venerabile.

Nel 1790 il territorio di Piansano fu concesso in enfiteusi al Conte Alessandro Cardarelli, che lo tenne fino al 1808, quando la Camera Apostolica vendette il feudo al Principe polacco Stanislao Poniatowski. Questi a sua volta lo rivendette nel 1822 al Conte Giuseppe Cini, che ne rimase proprietario fino al 1897, quando il latifondo fu aggiudicato all’asta al Monte dei Paschi di Siena. Nel 1909 anche la banca toscana lo rivendette a più persone, alle quali però fu in gran parte espropriato dall’Opera Nazionale Combattenti dopo la Prima Guerra Mondiale, perché fosse assegnato ai reduci.

Chiesa di San Bernardino da Siena

La chiesa parrocchiale di San Bernardino si erge nel cuore del borgo di Piansano. Ad eccezione della canonica (a sua volta confinante con una casa privata), l’edificio si mostra autonomo rispetto al tessuto abitativo circostante e isolato lungo l’asse geografico nord/est-sud/ovest. Ciò nondimeno, poiché si attesta su un piccolo slargo irregolare – piazza San Bernardino – in continuità con la strada principale dell’abitato, la chiesa non si presenta al visitatore frontalmente, bensì di scorcio, con una facciata a due ordini conclusa da un timpano triangolare. Il livello inferiore è tripartito da lesene tuscaniche, binate rispetto al campo centrale e singole ai due margini del prospetto; il livello superiore, di minore altezza, s’innalza per il solo corpo centrale, ed è scandito ugualmente da lesene tuscaniche binate, raccordandosi alla parte sottostante con settori ricurvi.

L’ingresso è in asse, connotato da un frontespizio mistilineo di epoca barocca, sormontato da una finestra rettangolare. Nel fregio della trabeazione campeggia la scritta: Templum Divo Bernardino Senensi dicatum.

All’interno, l’impianto si attesta sui canoni consolidati della Controriforma: un’aula unica con cappelle laterali passanti, presbiterio rialzato, campanile e ambienti di servizio in controfacciata ma arretrati rispetto al prospetto. In particolare, entrando in chiesa si trova nell’angolo sud-ovest una scala che conduce sia all’organo ligneo dipinto risalente al 1863 sia alla sala/oratorio della Confraternita del Santissimo Sacramento: un ambiente coperto con una volta a padiglione e dotato di due bucature.

Sull’angolo nord-est si alza il campanile: una struttura a pianta quadrata in tufo conclusa in sommità da una guglia a cuspide e risolta in tre celle sovrapposte fra loro separate da una cornice sporgente e ognuna dotata di una monofora su tutti e quattro i lati.

Proseguendo in direzione dell’altare, l’aula si concretizza in uno spazio rettangolare scandito da paraste di ordine composito che inquadrano le cappelle laterali. Sopra il cornicione si aprono le finestre nelle unghiature della volta a botte riccamente decorata da stucchi e pitture. Queste garantiscono una illuminazione diffusa sostenuta anche dagli oculi presenti sopra ogni altare laterale. Le campate sono in totale quattro, così come appaiono scandite dagli archi trasversali che solcano la volta. Tuttavia, il primo interasse è occupato dagli ambienti accessori: a ovest l’oratorio, a est il campanile e il ripostiglio. Di conseguenza, le cappelle laterali sono in realtà solo tre per lato, tutte di pianta pressappoco quadrata, collegate tra loro da passaggi arcuati e coperte da volte a botte. Un restringimento della sala rafforzato dalla presenza di un arco trionfale segnala poi l’inizio della zona presbiteriale al cui centro prende posto l’altare maggiore ligneo di epoca settecentesca. Il coro si conclude con una terminazione piana, probabilmente imposta dalla presenza posteriormente di una strada, e un’ancona riccamente modellata con stucchi sormontata da una finestra. Anche questo spazio risulta coperto per mezzo di una volta a botte, seppure in questo caso non finestrata. A sud di questo ambiente si apre la sagrestia: una piccola sala dotata di finestra coperta da una volta a padiglione da cui si accede alla canonica per mezzo di una scala.

La chiesa ospita alcuni dipinti di pregio collocati lungo le pareti del coro e dei vani accessori del campanile dell’oratorio prospettanti sull’aula.

La devozione verso San Bernardino da Siena affonda le sue radici nella colonizzazione di Piansano avvenuta ad opera di coloni Toscani nel XVI secolo: i nuovi venuti, artefici della rinascita economica e culturale del borgo, portarono dalle loro terre di origine usanze, tradizioni, liturgie, che trovarono terreno fertile nella povera Piansano.

