Meditazione per la II Domenica dopo Natale. Diventare figli di Dio

È stato pubblicato sul canale Spreaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio il Podcast con la meditazione per la II Domenica dopo Natale, a cura di Don Paolo Scquizzato, letta dalla Dott.ssa Valentina Villano, Dama di Ufficio, di cui riportiamo di seguito l’audio e il testo. L’evento dell’incarnazione del Verbo è la rivelazione perfetta e insuperabile del mistero di Dio. È nella “storia del Verbo” (San Bernardo) che l’uomo può vedere la gloria di Dio e così la vita eterna è già donata all’uomo, mentre ancora vive nel tempo. Il disegno misterioso di Dio sull’umanità ora è pienamente svelato: a chi accoglie il Verbo fatto carne, viene donato il potere di diventare figlio di Dio. L’uomo è chiamato a divenire partecipe della stessa filiazione divina del Verbo: ad essere nel Verbo Incarnato figlio del Padre. E il Padre genera nel Verbo Incarnato anche ogni uomo e in lui vede e ama ogni persona umana. È la suprema rivelazione della dignità di ogni persona umana, della singolare preziosità di ogni uomo. “Diventare figli” significa “venire alla luce di sé”. Permettere che l’Amore – il principio che ci costituisce – diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.
Figliol prodigo

Podcast 3-30 – 4 gennaio 2026 – II Domenica dopo Natale. Diventare figli di Dio

Prima Lettura: Sir 24,1-4.12-16 – La sapienza di Dio è venuta ad abitare nel popolo eletto. Salmo Responsoriale: Sal 147 – Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi. Seconda Lettura: Ef 1,3-6.15-18 – Mediante Gesù, Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi. Vangelo: Gv 1,1-18 – Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente, o Signore, è scesa dai cieli, dal tuo trono regale (Sap 18,14-15).

O Dio, nostro Padre, che nel Verbo venuto ad abitare in mezzo a noi riveli al mondo la tua gloria, illumina gli occhi del nostro cuore, perché, credendo nel tuo Figlio unigenito, gustiamo la gioia di essere tuoi figli.

Diventare figli di Dio

«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Queste parole parlano d’una possibilità iscritta nell’umano, da sempre.

“Diventare figli di Dio” non è tanto uno status da raggiungere, ma un compito, un lento processo di emersione, un venire alla luce che matura nel tempo. È permettere a “ciò che siamo in profondità” – il nostro Sé autentico – di affiorare, senza forzature, come qualcosa che attende solo di essere riconosciuto, custodito, fatto crescere.

“Essere figli” è come riconoscere una parentela. Scoprire di appartenere alla stessa sostanza della vita, alla medesima energia creatrice, Dio se vogliamo chiamarlo così. Portiamo già in noi questa qualità divina, la forza capace di espandersi, di prendere forma, di trasformare l’esistenza. Una scintilla che attende solo di diventare fuoco. È quello che alcuni chiamano “Sé autentico”, altri Amore, altri Coscienza, Dio…

«A quanti lo hanno accolto…».

Accogliere è dare spazio, coltivare, prendersi a cuore questo principio divino che ci abita. Lasciarlo crescere, praticarlo ogni giorno. Gesù di Nazareth è l’uomo che ha fatto tutto questo, fino a diventare trasparente al divino stesso che l’abitava, “Figlio di Dio”, appunto.

Il Vangelo è in fondo l’invito a portare l’umano alle sue estreme conseguenze. A vivere secondo la propria natura più profonda, e la nostra natura più profonda è – come si è detto – il divino stesso, l’Amore, il Sé autentico… Per cui vivere secondo questa nostra “Sorgente” significa renderci disponibili a lasciare che l’amore diventi criterio, misura, respiro dell’esistenza.

“Diventare figli” è dunque un atto di responsabilità, prendersi cura della vita che ci è stata affidata; fidarsi della vita che ci attraversa. Credere nella possibilità di realizzazione che ci abita; riconoscere che la creatività dell’amore è una responsabilità personale, una scelta quotidiana, una pratica concreta.

Non si tratta di “avere fede in un Dio”. Siamo noi a dover avere fede anzitutto in noi stessi, e credere nella possibilità di realizzazione che Dio ci ha donato.

