Riflessioni sulle letture festive – Meditazione sulle letture della VI Domenica di Pasqua. Nuove creature per la vita eterna

È stato pubblicato sul canale Spreaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio il Podcast con la meditazione per la VI Domenica di Pasqua, a cura del Referente per la Formazione della Delegazione di Roma e Città del Vaticano, il Prof. Enzo Cantarano, Cavaliere de Jure Sanguinis.

L’uomo vive d’amore dal suo primo respiro fino all’ultimo. Amato, si sente protetto ed accettato. Amando, sente di appartenere e trova un senso ad offrirsi. Poiché l’amore non può restare chiuso nel suo cuore; esso pervade il quotidiano. L’amore che si porta all’uomo spinge ad impegnarsi. L’amore che si porta a Dio si manifesta nella considerazione che si ha dei suoi comandamenti. Si manifesta anche nella giustizia, nel rispetto della vita, nell’azione per la riconciliazione dei popoli e per la pace. Le conseguenze dell’amore che si porta a Dio possono prendere l’aspetto di un lavoro, perfino di una lotta.

Lavoro e lotta sembrano spesso esigere troppo dall’uomo e superare le sue forze. Egli vede le sue debolezze ed ha voglia di rinunciare, ma quando lavoro e lotta sono le conseguenze dell’amore, conferiscono all’esistenza un respiro profondo, mettono la vita in un contesto più vasto e la rendono importante tanto sulla terra quanto in cielo. Cose apparentemente infime acquistano un significato quando sono il risultato dell’amore per Dio. Ogni buona azione, anche quella che facciamo senza pensare a Dio, è in relazione all’amore che gli portiamo. Ogni atto di amore, anche quando sembra minimo - come quando si porge un bicchiere d’acqua a qualcuno che ha sete - assume un significato per l’eternità.
Copertina

Podcast 3-48 – 10 maggio 2026 – Meditazione sulle letture della VI Domenica di Pasqua

O Padre, che per la preghiera del tuo Figlio ci hai donato lo Spirito della verità, ravviva in noi con la sua potenza il ricordo delle parole di Gesù, perché siamo pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi. Assisti con bontà il tuo popolo, o Signore, e poiché lo hai colmato della grazia di questi santi misteri, donagli di passare dalla nativa fragilità umana alla vita nuova nel Cristo risorto.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui (Gv 14,23).

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», dice il Signore. «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,15-16).

Prima lettura: At 8,5-8.14-17 – Imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo. Salmo responsoriale: Sal 65 – Acclamate Dio, voi tutti della terra. Seconda lettura: 1Pt 3,15-18 – Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. Vangelo: Gv 14,15-21 – Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.

VI Domenica di Pasqua
Nuove creature per la vita eterna

Questa Sesta Domenica di Pasqua prepara le due grandi solennità delle prossime Domeniche, che ci faranno rivivere il compimento del Mistero Pasquale: il trionfo supremo di Gesù con la sua Ascensione al cielo e la discesa dello Spirito Santo nella solennità di Pentecoste.

Gesù è morto e risorto per salire nella gloria del Padre suo e Padre nostro, per preparare anche a tutti noi – glorificati in Lui – un posto presso il Padre e per inviarci il suo Spirito Consolatore, che rimane con noi e nella comunità dei credenti per sempre.

È difficile trovare un aggettivo adatto per descrivere il Vangelo di oggi. Bisogna entrare nel contesto che continua il brano ascoltato domenica scorsa. In questo discorso di Gesù ai discepoli durante l’Ultima Cena, con il continuo alternarsi di verbi al presente e al futuro – “Io vivo e voi vivrete”, oppure “Chi ama me… io lo amerò” – tutto il testo vive in una tensione continua tra promessa e compimento. Gesù parla ai discepoli sconvolti dalle sue parole: “Figlioli, ancora per poco sono con voi… Dove vado io, voi non potete venire” (Gv 13, 33). Il Maestro si rivolge ai discepoli che si sentono abbandonati, per rassicurarli e consolarli. Ai suoi Undici – Giuda è già uscito – che chiama affettuosamente “figlioli”, Gesù promette di non lasciarli soli. A che cosa si riferisce?

