Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – Ottava parte: Ad gentes

È stato pubblicato sul canale Spreaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio l’ottavo di una serie di Podcast sui più rilevanti Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, nell’occasione del 60° anniversario della promulgazione. Il Referente per la Formazione della Delegazione di Roma e Città del Vaticano, il Prof. Enzo Cantarano, Cavaliere di Merito con Placca d'Argento, propone in dieci podcast una sintesi dei principali Atti scaturiti dall’assise conciliare.

In questo Podcast parla del Decreto Ad gentes che è stato uno degli ultimi documenti promulgati dal Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965, che fu ufficialmente chiuso il giorno seguente.

Con l’occasione ricordiamo, che nella prima udienza generale dell’anno 2026, mercoledì 7 gennaio, Papa Leone XIV ha cominciato il nuovo ciclo di catechesi dal tema Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi documenti, perché gli insegnamenti che ne sono derivati possano essere messi in pratica: “Ci ha aiutati ad aprirci al mondo e a cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale”. Il Papa ha spiegato che l’obiettivo è “riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale” e trovare “vie e modi” per attuarne le intuizioni, perciò “sarà importante conoscerlo nuovamente da vicino”.
Copertina

Podcast 3-32 – Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – Ottava parte: Ad gentes

Il Decreto Ad gentes è stato uno degli ultimi documenti promulgati dal Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965, che fu ufficialmente chiuso il giorno seguente. Tale circostanza giustifica, probabilmente, alcune criticità, dovute alla fretta di concludere i lavori, che sono poi emerse nel testo, che fu approvato da 2.394 Padri conciliari e solo 5 furono i “non placet”.

Comunque, questo, come parecchi altri Atti del Concilio, presenta una storia redazionale piuttosto travagliata. Infatti i Padri conciliari erano divisi anche sul concetto stesso di missione: alcuni vedevano in esso un aspetto abbastanza marginale e, comunque, non tale da essere affrontato in un Decreto conciliare; altri contestavano l’azione del Dicastero di Propaganda Fide, fino a suggerirne la soppressione. Prevalse la decisione di considerare le missioni ad extra un’attività specifica.

I Padri vollero superare la concezione dell’organizzazione missionaria della Chiesa, incentrata quasi esclusivamente sulla figura del missionario. La tesi, che lentamente si fece strada, può essere riassunta da una frase oggi nota a molti anche grazie al recente impegno di Papa Francesco: “La Chiesa è per natura missionaria” (AG 2), chiamata ad una missione senza limiti di tempo e fino agli estremi confini del mondo. Senza dubbio il Decreto Ad gentes ha dato una forte fondazione teologica di impronta essenzialmente comunitaria alla missione evangelizzatrice e di auto-coscienza ecclesiale. Ciò significa che tutti i fedeli sono chiamati a dare il loro contributo alla missionarietà della Chiesa.

Durante il cammino conciliare, per le diverse esigenze dei Padri, furono stese ben sette diverse bozze del Decreto. La presenza personale di Paolo VI nell’aula conciliare, prima presenza del Papa al Concilio durante i lavori, all’inizio della seduta del 6 novembre 1964, mostrò l’interesse del Papa al tema e la pregnanza di esso nella fase di ripensamento di sé stessa della Chiesa.

La spinta dei vescovi missionari, appoggiati dalle prime generazioni dei vescovi autoctoni dell’Asia e Africa contribuì alla stesura finale del Decreto missionario. Occorre, a questo punto, notare come il Concilio Vaticano II abbia riunito insieme per la prima volta nella storia della Chiesa un’assemblea veramente “Cattolica”, comprendente anche i vescovi autoctoni e missionari provenienti da tutti i cinque continenti.

