La Santa Messa è stata celebrata in suffragio di tutti i caduti del Regno delle Due Sicilie, delle LL.MM. i Re e le Regine, e delle LL.AA.RR. i Gran Maestri, e di tutti i Cavalieri e Dame dell’Ordine Costantiniano defunti. Particolare memoria è stata dedicata alle virtù umane e spirituali delle eroiche figure di S.M. il Re Francesco II di Borbone, oggi Servo di Dio, e della sua consorte, S.M. la Regina Maria Sofia von Wittelsbach, indicati come esempio di fede e coerenza da seguire per gli appartenenti alla Sacra Milizia.






La solenne Santa Messa è stata presieduta dal Parroco Don Domenico De Risi, Canonico del Capitolo della Cattedrale di Nola, assistito dal diacono permanente LgT GF Dott. Giovanni Prevete, Cavaliere di Ufficio. Ha svolto il servizio di cerimoniere Giuseppe Russo, Cavaliere di Merito.

Seconda fila da sinistra: Roberta De Biase, Francesco Saverio Barbato Romano, Carlo Iavazzo, Paolo Carbone, Valerio Massimo Miletti, Gennaro Napoletano, Nicola Carifi e Andrea Albertini.
Terza fila da sinistra: Antonio Sommese, Antonio Iannucci, Nicola Scarinzi, Gesualdo Marotta, Roberto Russo, Mauro Barbarisi e Filippo Zarantonello.
A guidare la rappresentanza della Delegazione di Napoli e Campania, in vece del Delegato, il Conte Don Gianluigi Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Duchi di Laurenzana, Cavaliere di Giustizia, il Responsabile della Comunicazione ad interim, Prof. Antonio De Stefano, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento.

All’inizio del Sacro Rito, Don Domenico De Risi ha richiamato il significato profondo della ricorrenza, ricordando in modo particolare i dolorosi eventi del 13 febbraio 1861, segnati dalla Capitolazione della Fortezza di Gaeta e dal sacrificio di numerosi militari e civili caduti sotto i bombardamenti delle truppe guidate dal Generale Enrico Cialdini. Quindi, ha sottolineato le virtù umane e spirituali di S.M. il Re Francesco II di Borbone, oggi Servo di Dio, e della sua consorte, S.M. la Regina Maria Sofia von Wittelsbach, indicandone l’esempio quale modello di fede, dignità e coerenza per tutti gli appartenenti alla Sacra Milizia. Poi, ha rievocato l’incendio doloso che, nella notte tra il 12 e il 13 febbraio 1861, distrusse il cinquecentesco Duomo di Nola, quando la capitolazione della Fortezza di Gaeta era già stata concordata e la notizia era giunta anche a Nola.


La Prima Lettura (1Re 11,29-32;12,19 – Israele si ribellò alla casa di Davide) e il Salmo Responsoriale (Sal 80 (81) – Sono io il Signore, tuo Dio: ascolta, popolo mio) sono stati recitati dal Mar. EI Nicola Carifi, Cavaliere di Ufficio. Il Vangelo (Mc 7,31-37 – Fa udire i sordi e fa parlare i muti) è stato proclamato dal Diacono permanente, LgT GF Dott. Giovanni Prevete, Cavaliere di Ufficio, che ha recitato anche la Preghiera dei fedeli.

