Podcast 2-15 – 28 ottobre 2024 – Festa dei Santi Simone e Giuda, Apostoli: “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 2,37)
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

La tela proviene dalla chiesa di San Francesco di Urbino ed è citata nel “Libro delle notizie del convento di San Francesco” come eseguita dall’artista. Esistono numerosi disegni preparatori, conservati a Londra, Parigi, Berlino, Roma, Urbino, San Pietroburgo e, soprattutto, Firenze, che testimoniano la lunga e sofferta gestazione, l’attento studio, l’impegno posto dall’artista nell’ideazione e la sua particolare cura nel conservare tutte le prove grafiche anche dopo averle utilizzate.
Al centro dell’opera è rappresentata una dolcissima Madonna col Bambino che legge, di chiaro influsso raffaellesco. Dall’alto un angelo in volo scende a posare una deliziosa corona di fiori sul capo della Vergine. A destra si trova San Simone, appoggiato alla sega con la quale, secondo la tradizione, fu martirizzato e a sinistra è invece raffigurato San Giuda, che impugna l’alabarda, una specie di lancia, lo strumento utilizzato per il suo martirio. San Giuda, di bellezza e dolcezza correggesche, volge lo sguardo in direzione dello spettatore, fissandolo con grande intensità e determinandone il profondo coinvolgimento.
Si noti, inoltre, sullo sfondo, l’attenta descrizione paesaggistica, resa con minuzia di stampo fiammingo e con una pittura sensibilissima alla luce; le foglie degli alberi sono dipinte con cura e finezza lenticolari. Influssi fiamminghi sono evidenti anche nell’intensità dei ritratti dei donatori, purtroppo non identificati, rappresentati in basso a destra: lei è di profilo e a mani giunte, lui dipinto frontalmente, si rivolge alla moglie e con la mano sinistra indica la scena sacra.
L’opera si caratterizza per l’atmosfera idillica, ottenuta attraverso accordi cromatici e luministici di sottile sensibilità e restituisce all’osservatore una pittura emotiva, sensibilissima alla luce, suscitatrice di visioni celestiali e aperta ai dolci e chiari paesaggi sullo sfondo.
La storia tace sull’azione di questi due apostoli. Nel Nuovo Testamento Simone è soprannominato «zelota» («Cananeo» ha forse lo stesso significato) (Mt 10,4; Atti 1,13), probabilmente perché egli era molto attaccato all’idea teocratica e messianica degli Ebrei e animato da decisa opposizione ai Romani. Giuda è l’apostolo che ha il soprannome di Taddeo: quello che nell’ultima Cena chiese a Cristo perché s’era manifestato solo ai discepoli e non al mondo (cf Gv 14,22). Lo si ritiene autore della lettera del Nuovo Testamento che porta il suo nome. Tra i «fratelli del Signore» (Mt 13, 55), sono nominati un Simone e un Giuda, ma non abbiamo argomenti per affermare che siano o non siano i due apostoli che oggi festeggiamo. Gli Orientali li ricordano separati: Simone il 10 maggio e Giuda il 19 giugno.
La festa dei Santi Simone e Giuda, Apostoli ci dà l’occasione di acquistare maggiore consapevolezza delle due imprescindibili dimensioni della Chiesa, che è corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo, e non può essere l’uno senza l’altro. Appartenendo al suo corpo, possiamo ricevere il suo Spirito ed essere intimamente uniti a lui in un solo corpo e in un solo Spirito.
La prima lettura, dalla lettera agli Efesini (Ef 2,19-22), esprime bene queste dimensioni. “Siete edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù”: è l’aspetto visibile del corpo di Cristo, che è un organismo con la propria struttura. E in Cristo “la costruzione cresce ben ordinata”: ogni membro ha la propria funzione e il proprio posto. Ognuno ha ricevuto la grazia “secondo la misura del dono di Cristo”. Ed ecco la seconda dimensione, invisibile: “In lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito”.
L’autore della Lettera agli Efesini continua a descrivere, ancora con accenti lirici (cf Ef 2,14-18), il modo in cui la grazia di Dio è stata offerta a tutti, pagani o circoncisi, indistintamente; perché tutti siamo stati chiamati e, un tempo lontani, ora siamo diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Sulla croce egli ci ha riconciliati con Dio e tra di noi, ha portato la pace, ai lontani e ai vicini, e così ci ha resi tutti concittadini e familiari, un’unica famiglia, come un unico tempio santo, abitazione di Dio in mezzo ai popoli della terra.
Ogni muro divisorio dell’ostilità, quindi, è stato abbattuto, non ci sono più né stranieri né ospiti. È proprio per questo, però, che noi, resi vicini a Dio, rappacificati ed edificati sulle solide fondamenta, siamo chiamati a continuare quella costruzione ben ordinata della casa del Signore in cui ogni persona possa trovare pace e calore di famiglia. Dove a tavola passa a servire il Signore stesso, offrendoci abbondanza di pace, di bontà, di misericordia, cioè se stesso,
La riflessione sul Vangelo di Luca (6,12-19), ci rivela che è sempre il Padre che sceglie chi deve compiere la sua opera. Spesso sono scelte che vanno al di là di ogni logica umana. E lo stesso Gesù sa che solo il Padre suo può scegliere. Allora, si reca sul monte e passa una notte in orazione prima di chiamare coloro che il Padre ha scelto. Il Figlio vive di purissima obbedienza, nella sua vita tutto è dal Padre.