La chiesa dedicata al santo senese su esortazione delle genti toscane qui trasferitesi, sorse sullo stesso luogo di un precedente edificio sacro, risalente agli anni Venti del XV secolo, dedicato in origine al patrono San Ercolano; rivelatosi troppo angusto per una popolazione che dopo l’arrivo degli immigrati iniziava ad aumentare, già nel XVI secolo fu ingrandito e restaurato. Negli anni successivi subì molti altri interventi, fino ad essere del tutto demolita e ricostruita tra il 1750 e il 1753 in forme più magnificenti, adatte ad accogliere una comunità in notevole espansione. Per l’occasione furono chiamati i Mastri Luca Alessi di Corneto e Giacomo Bucci di Rimini: le cronache ricordano il contratto stipulato tra i due artigiani e la comunità, che prevedeva “1010 scudi ed una botte di vino che si era fatta per la cerca (questua) a condizione però che il popolo fornisse il materiale, cioè sassi, rena, cale ed il legname, trasportandoli con le loro bestie”.

Nel 1753 la chiesa fu consacrata, terminata all’esterno, con una elegante facciata e il campanile che svettava tra i tetti di Piansano, ma non ancora conclusa all’interno, in cui i lavori si protrassero fino al 1776.

Una delle sei cappelle dotate di altari lungo le pareti laterali custodisce la statua di San Bernardino portata in processione dai fedeli ogni 20 maggio, giorno a lui dedicato. Il santo è ricordato anche nell’iscrizione dedicatoria della facciata, negli affreschi del soffitto e insieme al compatrono San Giovanni Battista nella pala dell’altare maggiore.

Gli affreschi interni della volta che copre la navata centrale, probabilmente realizzati nell’ambiente pittorico viterbese del XVIII secolo, raffigurano l’Assunta, San Bernardino, Santa Lucia Filippini (che a Piansano fondò la Scuola delle Maestre Pie), i martiri Sinesio e Costanzo.

La chiesa custodisce il corpo della Venerabile Lucia Burlini, qui sepolta per volere di San Paolo della Croce.

Rosario

Origine della devozione del Santo Rosario
e istituzione della festa della Madonna del Rosario

La parola rosario, da cui prende il nome la preghiera in onore della Beata Vergine Maria, deriva dal latino rosarium, che significa giardino di rose, roseto. In epoca medioevale era assai diffusa l’usanza di mettere una corona di rose sulle statue della Vergine, quale simbolo delle preghiere a Lei rivolte dai devoti’.

Nei conventi dell’epoca, e soprattutto nei monasteri irlandesi del IX secolo, i fratelli laici, spesso illetterati, dispensati dalla recita del Salterio per la scarsa familiarità con il latino, integravano le loro pratiche di pietà con la recita di 150 Pater Noster o Ave Maria in sostituzione dei 150 Salmi che non potevano imparare a memoria.

San Beda il Venerabile aveva suggerito l’adozione di una collana di grani infilati in uno spago per facilitare il conteggio e guidare la meditazione e la preghiera. Questa “collana” di grani chiamata, non a caso, corona, assurse a simbolo di un mistico serto di fiori offerto, in preghiera, alla Madonna.

La devozione fu resa popolare da San Domenico che, secondo la tradizione, nel 1214 ricevette il primo Rosario dalla Vergine Maria, nella prima di una serie di apparizioni, come un mezzo per la conversione dei non credenti e dei peccatori.

Nel secolo XIV il Certosino Enrico di Kalcar ne propose la suddivisione in 15 decine separate da un Pater Noster. Solo nel 1613 si aggiunse, a completamento, il Gloria.

Intanto, alla contemplazione insita nella preghiera vocale, si aggiunse quella meditativa basata sulla evocazione di momenti della vita di Cristo, opportunamente enunciati con frasi e denominati misteri.

Nel 1470 Alano de la Roche distinse le tre cinquantine in rapporto a tre cicli meditativi incentrati sull’Incarnazione, la Passione, la Gloria di Cristo e di Maria (misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi). È in questa epoca che il Salterio Mariano comincerà a chiamarsi Rosario della Beata Vergine Maria.

Nel 1478 Papa Sisto IV nella Bolla Pastor aeterni afferma, che il Rosario della Beata Vergine Maria è composto da 150 Ave Maria e 15 Pater Noster.

Nel 1571, anno della battaglia di Lepanto, Papa San Pio V chiese alla Cristianità di pregare con la recita del Rosario per chiedere la liberazione dell’Europa Cristiana dalla minaccia turco-ottomana e allontanare il pericolo dell’invasione. La vittoria della flotta Cristiana, avvenuta il 7 ottobre, venne attribuita all’intercessione della Vergine Maria invocata con il Rosario. Il 17 marzo 1572, Papa San Pio V, con la Bolla Salvatoris Domini istituiva la Commemoratio Beatae Virginis De Victoria. Nel 1573 suo successore, Papa Gregorio XIII, con la Bolla Monet Apostolus istituisce la festa solenne della Madonna del Rosario, fissandola alla 1° domenica di ottobre. Nel 1913 un decreto di Papa San Pio X riporta la festa alla data storica del 7 ottobre.

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