Nella sua omelia, Don Domenico De Risi si è soffermato sulle letture, per poi ricordare in particolare l’evento legato alla celebrazione.
Ha ricordato in particolare che la Prima Lettura richiama la divisione del regno dopo la morte di Salomone. La sua figura appare ambivalente: pur avendo ricevuto da Dio il dono della sapienza e avendo edificato il tempio di Gerusalemme, negli ultimi anni cedette all’idolatria, influenzato da culti pagani. Ciò mostra che i doni di Dio, se non custoditi, possono essere vanificati. Sul piano politico, il peso fiscale e la complessa burocrazia generarono malcontento. Alla morte del re, la richiesta di alleggerire le tasse fu respinta dal figlio Roboamo, provocando la scissione: il regno del Nord, con capitale prima Tirza e poi Samaria, e il regno del Sud, con capitale Gerusalemme. Il primo cadde sotto gli Assiri nel 722 a.C.; il secondo fu conquistato da Nabucodonosor nel 586 a.C., con la distruzione del tempio, poi ricostruito e nuovamente distrutto dai Romani nel 70 d.C. La storia d’Israele si presenta così segnata da divisioni e dominazioni straniere.
Commentando il brano del Vangelo, Don De Risi ha ricordato che questo narra la guarigione del sordomuto. Il gesto di Gesù e la parola «Effatà» (“Apriti”) indicano un significato simbolico: i miracoli sono segni che richiamano alla necessità di ascoltare la Parola di Dio e di professarla con coraggio. La sordità rappresenta la chiusura alla verità; il mutismo l’incapacità di testimoniarla. La fede non consiste solo nel credere in Cristo, ma nel dare credito al Vangelo e nel viverlo apertamente. Si è quindi invitati a un esame di coscienza: quanto si è realmente disponibili ad ascoltare Dio e a difendere la verità, anche quando ciò comporta contrarietà o incomprensioni? Lo Spirito ricevuto è spirito di fortezza, non di timore.
Infine, Don De Risi ha ricordato l’occasione per la Celebrazione Eucaristica, una delle pagine più dolorose della storia d’Italia, l’assedio di Gaeta del 1860-1861. Fu un momento drammatico del processo di unificazione nazionale. Sotto il comando del Generale Enrico Cialdini, l’esercito piemontese bombardò a lungo la fortezza dove si era rifugiato S.M. Francesco II di Borbone con i suoi soldati. Molti uomini persero la vita sugli spalti, in uno scontro particolarmente duro che segnò profondamente quel territorio.
Di quell’evento restano anche fotografie dei caduti, immagini rare per l’epoca, quando la fotografia era ancora agli inizi. Non si possiedono molte altre testimonianze visive di quegli anni, ma esistono quelle dei morti di Gaeta. Ciò fa comprendere quanto il fatto fosse stato percepito come grave e straordinario, tanto da essere fissato nella memoria attraverso le immagini.
Dopo la resa seguirono ulteriori sofferenze, che ancora oggi vengono discusse e interpretate in modi diversi. Al di là delle differenti letture storiche, rimane il dato umano: il dolore, la violenza, le vite spezzate. Colpisce che tutto ciò sia avvenuto tra uomini appartenenti allo stesso Paese e alla stessa tradizione religiosa.
Quale insegnamento si può trarre da questa pagina? ha chiesto Don De Risi. Non si tratta soltanto di stabilire chi avesse ragione o torto. Il giudizio ultimo appartiene a Dio, giusto giudice; agli uomini spetta piuttosto il compito di riflettere e di imparare dalla storia. La lezione che emerge è quella della pace. Il Vangelo ricorda che i miti erediteranno la terra: la mitezza non è debolezza, ma forza capace di costruire. Al contrario, l’arroganza e la violenza, anche quando sembrano prevalere, nel tempo producono perdita e divisione. Questa riflessione non riguarda solo il passato, ma interpella il presente: anche nella vita quotidiana possono insinuarsi durezza e arroganza, talvolta senza piena consapevolezza. La memoria storica serve proprio a questo, a rendere più consapevoli e a orientare verso atteggiamenti di pace.

Al termine della Santa Messa, prima della Benedizione Conclusiva, il Responsabile della Comunicazione ad interim, Prof. Antonio De Stefano, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento, ha espresso parole di vivo ringraziamento al celebrante Don Domenico De Risi, per la calorosa accoglienza riservata, per la sua presenza e costante vicinanza all’Ordine Costantiniano. Inoltre, ha ringraziato il diacono permanente, LgT GF Dott. Giovanni Prevete, Cavaliere di Ufficio, per il suo ufficio durante la celebrazione. Infine ha ringraziato i Cavalieri, le Dame, i Postulanti e gli amici dell’Ordine Costantiniano con i familiari, intervenuti anche da luoghi lontani, come Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno.

Poi, il Prof. Antonio De Stefano ha recitato la Preghiera del Cavaliere Costantiniano, invitando a pregare per il Gran Maestro, per la sua Real Famiglia, per le LL.MM. i Re e le Regine delle Due Sicilie, le LL.AA.RR. i Gran Maestri ed i Cavalieri e Dame dell’Ordine Costantiniano defunti, nonché per tutti i caduti del Regno delle Due Sicilie.