Siamo molto distanti da Cristo Signore e molte delle nostre scelte, anche nella Chiesa, vengono dal cuore di uomini e non da quello del Padre, di Dio, e l’obbedienza è scarsa.
Da questo istante Gesù inizia a mostrare ai suoi Apostoli come si edifica il regno di Dio. La sua scelta è fatta nella preghiera notturna sul monte. È la forza della preghiera che squarcia le tenebre e le illumina della divina presenza. Questa informazione importante che ci viene da Luca, l’evangelista più attento a mettere in evidenza la preghiera di Gesù, vuole significare che la chiamata dei Dodici non è stata una mera scelta terrena, ma condivisa col Padre suo, e quindi secondo la Sua Volontà.
È suggestiva la visione che l’evangelista ci offre: mentre le tenebre avvolgono il mondo, lassù sul monte, cielo e terra si fondono nella intensa comunione trinitaria e colui che potrà dire di essere la luce vera che illumina ogni uomo, rischiara il buio del mondo e illumina i cuori degli uomini. Quando infatti poi radioso splenderà il mattino, la voce di Cristo comincia a chiamare, a scandire nomi, a lanciare il suo messaggio, la buona notizia. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti. Anche ora ci è dato di toccarlo, lo prendiamo nelle nostre mani, ci viene dato, vivo ed ha la stessa forza di allora di sanare tutti se lo accogliamo con fede.
Eppure, a guardare i nomi delle persone riportate nella lista dei Dodici, tra cui compaiono anche i due Apostoli Simone Zelota e Giuda figlio di Giacomo – di cui oggi ricorre la festa liturgica – si potrebbe pensare che la scelta non sia stata delle migliori. Si tratta, infatti, di persone molto mediocri, ove si trovano rozzi pescatori, che fanno molta fatica a comprendere il messaggio del Maestro: un peccatore pubblicano (Matteo-Levi), un ribelle indocile (Simone Zelota), due “figli del tuono” (Giovanni e Giacomo) intransigenti e intolleranti, uno che Lo ha rinnegato tre volte (Pietro) e il traditore (Giuda Iscariota).
Gesù ha operato questa scelta sconcertante per farci capire che il Suo Vangelo non si fonda sul valore e la potenza dell’uomo, ma unicamente sulla potenza di Dio e per insegnarci che la Grazia di Dio è capace di operare al di là di ogni nostro limite: “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 2,37).
Se Gesù, obbedendo al Padre, ha chiamato i Dodici, che erano così imperfetti, può chiamare e scegliere anche noi, l’importante è seguirlo con fede e con totale abbandono alla sua Grazia.
Egli chiama ciascuno per nome, fa emergere dal nulla, dando un volto ben definito. Ognuno è se stesso: unico, irrepetibile. Da sempre Dio lo ha sognato così. È in quel nome una chiamata, che è la mia, solo mia. Chiamati da sempre perché da sempre sognati così, con questo volto, questo compito da svolgere nella vita, che non può essere distinto da noi. Noi non abbiamo una vocazione: noi siamo la nostra vocazione. Quella voce che ci ha tratto dal nulla, che ci ha dato un volto nel momento stesso in cui in un atto di infinita tenerezza pronunciava il nostro nome, quella voce ci chiamava ad “essere per”.
Voluti da dio perché amati così come siamo. Come possiamo non amarci, non accettarci anche nei nostri limiti, non amare la nostra vocazione? Come possiamo non esplodere di gioia? Sì, quella voce di cui serbiamo in cuore l’eco con nostalgia profonda, quella voce continua a chiamarci alla gioia.
Ecco la voce della liturgia: “Signore, che ci hai accolti alla tua mensa nel glorioso ricordo dei santi Apostoli Simone e Giuda, per il tuo Spirito operante in questi misteri, confermaci sempre nel tuo amore”. Amen.
Indice dei Podcast pubblicati [QUI]
«In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d’Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti» (Luca 6,12-19).

Foto di copertina: Scuola di Giovan Gerolamo Savoldo, I Santi Simone e Giuda, XVI secolo, Fondo della Scuola di disegno “Bottoli”, Museo Diotti, Casalmaggiore.
Il dipinto, raffigurante i Santi Simone e Giuda, proviene dalla distrutta chiesa di Santa Lucia, antico oratorio del Castel Vecchio di Casalmaggiore, di pertinenza dell’originario Palazzo della Comunità, adiacente alla medesima chiesa. Almeno a partire dal 1579 la tela adornava l’altare dei Santi Simone e Giuda, il cui beneficio era stato fondato nel 1469 da Cirbone Ruggieri.
L’opera è da riferirsi all’ambito bresciano, non solo per la probabile commissione di Don Archileo Ruggieri, ricordando che la famiglia Ruggieri è originaria di Maderno, ma per alcune inconfondibili note stilistiche che rimandano agli sviluppi della Scuola del Savoldo.
I due santi, rappresentati in adorazione dello Spirito Santo, se obbediscono a pose tipiche del classicismo romano del primo Cinquecento, la cui monumentalità è accentuata dal basso orizzonte dello sfondo, sul piano pittorico riflettono sensibilmente l’influsso della pittura veneziana, specialmente nel suggestivo brano di paesaggio che si scorge fra le due figure.
