Il Ritiro Spirituale della Delegazione Lombardia presso l’abbazia di Mirasole ad Opera

Sabato 21 marzo 2026, la Delegazione della Lombardia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ha svolto un Ritiro Spirituale in preparazione alla Santa Pasqua, presso l’abazia di Mirasola in strada consortile Mirasole 7 nel Comune di Opera in Provincia di Milano. L’incontro è iniziato alle ore 11.00 con la meditazione quaresimale, condotta dal Primo Cappellano di Delegazione, Prof. Don Maurizio Ormas, Cappellano di Merito con Placca d’Argento, alla presenza Delegato, Dott. Ing. Gilberto Spinardi, Cavaliere Gran Croce di Merito. Al pranzo presso il refettorio è seguita una visita guidata all’abbazia. Poi, l’incontro si è concluso con la Santa Messa vespertina della V Domenica di Quaresima, Domenica di Lazzaro, celebrata nel Rito Ambrosiano alle ore 16.00.

La risurrezione di Lazzaro raccontato nel Vangelo (Gv 11,1-53), è una delle “storie di segni”. Presenta Gesù come vincitore della morte: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Cfr. Gv 11,25-26). È già la convinzione dei racconti tardivi dell’Antico Testamento, che Dio abbia il potere di vincere la morte. La visione che ha Ezechiele della risurrezione delle ossa - immagine del ristabilimento di Israele dopo la catastrofe dell’esilio babilonese - presuppone questa fede (Ez 37,1-14). Isaia si aspetta che Dio sopprima la morte per sempre, che asciughi le lacrime su tutti i volti (Is 25,8). Il libro di Daniele prevede che i morti si risveglino - alcuni per la vita eterna, altri per l’orrore eterno (Dn 12,2). Il Vangelo va oltre questa speranza futura, perché vede già date in Gesù “la risurrezione e la vita”, che sono così attuali. In Gesù, rivelazione di Dio, la salvezza è presente, e colui che è associato a lui, non può più essere consegnato alle potenze della morte.
Copertina

Il dono alla Delegazione

All’inizio dell’incontro, dopo i saluti iniziali, Dott. Maurizio Macchetta, Cavaliere di Ufficio, ha fatto dono alla Delegazione di un’opera in legno dipinta rappresentante la Croce Costantiniana, sulla quale, sul retro, è incisa una frase benaugurante: «L’Onore dei Cavalieri dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio non sta nell’apparire, ma nel restare saldi ai valori, discreti nella carità, costanti nel servizio».

La meditazione

Quindi, il Cappellano Capo della Delegazione della Lombardia, Prof. Don Maurizio Ormas, Cappellano di Merito con Placca d’Argento, ha svolto la meditazione, composta di due parti – Agostino ed il furto delle pere e La conversione dell’Innominato – seguite dalle Conclusioni.

Agostino e il furto delle pere

Aurelio Agostino (354–430), nativo di Tagaste nell’attuale Algeria, filosofo, teologo, Padre della Chiesa, Vescovo di Ippona, racconta molti episodi della sua vita nelle Confessioni (scritte fra il 397 e il 401 d.C.): si tratta di un particolarissimo tipo di autobiografia, in cui i fatti raccontati vengono sempre letti e interpretati teologicamente, con l’intento di scorgere in ogni attimo dell’esistenza la presenza di Dio. Ma era un Dio che Agostino scoprì tardi, dopo un’adolescenza e una prima giovinezza in cui l’attrattiva dei piaceri sensuali, la pigrizia, l’“amore per il gioco” (“amor ludendi”, come lo chiama lui), lo avevano “dis-tratto” dal bene.

Di questo “smarrimento” Agostino era spesso consapevole, ma non aveva la forza di reagire: ecco che cosa riferisce, ad esempio, sul suo periodo scolastico: «Io non amavo lo studio e non potevo sopportare di esservi costretto: ma pur mi costringevano; il che era un bene per me, ma io non agivo bene; eppure non avrei imparato senza costrizione. Nessuno infatti agisce bene contro voglia (“nemo enim invitus bene facit”), anche se è bene quello che fa» (I,12).