Ciascuno porta già in sé il potere di compiersi. Di dare forma alla propria umanità. Di lasciar emergere la luce che lo governa. Quando questa potenzialità viene abitata, coltivata, incarnata, la vita fiorisce.

“Diventare figli” significa dunque “venire alla luce di sé”. Permettere che l’Amore – il principio che ci costituisce – diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.

Indice dei podcast trasmessi.

Don Paolo Scquizzato si occupa di formazione spirituale ed è Responsabile dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso nella Diocesi di Pinerolo, un ambito di grande interesse e stimolo; dialogare con le diversità arricchisce e ci rende sempre più conto che accostando culture e religioni diverse la nostra umanità si dilata e la nostra Fede diventa più feconda. Riguardo la formazione spirituale, Don Scquizzato accompagna persone nell’approfondimento della Parola e la riscoperta e la cura del Silenzio. Conduce gruppi di Meditazione Silenziosa ed è guida biblica in Palestina, la Terra Santa, dove tutto è nato.

Foto di copertina: Marc Chagall, Il ritorno del figliol prodigo, 1975, litografia, 162×122 cm.
Questa potente litografia – in cui Chagall si è ritratto nei panni del figlio minore che ritorna, abbracciato dal padre – trascina lo spettatore in un universo carico di emozione, simbolo del perdono, della misericordia divina e della redenzione, con il villaggio sullo sfondo che partecipa alla gioia del ritorno. La folla e una figura che porge fiori simboleggiano l’accoglienza e il perdono della comunità.
Lo stile è caratterizzato da semplicità espressiva e una connessione profonda con le emozioni autentiche, tipica dell’Arte Naïve/Primitivista di qui quest’opera rappresenta l’apice; uno stile caratterizzato da semplicità espressiva, immediatezza visiva e una profondissima connessione con le emozioni autentiche. Questo approccio artistico rifiuta la rappresentazione accurata della realtà a favore di una visione intuitiva del mondo, ispirata dalle tradizioni popolari russe e dalla sensibilità personale dell’artista.
La litografia utilizzata da Chagall permette un dialogo ricco tra colori vibranti e superfici materiche, creando un effetto caldo e accogliente che invita lo sguardo. Lo sfondo è dominato da tonalità tenui, mentre la scena centrale vede l’abbraccio tenero tra padre e figlio illuminarsi con colori audaci – rosso intenso per il bambino appena ritornato dalla lontananza e giallo brillante per il gesto di accettazione paterna. Questa giustapposizione cromatica enfatizza l’intensità emotiva del momento narrativo, comunicando un messaggio universale di perdono e rinnovamento spirituale. L’artista abbandona la prospettiva tradizionale a favore di una visione piatta e simbolica, tipica dello stile primitivista che egli aveva abbracciato con fervore.
Il racconto biblico del ritorno del figlio prodigalo è ricco di significati allegorici che Chagall traduce in immagini evocative. Il bambino rappresenta l’anima umana smarrita nel mondo, mentre il padre simboleggia la fede e l’amore infinito della Provvidenza. Gli altri personaggi presenti nella scena – uomini e donne vestiti con abiti tradizionali – rappresentano la comunità Cristiana che testimonia questo gesto di misericordia e riconciliazione. Ogni elemento dell’opera contribuisce alla creazione di un clima emotivo intenso, invitando lo spettatore a riflettere sulla natura della grazia divina e sull’importanza del perdono personale. Chagall utilizza elementi simbolici ricorrenti nel suo lavoro, come il volo degli uccelli e la figura del pesce, per esprimere concetti profondi quali libertà spirituale e speranza nella resurrezione eterna.
“Il ritorno del figlio prodigalo” è un’opera che parla direttamente alla coscienza umana, invitando lo spettatore a confrontarsi con temi fondamentali come la fede, l’amore familiare e la redenzione spirituale. La litografia di Chagall rappresenta una delle tante opere che testimoniano la capacità dell’artista russo- francese di esprimere emozioni autentiche attraverso immagini semplici ma potenti, lasciando un segno indelebile nella storia dell’arte moderna e ispirando artisti contemporanei a esplorare nuove forme espressive. È un invito alla contemplazione silenziosa e alla riflessione sulla bellezza della creazione divina e sull’importanza della misericordia umana.

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