La rappresentanza della Delegazione della Sacra Milizia Costantiniana, che ha partecipato alla Via Crucis del Venerdì Santo a Ravenna, è stata guidata dal Delegato Conte Carlo Cicconi Massi, Cavaliere Gran Croce de Jure Sanguinis con Placca d’Oro; con Paolo Arfilli, Cavaliere de Jure Sanguinis; Jean De Vito, Cavaliere di Merito; Andrea De Cesaris, Antonio Del Biondo, Massimo Comandini e Francesco Mazzieri, Cavalieri di Ufficio; e con Lidia Angeli, Dama di Ufficio.







La preghiera popolare e comunitaria
per le strade di Ravenna
Le meditazioni hanno accompagnato i fedeli in questo cammino di preghiera popolare e collettiva, partito dalla piazza di San Giovanni Battista e culminato davanti alla basilica di San Francesco, dove si è ricordato il santo della pace con la sua Preghiera semplice: «Signore, fa di me, uno strumento della tua pace. Dove è odio, fa ch’io porti l’amore, dov’è offesa, ch’io porti il perdono».
La processione è partita con le fiaccole degli scout e si è snodata per le vie del centro. Davanti alla croce, portata per tutte le 14 stazioni dall’Arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, le rappresentanze degli Ordini cavallereschi e i volontari dell’Unitalsi. Dietro, i sacerdoti e i fedeli, con i lettori e i volontari che hanno retto gli altoparlanti per permettere a tutti di ascoltare le meditazioni.
Don Paolo Szczepaniak, Parroco di San Rocco, che ha curato l’organizzazione della Via Crucis assieme agli altri parroci delle città, ha fatto gli auguri a Mons. Ghizzoni nel giorno del suo 71° compleanno, al termine della preghiera, in piazza San Francesco. «La scelta di terminare lì non è casuale. Vogliamo anche ricordare l’800esimo anniversario della morte di San Francesco, grande uomo di pace», ha sottolineato Don Szczepaniak.
«Se ho parlato male,
dimostrami dov’è il male;
ma se ho parlato bene,
perché mi percuoti?».
Una delle più belle risposte della storia.
In cammino con Cristo
per rimanere umani
Fra’ Francesco Patton, OFM, Custode di Terra Santa dal 2016 al 2025, che oggi risiede al Santuario del Monte Nebo, in Giordania, ha percorso durante il suo servizio in Terra Santa alcune delle Vie Dolorose più dure del nostro tempo: guerre, tensioni in Medio Oriente, la pandemia, la diaspora di comunità Cristiane costrette a resistere o a partire. Nell’introduzione alle meditazioni con i testi di San Francesco d’Assisi per la Via Crucis, che Papa Leone XIV ha presieduto al Colosseo la sera del Venerdì Santo, 3 aprile 2026, Fra’ Patton scrive, che «la Via Dolorosa (…) non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni.
La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù.
San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a “seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori” (Rnb XXII, 2: FF 56; cfr. 1 Pt 2, 21). Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù: “Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce” (Amm VI: FF 155).
Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di San Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita: “Portate in offerta i vostri corpi e prendete sulle spalle la sua santa croce, e seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti”» (UffPass XV, 13: FF 303).
La Via Crucis «passa anche oggi tra le ferite del mondo», ha detto Fra’ Francesco Patton, OFM, in un’intervista con Avvenire: «La Via Crucis per me è molto concreta: assomiglia alla vita reale delle persone. Non si svolge in un clima raccolto, ma in mezzo a tensioni, grida, conflitti. È più vicina, paradossalmente, alla Via Crucis storica di Gesù, che camminava tra ostilità e violenza. Questo rende il Vangelo attuale e, direi, persino scomodo: la sofferenza non va spiritualizzata, ma guardata in faccia».
In particolare la Via Crucis del Venerdì Santo, ha detto Fra’ Patton, «diventa uno specchio del presente e un esame di coscienza collettivo. Nei testi ho riflettuto su temi come il potere ingiusto, la sofferenza delle madri, la dignità calpestata, la disumanizzazione, la tortura. La Via Crucis non è devozione: è rivelazione di come Dio entra nei meccanismi più oscuri della storia umana senza sottrarsi. E ci chiede: da che parte stiamo?»
Fra’ Patton ha concluso con parole di speranza: «La Pasqua dice che il male non ha l’ultima parola. Il muro dell’inimicizia è già stato abbattuto sulla croce, anche se la storia fatica a riconoscerlo. Al cuore della Pasqua c’è anche questo mandato preciso: Cristo “è la nostra pace” perché, donando la vita, ha fatto di tutti i popoli un solo popolo. La Risurrezione non è solo una memoria da celebrare, ma una realtà da vivere: chiede ai credenti di riconoscersi fratelli, di superare divisioni e ostilità, e di lasciarsi riconciliare per costruire relazioni nuove, fondate sulla una dignità riconosciuta e condivisa».