Di questo periodo adolescenziale “dissipato”, Agostino riferisce in particolare un episodio, cioè un furto notturno fatto da lui e altri ragazzi (lui aveva solo 15 anni), non per impellente necessità, non per un motivo reale, ma solo per il gusto trasgressivo di fare una cosa “che non si fa”.

Ecco le sue parole: «Ebbene, io volli commettere un furto (“furtum facere volui”), e lo feci non costretto da indigenza, ma da mancanza del senso di giustizia e da intolleranza verso di essa e dall’eccesso di rabbia. Ciò che rubai, io lo avevo già largamente, di qualità molto migliore; né volevo godere di quello a cui tendeva il furto, ma proprio del furto e del peccato. Contiguo al nostro podere era un pero carico di frutti, non allettanti affatto né per bellezza né per sapore. Dopo aver protratto il gioco fino a tarda ora nelle piazze secondo la nostra pessima usanza, nel cuor della notte la squallida combriccola di noi ragazzacci (“nequissimi adulescentuli”) si recò a scuotere quell’albero e a depredarlo: e ne portammo via un gran carico, non per mangiarne a sazietà, se pure ne assaggiammo, ma per darne in pasto persino ai maiali: nostro unico piacere fu quello di fare ciò che non era lecito, perché ciò ci piaceva» (II,4).

Agostino va a rubare perché così decidono gli altri ragazzi; non sa dire di no alla proposta degli “adulescentuli” più sfrontati.

Ora, la “trasgressione” narrata, rapportata a certi fatti che avvengono al giorno d’oggi, può apparire minima e trascurabile: che gravità può avere un banale furto di pere, di fronte a tragedie profonde in cui oggi purtroppo sono coinvolti ragazze e ragazzi giovanissimi (uso di coltelli, rapine di coetanei, scontri tra bande)?

Ma per Agostino quell’episodio è emblematico, è il punto di partenza per una riflessione ulteriore; infatti, tornando ad analizzare il futile episodio, scrive così: «Da solo non avrei compiuto quel furto in cui non già la refurtiva ma il compiere un furto mi attraeva. […] Uno dice: “Andiamo, facciamo”, e si ha pudore a non essere spudorati” (“dicitur: ‘eamus, faciamus’ et pudet non esse inpudentem”’)».

Ecco il punto. Qualcuno dice: “andiamo, facciamo” e non si ha la forza di dirgli di no, di opporsi a una cosa anche se è palesemente ingiusta e immotivata. Ci si vergogna – dice Agostino – di non essere spudorati, ci si vergogna di avere vergogna delle proprie azioni. Oggi, ci si vanta di essere privi di inibizione degli impulsi.

L’ansia di vivere un’esperienza diversa, l’insoddisfazione o la noia per le piccole cose quotidiane, l’indeterminatezza delle idee, l’impulsività: tutto questo ha creato nel cuore del ragazzo quindicenne una confusione che è sfociata in una decisione stupidamente sbagliata. Un po’ come si dice nelle Metamorfosi di Ovidio: “Vedo le cose migliori, le approvo; però poi vado dietro alle cose peggiori” (“video meliora proboque, deteriora sequor”, Metamorfosi, VII,20-21). Tanto più, questo, quando si è così giovani.

Agostino, a posteriori, ricorda ancora i sensi di colpa che dopo quel fatto provò, tanto più esagerati nell’adolescenza quanto a volte è banale la trasgressione commessa; parla di un “groviglio tortuoso” (“tortuosissimam et inplicatissimam nodositatem”), di una vera “abiezione” del suo animo (II,10). E presenta, ora, a Dio il suo animo esprimendogli gratitudine per averne avuto pietà: «Ecce cor meum, Deus, ecce cor meum, quod miseratus es in imo abissi» (“Ecco il mio cuore, Dio, ecco il mio cuore, di cui hai avuto pietà quando era nel fondo dell’abisso”).