Il rinnovato interesse per l’argomento missiologico in un periodo storico caratterizzato anche dalla fine del colonialismo europeo nei Paesi di missione, è dimostrato dalla pubblicazione della Enciclica Fidei donum (Pio XII, 1957), che aveva lanciato un appello per la globale cooperazione missionaria e di altre due Encicliche importanti con taglio missionario: Princeps Pastorum (Giovanni XXIII, 1961) e Ecclesiam suam (Paolo VI, 1964). La sorprendente crescita delle comunità Cattoliche e dei catecumeni nei paesi del Terzo Mondo negli anni precedenti il Concilio, mostrava dei cambi epocali con evidenti ripercussioni sulle dinamiche missionarie.

Il Decreto è connesso con la nuova visione di Chiesa della Lumen gentium come universale sacramento di salvezza (LG 48), condivisa anche dagli altri documenti fondamentali del Concilio, come la Gaudium et spes (GS 45). L’ordine di Gesù ai discepoli di ammaestrare e battezzare tutte le nazioni (Mt 28,18-20) era ben presente ai Padri e le prime parole del Decreto ne riassumono il contenuto e il senso: “Inviata per mandato divino alle genti per essere ‘sacramento universale di salvezza’ la Chiesa, rispondendo a un tempo alle esigenze più profonde della sua cattolicità e all’ordine specifico del suo fondatore, si sforza di portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini” (AG 1). Di certo altri tre documenti del Vaticano II possono essere definiti “missionari” per la loro prospettiva: Lumen gentium, Gaudium et spes e Nostra aetate. Però Ad gentes è un documento specifico, che tratta esclusivamente dell’attività missionaria.

La missio ad gentes nel mondo globalizzato, pieno di profondi cambi culturali e sociali, a distanza di sessanta anni dal Vaticano II, pone ancora le stesse domande che troviamo nei principali documenti del Concilio. Che senso ha proclamare oggi Gesù Cristo “insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione” (DV 2) nel mondo pluriculturale e plurireligioso, segnato dal relativismo e dall’agnosticismo? Che senso ha l’affermazione di appartenere alla Chiesa Cattolica, quando “anche quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza e possono conseguire la salvezza eterna” (LG 16)?  Che valore hanno oggi ancora i sacramenti “che conferiscono certamente la grazia” (SC 59), quando non sono più i canali esclusivi della grazia, visto che “la verità e grazia sono già presenti e riscontrabili in mezzo ai pagani per una segreta presenza di Dio” (AG 9)? Ha ancora senso parlare di missionari e di ‘territori missionari’, oppure per la missio ad gentes basta che molti lavorino per il progresso umano con noi, anche se “negano Dio o la stessa religione” (GS 7)?

Durante il Concilio si è creato un consenso attorno ad una convinzione, una rivoluzione copernicana teologica: che la missio ad gentes della Chiesa non è basata su un concetto territoriale, ma nell’essere la Chiesa stessa permanentemente nello stato di missione. Così la missione è diventata punto centrale della vita anche di ogni Chiesa locale e di ogni vero credente, fedeli a Gesù, il quale prima ha riunito in una comunità i suoi discepoli, “venite”, e nell’ultima pagina dei Vangeli li ha inviati dicendo “andate… Io sono con voi fino alla fine del mondo”.

Contenuti principali
del Decreto “Ad gentes”

Il Decreto Ad gentes appartiene ai documenti “lunghi” del Concilio. È diviso in 42 articoli, esposti in sei capitoli:

  • I principi della dottrina missionaria
  • L’opera missionaria in se stessa: testimonianza Cristiana, predicazione del Vangelo e la riunione del popolo di Dio, formazione della comunità Cristiana
  • Le Chiese particolari
  • I missionari
  • L’organizzazione dell’attività missionaria
  • La cooperazione missionaria

È significativo il fatto che il primo capitolo sulla natura teologica delle missioni contiene più note della Scrittura e dei Padri che tutto il resto del Decreto. È evidente che i Padri conciliari hanno voluto esprimere così una forte motivazione teologica della missio ad gentes. Negli altri cinque capitoli del Decreto sono invece citati solo altri dieci documenti del Concilio Vaticano II già approvati, in modo speciale la Costituzione dogmatica Lumen gentium e il Magistero ecclesiale sulle missioni degli ultimi 50 anni prima del Concilio. Il Decreto Ad gentes situa la missione nel cuore della Chiesa, e distingue chiaramente tra l’attività missionaria e lavoro ecumenico e pastorale (AG 6).