Al termine della Celebrazione Eucaristica, la serata è proseguita in un clima di autentica fraternità e serena convivialità, rafforzando quei sentimenti di amicizia e reciproco rispetto che costituiscono il fondamento dell’appartenenza all’Ordine Costantiniano. I presenti si sono quindi ritrovati per un’agape fraterna presso il rinomato Ristorante-Pizzeria Gallery, dove, in un ambiente elegante e accogliente, hanno potuto apprezzare le raffinate specialità culinarie proposte dagli chef e dai maestri pizzaioli.
Hanno collaborato con il Cav. Prof. Antonio De Stefano alla stesura della notizia, il Cav. Ing. Antonio Iannucci e la Dama Ins. Lorenza Gargiulo. Il servizio fotografico è a cura del Cavaliere Raffaele Grilletto e dei Postulanti Mauro Barbarisi, Raffaele Napolitano e Roberta Di Biase.
L’assedio e la caduta di Gaeta
L’assedio di Gaeta tra il 13 novembre 1860 ed il 13 febbraio 1861, di cui 75 giorni trascorsi sotto il fuoco piemontese, fu uno degli ultimi fatti d’armi delle operazioni di conquista dell’Italia meridionale nel corso del Risorgimento italiano. La Città di Gaeta, al confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio, era difesa dai soldati dell’esercito delle Due Sicilie, ivi arroccati dopo la Spedizione dei Mille e l’intervento della Regia Armata Sarda. La caduta di Gaeta, insieme con la successiva presa di Messina e di Civitella del Tronto, portò alla proclamazione del Regno d’Italia.
Tra tutti gli assedi subiti da Gaeta nella sua millenaria storia di fortezza militare fin dall’846, questo fu il più ingente per i mezzi militari impegnati. Il numero ufficiale delle vittime di questo assedio: tra le file piemontesi 46 morti e 321 feriti, tra le file borboniche 826 morti, 569 feriti e 200 dispersi. Purtroppo non sono stati registrati ufficialmente i morti, feriti e dispersi tra la popolazione civile che pure patì l’assedio.
La storia della tragica resistenza della fortezza di Gaeta, assediata dallo spietato Generale Enrico Cialdini, Comandante del corpo di assedio piemontese, è nota, ed esistono pubblicazioni valide che ne forniscono il racconto. L’assedio fu condotto con tale asprezza, che occorre ricordare che Cialdini ebbe l’ardire di far bombardare perfino la stanza dei sovrani, evidentemente nella speranza di ucciderli.

Dal 15 dicembre 1860 i bombardamenti su Gaeta si fecero più insistenti e cruenti, arrivando a colpire non solo obiettivi militari, ma anche obiettivi civili, come ospedali, chiese e case civili, allo scopo di abbattere il morale degli assediati e facilitare la caduta della città. Un racconto leggendario dell’epoca, diffuso inizialmente dal giornalista Carlo Garnier, narrava che dopo il 15 dicembre, con l’inasprirsi dei bombardamenti, la Regina Maria Sofia incominciò a vedersi continuamente sui bastioni della città, prodigandosi a soccorrere i feriti e a dare conforto ai soldati, venendo soprannominata “eroina di Gaeta”.
Ci limitiamo a riportare le commoventi parole di Roberto Martucci, che descrive il tragico clima in cui avvenne l’assedio, specie gli ultimi giorni, e soprattutto descrive lo stato d’animo di chi stava perdendo – tra la fame e la pestilenza – ma sapendo di essere vittima incolpevole di un’aggressione da nessuno desiderata ed eroico difensore non di un Regno, ma di una civiltà plurisecolare, e di chi stava vincendo fra le risa, ma era un riso di amaro sapore:
«Il 5 febbraio 1861, un proiettile centrò la polveriera Sant’Antonio, provocando circa cento morti e seppellendo, sotto le macerie, centinaia di soldati vivi. “Il nemico – scrisse Pietro Calà d’Ulloa – faceva un sacrificio di vittime umane agli dei degli inferi; un’ultima esplosione lanciò in aria per poi precipitarli in mare soldati e ufficiali; gli assedianti, a Mola, batterono le mani come a uno spettacolo”» [Pietro Cala d’Ulloa, Lettres d’un ministre émigré, Marseille, 1870, p. 80].
Dopo una breve tregua per estrarre i feriti dalle rovine, il Generale Cialdini rifiutò una proroga che avrebbe consentito di soccorrere le altre vittime ancora vive; il generale sardo volle quindi riprendere il bombardamento, offrendo al tempo stesso una resa senza condizioni alla stremata guarnigione napoletana. Di fronte alla inutilità di un’ulteriore resistenza, S.M. Francesco II autorizzò il Governatore di Gaeta – che era quello stesso Generale Giosué Ritucci che aveva diretto la sfortunata controffensiva sul Volturno – a trattare la Capitolazione. Era l’11 febbraio e per due giorni si protrassero i colloqui senza che il Generale Cialdini cessasse di rovesciare sulla sventurata fortezza una valanga di fuoco; ne aveva anzi approfittato per far entrare in azione altre due micidiali batterie di cannoni a canna rigata. Visto che la resa era sicura, quell’ulteriore dispiegamento di artiglieria d’assedio era mortalmente inutile. A meno che non ci si trovasse di fronte a quella sindrome magistralmente descritta dal romanziere francese Jules Verne in Dalla terra alla luna, quando gli affranti ingegneri e periti balistici, soci del “Gun club” di Baltimora, appresero con dolore ineguagliato che la fine della Guerra di Secessione impediva di sperimentare l’efficacia dei proiettili dei loro cannoni sulla carne confederata.