Ma quando Dio “aveva avuto pietà” di lui? Agostino racconta anche questo.

Molti anni dopo, nell’estate del 386, quando aveva ormai 32 anni, Agostino veniva da anni di tormentosa riflessione: aveva oscillato fra il manicheismo e lo scetticismo accademico, aveva letto testi neoplatonici, aveva ascoltato a Milano le prediche di Sant’Ambrogio. Ma era confuso, lacerato, lontano e vicino al tempo stesso alla meta: «Seguiva un altro tentativo uguale al precedente, ancora poco ed ero là, ancora poco e ormai toccavo, stringevo la meta. E non c’ero, non toccavo, non stringevo nulla. Esitavo a morire alla morte e a vivere alla vita».

A un certo punto, in un’afosa giornata dell’agosto milanese, Agostino ha una crisi di pianto, si allontana dal suo amico e discepolo Alipio, si getta sotto una pianta di fico e lancia grida disperate. Ricorda le parole del Salmo («E tu, Signore, fino a quando? Fino a quando, Signore, sarai irritato, fino alla fine? Dimentica le nostre passate iniquità») e dispera ormai di tutto, è vicino all’abisso della disperazione.

Quanto tempo duri questa drammatica lotta di Agostino con se stesso non viene detto; ma a un tratto la sua attenzione viene attratta da qualcosa: «A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: “Prendi e leggi, prendi e leggi” (“tolle, lege, tolle, lege”). Il mio stato d’animo mutò all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e leggere il primo passo che vi avrei trovato. Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo. Lo afferrai, lo aprii e lessi in silenzio il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rm 13,13-14).

Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono» (VIII,12.29).

Così avvenne la conversione di Agostino, o almeno così la racconta lui. Potremmo parlare forse di banalità del bene. E se anche quella voce che diceva “Tolle, lege, tolle, lege” fosse venuta dall’interno del suo animo, magari aprendosi la strada fra tante altre voci diverse che l’avevano sommersa precedentemente, non cambierebbe la sostanza del fatto: la vita di quell’uomo da quel momento cambia, prende una direzione, rilegge alla luce del presente l’esistenza passata e inizia a programmare il futuro sotto la luce di un nuovo faro, razionale e irrazionale al tempo stesso (perché non c’è nulla di più razionale di certa irrazionalità).

E forse in quel caldo giorno del 386 Agostino ripensò per un attimo a quell’estate di diciassette anni prima, a quel furto di pere per il gusto di trasgredire: non più servo ribelle sotto la legge ma libero dentro la Grazia. In entrambi i casi, una voce condiziona le azioni e le scelte: nell’adolescenza era stato l’invito alla trasgressione (“Andiamo, facciamo”), a Milano è un misterioso invito (“Prendi e leggi, prendi e leggi”); ma la decisione finale viene presa “dentro” l’animo di Agostino. «Non uscire da te stesso, ritorna in te, la verità abita nell’interiorità dell’uomo (Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas)» è una celebre massima di Sant’Agostino (dal De vera religione), che esorta a non cercare la verità nelle cose esterne o mutevoli, ma a ritrovare se stessi nell’interiorità, dove risiede la Verità divina, eterna e immutabile.

Si può forse dire che Agostino faccia eco alla saggezza classica, quella dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso (Gnosce te ipsum, Γνῶθι σαυτόν)” e quella di Pindaro: “Diventa ciò che sei, imparandolo (Γένοιο οἷος εἶ, μαθών)”, ma in quella sapienza manca l’interlocutore ed essa rischia di essere autoreferenziale.