Vediamo alcune idee forti del Decreto, che motivano la Chiesa ad essere sempre più missionaria.

1. Missio Dei, come motivazione di fondo. Il grande comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo!» (Mt 28,18-20) è stato presentato in una visione più ampia e profonda che mette in evidenza come la radice originaria della missione della Chiesa è la vita trinitaria di Dio. Per mezzo del Figlio l’Amore del Padre raggiunge ogni uomo nelle forme e vie che solo Lui conosce. Compito della Chiesa è di comunicare instancabilmente questo amore divino, grazie all’azione dello Spirito Santo.

2. La natura missionaria della Chiesa. Viene sottolineata non tanto nel senso geografico, ma soprattutto nel senso teologico, in quanto il destinatario della “missione” non è solo il non-credente, ma anche il credente (AG 2). In effetti, anche nell’ultimo capitolo (Cooperazione) viene sottolineato il dovere di tutti e ciascuno nella Chiesa a contribuire alla missio ad gentes, secondo il proprio stato e carisma.

3. La vocazione missionaria ad gentes (ad exteros, ad vitam). La vocazione missionaria è per tutti i Cristiani (AG 23). Chi è, allora, il missionario? Colui che, opportunamente e pienamente formato, è mandato dall’Autorità ecclesiastica per proclamare il Vangelo a quelli che non conoscono ancora Gesù Cristo e fonda le nuove Chiese particolari (missionari espliciti). Nello stesso tempo però non c’è nessun Cristiano che venga escluso dal suo compito, sacerdotale, regale e profetico, di testimoniare Gesù, trasmettendo agli altri fratelli e sorelle in un mondo già da tempo cristianizzato, ma in cui il messaggio cristiano ha perso il suo senso ed il suo valore, l’invito del Signore nella vita quotidiana e contribuendo all’attività missionaria esplicita secondo le sue possibilità. 60 anni dopo la promulgazione del Decreto, la Chiesa è ormai abituata al tema missionario presente in quasi tutti i documenti del Magistero. Ciò significa che la sensibilità missionaria, l’urgenza di guardare oltre la propria comunità ecclesiale di appartenenza non è mai sufficiente e il Decreto Ad gentes è ancora un fermento profetico che si approfondisce continuamente. Dopo il Vaticano II sono cresciuti nuovi movimenti missionari in tutto il mondo. Quello che ancora oggi è a volte problematico è la relazione tra attività “sul piano umano e sociale” e l’azione “esplicitamente missionaria-evangelizzatrice”: una tensione che non può diventare disinteresse, separazione, opposizione, ma sempre pungolo reciproco perché ciascuna si possa proporre al meglio nel confronto e possa altresì arricchirsi di intenzionalità, manifestazione, azione.

Alcuni “limiti”
del Decreto “Ad gentes”

Alcuni “limiti” del Decreto Ad gentes, che richiedono un approfondimento e suscitano ancora una vivace riflessione missiologica: la missio ad gentes nel contesto ecclesiale e il dialogo inter-religioso.

Neanche i successivi documenti del Magistero hanno illuminato in modo soddisfacente questi due temi vitali per l’attività missionaria della Chiesa. Il modo con cui si integra la missio ad gentes con la pastorale, la nuova evangelizzazione e la missio ad intra rimane una sfida aperta (Redemptoris missio, 37).

La missio ad gentes sembra sempre accolta con una certa resistenza, e il lancio della nuova evangelizzazione ne ha offuscato in certo senso l’urgenza. In teoria non c’è nessuna opposizione tra la missio ad gentes e la nuova evangelizzazione: le dinamiche di quest’ultima dovrebbero generare missionari entusiasti, e coloro che sono impegnati nella missio ad gentes devono lasciarsi continuamente evangelizzare. In pratica il nucleo della missio ad gentes, cioè partire verso i non Cristiani ovunque siano, rimane sempre un’attività vista un po’ come secondaria. Abbiamo invece bisogno di “uscire” come ci impegna con forza e novità il Decreto e come ci ha sempre e con forza chiesto il Santo Padre Francesco.