13 febbraio 1861
Così capitolarono
i valorosi difensori
del Regno delle Due Sicilie
della piazzaforte di Gaeta
«Gli assedianti hanno lanciato circa 60.000 bombe dal 10 [febbraio] sera fin a questo momento [13 febbraio]. 60.000 bombe in tre giorni, sessantamila bombe tra la domanda di capitolazione e la sua firma. Le vittime di queste 60.000 bombe grideranno vendetta eterna contro Cialdini (…) Ecco una Fortezza il cui assedio finirà senza che si sia aperta una trincea, senza che l’Assediante si sia avvicinato a meno di 1500 metri! (…) Cialdini fa colazione, pranzo e cena e dorme pacificamente a Castellone, nella Villa Real di Mola, a cinque chilometri da Gaeta. (…) Sulle tombe di tanti bravi, che hanno sofferto con una inalterabile fermezza e che sono morti con magnanima semplicità, sulle rovine di una città che si è difesa cento giorni con risorse così esigue, con mezzi insufficienti, io straniero, semplice testimone, ma non testimone insensibile, affermo che l’assedio di Gaeta sarà una delle più belle pagine della storia contemporanea. La gloria non sarà per i vincitori, ma per i vinti» [Charles Garnier, Diario dell’Assedio di Gaeta 1860-1861, Brussel 1861, trad, it. Editoriale il Giglio 2022].
«Venne finalmente stabilito in massima che da oggi in poi [11 febbraio] si raddoppierebbe il fuoco delle nostre artiglierie, né si cesserebbero fino a conchiusa capitolazione (…) al toccare della mezzanotte dalla batteria italiane erano partiti 4.397 colpi e da quelle dei borbonici 1.493 (…) i feriti nel campo italiano erano stati 4, ed in Gaeta 9 i morti e 7 i feriti. Dal tifo erano stati colti 48 e condotti in fin di vita 7» [Federico Carandini, Ufficiale dello Stato Maggiore piemontese, L’ Assedio di Gaeta nel 1860-61, Torino 1874].

Fu così che a Gaeta, alle tre del pomeriggio del 13 febbraio, mentre i parlamentari napoletani e sardi stavano discutendo gli ultimi dettagli della Capitolazione, saltò in aria la polveriera della batteria Transilvania con le sue diciotto tonnellate di esplosivi. Immediatamente, le batterie d’assedio piemontesi concentrarono il fuoco sulle macerie per impedire i soccorsi, mitragliando i barellieri. Morirono inutilmente due ufficiali, cinquanta soldati e l’intera famiglia del guardiano del bastione. L’ultimo era il più giovane di tutti, l’Alfiere Carlo Giordano, 17 anni non ancora compiuti, allievo della Nunziatella. I plenipotenziari borbonici, che stavano trattando la resa nel Quartier Generale di Cialdini, trattennero a stento le lacrime, mentre i loro ospiti applaudivano fragorosamente contravvenendo simultaneamente alle regole dell’ospitalità e alle leggi non scritte dell’onore militare.
Il 13 febbraio 1861, nella villa reale dei Borbone (già villa Caposele, attualmente villa Rubino, a Formia) venne firmato l’armistizio. Alle ore 18.15 le artiglierie di entrambi gli schieramenti cessarono le ostilità, entrando in vigore il cessate il fuoco a seguito della firma della capitolazione, e dopo la resistenza per oltre tre mesi alle truppe piemontesi, i valorosi difensori del Regno delle Due Sicilie della guarnigione di Gaeta uscirono dalla Piazzaforte con l’onore delle armi.
Cialdini, non ancora soddisfatto, volle anche riuscire sarcastico per umiliare chi aveva avuto il coraggio di resistergli con dignità, e si offrì di fornire con generosità alla coppia sovrana una nave per andare a Roma: ne scelse una che fece ribattezzare “Garibaldi”.