Agostino può concludere: “Tardi ti ho amato (Sero te amavi), bellezza somma, che sei tanto antica, ma altrettanto recente, tardi ti ho amato. Ma il vero è che tu eri dentro di me ed io ero al di fuori, e io ti cercavo al di fuori, e sulle creature aggraziate che tu hai creato, io, sgraziato qual sono, m’avventavo alla cieca. Tu eri con me, ma io non ero con te. […] Hai dissipato la mia cecità, hai fatto sentire il tuo profumo e ho ripreso fiato, e a te ormai rivolgo il mio respiro” (Agostino, Confessioni, X,38).

La conversione dell’Innominato

Alessandro Manzoni ebbe una profonda affinità spirituale con Sant’Agostino, basata sulla conversione e sulla Grazia, temi centrali nella poetica manzoniana. Leggiamo qualche brano tratto dal Capitolo XXI dei Promessi sposi:

«”V’hanno forse maltrattata? Parlate.” “Oh maltrattata! M’hanno presa a tradimento, per forza! perché? Perché m’hanno presa? Perché son qui? Dove sono? Sono una povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio…” “Dio, Dio,” interruppe l’innominato: “sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola? Di farmi…?” e lasciò la frase a mezzo. “Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!»

«Quel volere [aver acconsentito alla richiesta di Don Rodrigo di rapire Lucia], piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di se stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevano fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che se ne sarebbero fatti lì, d’intorno, lontano; la gioia de’ suoi nemici. Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevano veder nella morte qualcosa di più tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di giorno, all’aperto, in faccia alla gente: buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. “Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un’invenzione de’ preti; che fo io? Perché morire? Cos’importa quello che ho fatto? Cos’importa? E’ una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…!” A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavano già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni. Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s’immaginava di condurla lui stesso alla madre. “E poi? Che farò domani, il resto della giornata? Che farò doman l’altro? Che farò dopo doman l’altro? E la notte? La notte, che tornerà tra dodici ore! Oh la notte! No, no, la notte!” E ricaduto nel vòto penoso dell’avvenire, cercava indarno un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti. Ora si proponeva d’abbandonare il castello, e d’andarsene in paesi lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con sé: ora gli rinasceva una fosca speranza di ripigliar l’animo antico, le antiche voglie; e che quello fosse come un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che doveva farlo vedere a’ suoi così miserabilmente mutato; ora lo sospirava, come se dovesse portar la luce anche ne’ suoi pensieri. Ed ecco, appunto sull’albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s’era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l’eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro. “Che allegria c’è? Cos’hanno di bello tutti costoro?” Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria. “Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in questo maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?” E data una voce a un bravo fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò qual fosse la cagione di quel movimento».

Osserviamo che il Manzoni mette in bocca all’Innominato la domanda: «Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un’invenzione de’ preti; che fo io? Perché morire? Cos’importa quello che ho fatto?» già nel 1840, anno dell’ultima e definitiva edizione della sua opera. Fëdor Dostoevskij formula una domanda analoga ne I fratelli Karamazov pubblicati tra il 1879 e il 1880 («Se Dio non esiste, tutto è permesso?»), circa quarantani dopo I promessi sposi. Il Manzoni ha intuito dunque ben prima di Dostoevskij il dramma del nichilismo, anche se poi, a onor del vero, non ha sviluppato questa intuizione.

Conclusioni

Per Agostino, detto il Dottore della Grazia, il prendi e leggi, per l’Innominato il suono delle campane hanno costituito l’occasione per convertirsi. la Grazia infatti si manifesta e agisce anche nella apparente banalità delle circostanze, San Paolo direbbe nella debolezza.

Una domanda sorge spontanea in questo tempo di Quaresima: in che modo la Grazia ha operato e si è resa efficace in me?

Una osservazione conclusiva rimane da fare circa il carattere “performativo” della Fede Cristiana, essa compie ciò che annuncia: alla Samaritana è data l’acqua viva, al Cieco nato è restituita la vista e data la luce della Fede, a Lazzaro la vita viene ridonata. Ciascuno di noi credo possa dire altrettanto se riflette sul perché è Cristiano.