Certamente Giovanni evangelista racconta un discorso che troverà già nelle apparizioni del Risorto il suo compimento. Ma questo testo interpella anche noi che lo leggiamo oggi. Anche noi possiamo riconoscerci in quel “vedere” che è esperienza di tutti i credenti: vedere Gesù con gli occhi del cuore, nella fede. Tutta la comunità dei credenti in Cristo riceve dunque questa promessa. La promessa centrale del brano è questa: “Non vi lascerò orfani: tornerò da voi”. Oggi possiamo comprendere queste parole come la promessa della presenza costante del Risorto, attraverso il suo Spirito e attraverso i segni della sua presenza: la Parola e i Sacramenti.

E il Vangelo di Giovanni parla di una presenza che diventa comunione profonda: “Io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi” (Gv 14, 20). A questo si aggiunge il versetto iniziale del brano: “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 16). Giovanni delinea così il legame d’amore tra il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo e il credente. Un legame concreto, esistenziale, vivo. La presenza di Dio non è legata a un luogo — un tempio, un santuario o un edificio sacro — ma alla persona stessa del credente. Questa presenza-promessa, pur essendo un dono, può essere accolta solo attraverso una decisione di vita: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti… Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” (Gv 14,15. 21).

L’amore, allora, non può ridursi a un sentimentalismo superficiale. Gesù è chiarissimo: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). L’amore Cristiano è modellato sul suo amore. Tra il passato, quando Gesù pronunciò queste parole, e il futuro del pieno compimento, c’è il presente: il nostro tempo, animato dallo Spirito Santo, garante e artefice delle promesse di Cristo. Gesù parla dello Spirito come dello “Spirito di verità” (Gv 14,17). È Lui che ci aiuta a comprendere la Parola e ci apre alla testimonianza.

Degli effetti di questa presenza parlano anche la Prima e la Seconda Lettura. Filippo, sul quale era stato invocato lo Spirito andando in Samaria compie opere prodigiose. E Luca insiste: è attraverso la sua parola che i Samaritani si convertono (At 8,6). Lo Spirito rende efficace la testimonianza. Lo stesso Spirito sostiene anche la concretezza della vita Cristiana. L’apostolo Pietro, nella Seconda Lettura, scrive a una comunità tribolata che però resiste: “È meglio soffrire operando il bene che facendo il male” (1Pt 3, 17). Questa forza nasce dalla speranza che sostiene la vita dei credenti e li unisce a Gesù anche nella prova. Una speranza concreta, fatta di scelte e di vita vissuta, che interroga anche chi non crede. Per questo Pietro raccomanda: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”.

Il Vangelo di questa domenica è dunque un Vangelo “spericolato”, perché apre il nostro cuore al futuro di Dio e ci insegna a vivere il presente nella fiducia. Il futuro è il tempo del pieno compimento, quando – come scrive Giovanni – “vedremo Dio così come Egli è” (1Gv 3,2). Ma il presente è il tempo dello Spirito Santo, che continua a scendere sulla comunità e su ciascuno di noi per consolare, fortificare, illuminare e guidare. Lo Spirito accresce la forza e ravviva la speranza. Ma questa sua presenza richiede da parte nostra una predisposizione di fede e soprattutto di amore/di amore, che si concretizza nell’ascoltare, custodire, vivere e testimoniare la Parola e i gli insegnamenti di Gesù.

Questo chiediamo oggi al Signore nella nostra preghiera.

Buona domenica.

Indice dei podcast trasmessi.

Foto di copertina: Duccio di Buoninsegna, Apparizione di Cristo sul Monte di Galilea, 1308-1311, tempera su tavola, 36,5×47,5 cm, Museo dell’Opera del Duomo, Siena.
Gesù appare nuovamente davanti agli apostoli e affida loro la diffusione del Vangelo, simboleggiato dai libri nelle mani di due degli apostoli. La scena fa parte del coronamento sul retro della pala d’altare Maestà, solo parzialmente conservata, con ciclo di Pentecoste, scuola senese, commissionata dalla bottega del Duomo di Siena.

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