Fra le lacrime dei soldati e degli ufficiali inginocchiati e della popolazione, mentre stringevano le mani a tutti, senza distinzione, fra le lacrime e i sorrisi, LL. MM. Francesco II e Maria Sofia salparono per Roma.
La cittadella di Messina si arrese a Garibaldi dopo due mesi, il 12 marzo e Civitella del Tronto – ultima roccaforte dell’esercito duosiciliano – riuscì a resistere all’esercito piemontese con 530 uomini appartenenti ai diversi corpi (gendarmeria, fanteria di riserva, reali veterani, artiglieria) con 21 cannoni, 2 obici, 2 mortai e 1 colubrina in bronzo del museo, fino al 20 marzo 1861. Dopo due giorni di terrificanti bombardamenti – 7.860 proiettili per 6.500 kg di polvere utilizzata – i Piemontesi riescono ad entrare attraverso una breccia. Finisce il Regno delle Due Sicilie.

La cattedrale di Nola
Il cuore della Diocesi di Nola, la basilica cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta in Cielo e ai Santi Felice Vescovo Martire e Paolino, conserva le spoglie di San Paolino trafugate dal complesso paleocristiano di Cimitile tra il IX e X secolo dai Longobardi e trasportate prima a Benevento e poi a Roma, ritornate a Nola soltanto nel 1909. Una cappella conserva le spoglie in un’urna bronzea mentre sull’altare maggiore svetta l’Immacolata Concezione fatta in cartapesta secondo l’artigianato tipico della città, famosa a livello internazionale per la festa dei Gigli come molti dettagli in essa presenti, gli angeli reggicero e il soffitto a cassettoni. L’opera è stata realizzata in collaborazione con manovalanza leccese.
La cattedrale sorge in piazza Duomo, dove su lato sinistro è visibile la statua dedicata all’imperatore Augusto legato al territorio nolano, nel punto in cui si costruì la basilica inferiore intorno alla sepoltura del corpo di San Felice Vescovo e Martire, mai ritrovato. La facciata è preceduta da un portico con cinque arcate sorrette da colonne in marmo.
La chiesa collega i due momenti storici, dalla fine del Trecento quando venne costruita per volere del Conte Niccolò Orsini al di sopra delle strutture più antiche relative alla basilica inferiore in cui sono ancora visibili una croce gemmata di V-VI secolo ed un altorilievo con Cristo fra gli apostoli di XIII secolo. Distrutta più volte durante i secoli, è una costruzione moderna, edificata tra il 1869 e gli inizi del Novecento su progetto dell’architetto Nicola Breglia in stile neorinascimentale: essa fu inaugurata nel maggio 1909 con la traslazione delle reliquie di San Paolino.

La nuova costruzione fu necessaria a causa del devastante incendio che avvenne nella notte tra il 12 e il 13 febbraio 1861, ad opera di facinorosi rivoluzionari e massoni. La cattedrale fu prima saccheggiata e poi incendiata, quando la capitolazione della fortezza di Gaeta era già concordata e firmata, e ne era giunta la notizia anche a Nola. L’incendio doloso distrusse completamente l’antica chiesa gotica; di essa si salvarono soltanto alcuni manufatti, le statue dei santi patroni San Paolino e San Felice, la cappella e la statua dell’Immacolata, e la cappella del Crocifisso.

La cappella del Crocifisso
La cappella del Crocifisso o cappellone, il coro invernale del Capitolo della cattedrale di Nola, è una delle poche strutture preesistenti, insieme alla cappella dell’Immacolata, sopravvissute all’incendio doloso del 1861. La cappella in stile neoclassico, come tutta la cattedrale ricostruita su progetto dell’Architetto Nicola Breglia agli inizi del novecento, presenta come pala d’altare un Crocifisso circondato dagli Angeli dolenti, opera in stucco dell’artista Salvatore Cepparulo, ed un bellissimo coro in legno, probabilmente opera dello stesso artista.
Foto di copertina: la Bandiera Reale delle Due Sicilie.