«La religione [noi diremmo il Cristianesimo] non è un sistema di idee ma di forze. L’uomo religioso pensa di partecipare a una forza che lo domina e nello stesso tempo lo sostiene e lo innalza» (Émile Durkheim, 1914).

La visita all’abbazia

Al pranzo presso il refettorio è seguita una visita guidata all’abbazia.

La Santa Messa

La Santa Messa vespertina della V Domenica di Quaresima, Domenica di Lazzaro, celebrata nel Rito Ambrosiano alle ore 16.00 nella chiesa abbaziale, è stata presieduta dal Prof. Don Maurizio Ormas, concelebrante Don Stefano Croci, Vicario della Comunità Pastorale S. Giovanni Evangelista di Opera/Noverasco e Responsabile della vita liturgica e spirituale dell’abbazia di Mirasole.

Nella sua omelia, Don Ormas ha ricordato che la meditazione di questa mattina si è incentrata sul concetto che il Cristianesimo è performativo, non solo dichiarativo. Questo significa che la Fede non si limita a spiegare, ma produce effetti tangibili e reali.

Cristo non si limita a dichiarare: “Io sono la resurrezione e la vita”, ma realmente fa accadere la resurrezione, come nel caso di Lazzaro Durante la Quaresima, testimoniamo diversi esempi di cambiamento attraverso le azioni di Gesù, da Nicodemo alla Samaritana che riceve acqua viva. Sempre in riferimento alla meditazione della mattina, Don Ormas sottolinea che Gesù cambia i cuori, come ha fatto con quello dell’Illuminato.

La resurrezione di Lazzaro: rappresenta il nostro bisogno di superare la morte, e la compassione di Gesù verso le nostre sofferenze. La risposta di Dio: è sempre presente, ma a volte ci invita ad attendere per chiarire che da soli non possiamo risolvere la morte. Salvezza: Paolo ci ricorda che siamo salvati per grazia, e questa salvezza è ora, non solo nell’escatologia futura. La nostra vita può fiorire adesso, abbracciando il cambiamento che Cristo porta e riflettendo la sua luce nelle nostre vite quotidiane.

Occorre qui considerare anche il simbolismo dell’abbazia di Mirasole: il sole che illumina la luna simboleggia come Cristo illumina la chiesa, e la luminosità, simbolo della Chiesa, riflette la luce del sole, simbolo di Cristo.

L’evento della liberazione degli Ebrei dall’Egitto, invece, non è solo una mera notizia di libertà, ma un episodio epico che forma la base della loro fede. Il racconto dell’apertura del mare simboleggia un intervento divino unico e fondamentale. Israele riconosce il gesto di liberazione come il fondamento della sua fedeltà a Dio. Nessun altro popolo ha ricevuto una liberazione simile, ed è in questa consapevolezza che il popolo stabilisce la sua alleanza con Dio. La liberazione dall’Egitto, il ruolo di Abramo, e le promesse fatte a Israele tessono una narrativa complessa e ricca di significato per l’esistenza umana.

La relazione tra il popolo e Dio si fonda su una fiducia incondizionata, che viene ribadita nelle Scritture. Paolo agli Efesini sottolinea la stessa credenza, affermando che si può fare affidamento su Dio. Marta testimonia la sua fede in Gesù, riconoscendo il suo potere sulla vita e la morte.

I farisei si oppongono al messaggio di Gesù quando i fatti lo contraddicono; il conflitto tra realtà e ideologia è evidente. La morte di Gesù è vista non come un caso, ma come parte di una provvidenza più grande.

Le idee di Manzoni e Agostino sull’importanza della storia nella teologia sono fondamentali. Ognuno è invitato a riconoscere il proprio ruolo nella narrazione di salvezza che si estende attraverso i millenni.