Durante e dopo il Vaticano II sono stati pubblicati vari documenti del Magistero sul dialogo come modo di vivere dei Cristiani. Ad gentes accenna diverse volte al dialogo inter-religioso (AG 11, 16, 20, 34, 38, 41), però le implicazioni per i criteri e metodi della missione, e lo stile di vita saranno approfonditi solo a distanza di 20-30 anni dopo il Concilio.

A questa attività, non separabile dal nostro stesso definirci veramente cristiani, dovremmo essere tutti formati, e poi convocati ed inviati proprio come Cavalieri Cristiani impegnati a trasmettere e testimoniare col nostro esempio a tutti gli uomini e le donne che incontriamo intorno a noi la gloria della Santa Croce, la forza della Fede operosa nella carità e illuminata dalla speranza per la pace del mondo ed il bene del nostro Ordine.

Indice dei podcast trasmessi.

Il Concilio Vaticano II
attraverso i suoi documenti
Ciclo di catechesi di Papa Leone XIV

Nella prima udienza generale dell’anno 2026, mercoledì 7 gennaio, Papa Leone XIV ha cominciato il nuovo ciclo di catechesi dal tema Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi documenti, perché gli insegnamenti che ne sono derivati possano essere messi in pratica: “Ci ha aiutati ad aprirci al mondo e a cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale”. Il Papa ha spiegato che l’obiettivo è “riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale” e trovare “vie e modi” per attuarne le intuizioni, perciò “sarà importante conoscerlo nuovamente da vicino”.

Per il Papa occorre rileggere i suoi Documenti e riflettere “sul loro contenuto”, Magistero che tutt’ora è “la stella polare del cammino della Chiesa”, perché, come ha spiegato Benedetto XVI, particolarmente pertinente “in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata”. Il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un’importante riforma liturgica mettendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Inoltre, è stato un aiuto per aprirsi al mondo, per “cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità”.

Il Papa sottolinea che il Concilio ha mostrato “una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l’umanità, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna”. Proprio “grazie al Concilio Vaticano II, la Chiesa si è fatta “parola”, “messaggio” e “colloquio”, ha spiegato Paolo VI, nella Lettera enciclica Ecclesiam suam, “impegnandosi a cercare la verità attraverso la via dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso” e di quello “con le persone di buona volontà”. E questo è ciò che deve contraddistinguere la “vita spirituale dei Cristiani” e “l’azione pastorale”.

Dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace. Servirà, forse, ancora del tempo perché emergano i frutti del Concilio Vaticano II e per questo ci sarà bisogno non tanto di “organismi o metodi o strutture, quanto santità più profonda ed estesa”, afferma Papa Leone XIV, facendo sua una riflessione di Papa Giovanni Paolo II, al tempo in cui era Vescovo di Vittorio Veneto, ma spronando poi all’azione. Quanto disse San Paolo VI ai Padri conciliari al termine dei lavori, rimane anche per noi, oggi, un criterio di orientamento; egli affermò che era giunta l’ora della partenza, di lasciare l’assemblea conciliare per andare incontro all’umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro.

Papa Paolo VI, nel Messaggio ai Padri conciliari dell’8 dicembre 1965, guardava la Chiesa “con la sua tradizione, la sua storia, i suoi Concili, i suoi Dottori, i suoi Santi”, si volgeva al mondo “con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con le sue prodigiose conquiste, i suoi valori, le sue virtù” e considerava l’“appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace”, ricorda Papa Leone XIV, che con queste stesse premesse invita ad accostarsi ai Documenti del Concilio Vaticano II. Per riscoprirne “la profezia e l’attualità”, interrogarsi sul presente e “correre incontro” all’umanità e “portare il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace”.

Il testo integrale della catechesi di Papa Leone XIV del 7 gennaio 2026.

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