Al termine della Santa Messa è stata scattata la consueta foto di gruppo dei partecipanti, che si sono scambiati poi gli auguri pasquali, segnando il termine del ritiro spirituale della Delegazione.

L’abbazia di Mirasole

Il nome dell’abbazia di Mirasole deriva dal nome del vicus (villaggio) nel quale era situata. Certamente, per la presenza di un luogo religiosamente significativo come un’abbazia, il nome Mirasole assume anche un’allusione più alta, evocando la tensione della vita ascetica a tenere lo sguardo fisso a Cristo, il sole della vita, come è proclamato nel Vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Cfr. Gv 11,25-26).

La grangia di Mirasole nacque a cavallo tra il XII secolo e i primi anni del XIII secolo, ad opera dei Fratelli Umiliati, con una comunità di soli laici. Le grange erano unità rurali dipendenti da un’abbazia, attorno alla quale si componeva un insieme di edifici adibiti a utilizzi agricoli e abitativi. Gli Umiliati, nel 1201 riconosciuti da Papa Innocenzo III come Ordine religioso, si diffusero in tutta la Lombardia, fondando numerose case – tra cui Mirasole – e inserendosi nel progetto di bonifica agricola e spirituale, che portò a cingere Milano da una corona di abbazie.

La Regola degli Umiliati era un’assoluta novità, in quanto adattava i precetti Benedettini e Agostiniani all’intensa attività lavorativa dei propri membri, in particolare nell’ambito della lavorazione della lana. Inoltre, gli Umiliati sono stati i primi nella storia della Chiesa ad avere un Terz’ordine. I terziari sono laici riconosciuti come parte integrante dell’Ordine religioso, pur vivendo nelle proprie case.

Nel XIII e XIV secolo l’abbazia di Mirasole fu un fiorente centro di vita religiosa e di attività agricola. Basti pensare che nel 1344 la comunità abbaziale era composta da 44 membri (29 frati, 11 monache e 4 domestici). Gli annali della Fabbrica del Duomo riportano, tra il 1387 e il 1398, una intensa collaborazione con Mirasole per la fornitura annuale di legname pregiato alla Veneranda Fabbrica.

Probabilmente a scopo difensivo, al Trecento risale la torretta d’ingresso, che configura l’abbazia come una grangia fortificata a pianta quadrangolare, in origine cinta da un fossato difensivo con due ingressi muniti di ponte levatoio.

A partire dalla seconda metà del Trecento, in conseguenza della crisi demografica ed economica provocata dall’epidemia di peste nera, i terziari non ci sono più e il numero di salariati è insufficiente al lavoro. I frati decidono allora, come era usuale per gli Ordini religiosi dell’epoca, di concedere a esponenti famiglie della borghesia e della nobiltà milanese l’affitto di terre sempre più grandi per recuperare liquidità. I frati si limitavano a riscuotere affitti irrisori e, oltre a ciò, i fittabili beneficiavano di tutte le attività produttive.

Nel 1482 Mirasole fu ridotta a commenda – la disposizione ecclesiastica per la quale il papa concede una carica che si rende vacante, per esempio quella di abate, ad un religioso o ad un laico che gode le rendite dell’abbazia senza diventarne il titolare e potendo amministrare il bene tramite un suo rappresentante.

A seguito del fallito attentato a San Carlo Borromeo, da parte di un Umiliato della casa di Brera, nel 1571 Papa Pio V abrogò l’ordine degli Umiliati. Nel 1582 la proprietà dell’abbazia di Mirasole passò al Collegio elvetico di Milano, istituito da Papa Gregorio XIII per l’istruzione del clero svizzero.

Qui terminò, dopo oltre tre secoli, la vita monastica di Mirasole e, tranne la chiesa e il chiostro, tutti gli edifici abbaziali furono destinati a fittavoli e salariati.

Le successive vicende storiche ed architettoniche di Mirasole furono influenzate da Napoleone. Conclusa la campagna d’Italia, nel 1797 Napoleone soppresse il Collegio elvetico e donò l’abbazia, completa di fondi e podere, alla Ca’ Granda, l’Ospedale Maggiore di Milano, per ricompensarlo dell’assistenza prestata ai suoi soldati malati e feriti.

Nei primi anni dell’Ottocento il fittavolo dei terreni occupava tutto l’edificio padronale, fece edificare il portico neoclassico con terrazzo e addirittura trasformò il chiostro nel cortile della sua abitazione.

Nel 1876 l’Ospedale ottenne dalla Curia arcivescovile di Milano una riduzione delle Messe, a causa dell’insufficienza delle elemosine; nel 1903 si dichiarò chiusa la chiesa alle funzioni di culto e, da questo momento, cominciò un lungo periodo nel quale Mirasole fu abitata esclusivamente dalle famiglie contadine. Le ultime risalgono agli anni Cinquanta.

L’Ospedale promosse un primo intervento di restauro nel 1930 e nel 1964 un altro di maggiore portata. Negli anni Ottanta furono eseguiti i definitivi lavori, grazie all’opera di Franca Chiappa, benefattrice dell’Ospedale.

Dal 2013 al 2016 l’abbazia è stata la sede del Priorato italiano dei Canonici Regolari Premostratensi. I Premostratensi si erano insediati in 12, avviando subito una incredibile rinascita del luogo: insieme ad ingenti lavori di ristrutturazione, hanno integrato la vita comunitaria e ascetica con una fervida attività pastorale, permettendo così a Mirasole di rivivere sia da un punto di vista religioso, sia civile e culturale.

A causa della sopraggiunta precarietà numerica della comunità Premonstratense, in soli due anni ridotta da 12 a 2 confratelli, a luglio 2015 l’Ordine ha comunicato all’Ospedale la rescissione del contratto di comodato stipulato nel 2013. Da ciò la Fondazione Patrimonio Ca’ Granda – ente istituito dal Policlinico per la gestione e la valorizzazione del patrimonio rurale di cui l’Ospedale è proprietario – ha indetto un bando di locazione trentennale per il complesso abbaziale.

Il 25 luglio 2016, Fondazione Progetto Arca Onlus e Progetto Mirasole Impresa Sociale, vincitori del bando con un progetto di welfare sociale di comunità, hanno fatto il loro ingresso in abbazia come gestori.

Progetto Mirasole Impresa Sociale è nata nel 2016 dal desiderio di promuovere il sito abbaziale e di dare impulso alle attività culturali, formative e produttive finalizzate al reinserimento sociale. L’organizzazione crede che dall’incontro di attività ed esperienze diverse, quali per esempio la cultura, l’accoglienza e l’integrazione, unite da obiettivi comuni di cambiamento e innovazione, possa generarsi una ricchezza importante a beneficio della comunità e del mondo intero.

Fondazione Progetto Arca Onlus si occupa dal 1994 di trovare adeguate risposte ai bisogni sociali partendo dal desiderio di rispondere alle istanze del territorio senza un disegno prefigurato ma con la disponibilità e l’ascolto. Attualmente i suoi interventi raggiungono le fasce di popolazione più povera, senza casa e lavoro, le famiglie con minori in difficoltà, i profughi e richiedenti asilo, le persone con problemi di dipendenza e gli anziani soli. Nell’ambito del Progetto Mirasole la Fondazione si occupa della comunità per mamme sole con bambini e di alcuni appartamenti dedicati alla residenzialità sociale.

Due enti, un’organizzazione onlus e un’impresa sociale, uniti nella gestione del Progetto Mirasole. La onlus si occupa delle attività di residenzialità sociale; l’impresa sociale delle attività relative al reinserimento lavorativo e alla valorizzazione culturale del complesso abbaziale.

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