La Santa Messa
Alle ore 19.00, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, l’Arcivescovo metropolita di Napoli, S.Em.R. il Signor Cardinale Domenico Battaglia, ha presieduto la solenne Celebrazione Eucaristica del Corpus Domini. Tra i concelebranti erano presenti i Vescovi ausiliari di Napoli, S.E.R. Mons. Francesco Beneduce, S.E.R. Mons. Gaetano Castel e S.E.R. Mons. Michele Autuoro, eletto Arcivescovo metropolita di Benevento, dove farà il suo solenne ingresso nel pomeriggio di domenica 28 giugno 2026, con i Primi Vespri dei Santi Pietro e Paolo; e il clero diocesano, tra cui Don Salvatore Giuliano, Cappellano di Merito, Parroco della Basilica Costantiniana di San Giovanni Maggiore, sede della Cappella Magistrale della Delegazione di Napoli e Campania.








L’animazione liturgica è stata curata dalla Corale Polifonica “S. Stefano” della Città di Melito, diretta dal Maestro Antonio Autorino, che opera presso la Parrocchia Santa Maria delle Grazie, importante punto di riferimento religioso e sociale per la comunità cittadina. La Corale, costituita nel novembre 2023, è composta da circa quarantacinque coristi tra soprani, contralti, tenori e bassi.
La Prima Lettura (Dt 8,2-3.14b-16a – Ti ha nutrito di un cibo che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto), il Salmo Responsoriale (Sal 147 – Loda il Signore, Gerusalemme) e la Seconda Lettura (1Cor 10,16-17 – Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo) sono state proclamate da alcuni ministranti della cattedrale.
La Sequenza (Lauda Sion), il Vangelo (Gv 6,51-58 – La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda) e la Preghiera dei fedeli sono stati rispettivamente proclamati e guidati dal Diacono addetto al Ministero della Parola.
L’Eucaristia, pane di unità e scuola di inclusione

Facendo eco agli Orientamenti Pastorali: «Chiesa di Napoli per te Emmaus non è solo una bella storia del Vangelo: è il tuo specchio, il tuo stile, il tuo Vangelo vissuto. Camminare insieme. Ascoltare la Parola finché scalda il cuore. Spezzare il pane e riconоscerlo. Tornare, anche stanchi, ma con passi di gioia, nella città dove tutto sembrava perduto… per annunciare che la Vita ha vinto», il Cardinale Domenico Battaglia ha incentrato la propria omelia (che riportiamo di seguito per intero) sui temi fondamentali della solennità, sottolineando come la Parola di Dio non descriva un rito da osservare da lontano, ma un cammino da percorrere insieme. Il Corpus Domini, ha affermato, non è la festa di certezze custodite entro le mura delle chiese, bensì la celebrazione di un Dio che si fa vicino, si dona e si fa pane per l’umanità.
L’Eucaristia è il «pane che si lascia mangiare», capace di spezzare l’individualismo e di educare all’amore e alla comunione fraterna. Il Cardinal Battaglia ha invitato i fedeli a mettere da parte rumori, pretese e superficialità per sostare davanti al mistero di un Dio che si fa piccolo per essere accolto, vivendo l’Eucaristia non come un semplice rito, ma come un concreto percorso di comunione e condivisione. Ha inoltre richiamato l’esperienza della manna nel deserto quale segno di una fiducia da rinnovare quotidianamente nella Provvidenza divina.
Al centro della riflessione è stato posto il significato del pane spezzato, simbolo di una comunione che nasce dalla condivisione e dall’accoglienza reciproca. «L’Eucaristia non è un sacramento per il singolo, ma il sacramento dell’unità», ha affermato il Cardinal Battaglia, evidenziando come i cristiani siano chiamati a superare divisioni, rivalità e individualismi per edificare comunità aperte e solidali. Ha indicato la Chiesa come luogo di inclusione, capace di valorizzare le differenze e di camminare accanto ai più fragili. Richiamando l’esempio di Gesù nell’Ultima Cena, che non escluse nemmeno Giuda, ha ricordato che l’amore di Dio precede ogni merito umano.
Concludendo, il Cardinal Battaglia ha evidenziato il legame inscindibile tra l’adorazione e l’impegno verso chi soffre. Ricevere il Corpo di Cristo significa riconoscerlo anche nei poveri, negli immigrati, nei malati, nei disoccupati e nelle vittime della violenza. Per questo ha invitato i fedeli a diventare, nelle proprie famiglie e nei luoghi della vita quotidiana, «un frammento di pane buono», capace di portare ascolto, pace e dignità a chi ne ha più bisogno.
La Processione Eucaristica




Alla Santa Messa è seguita la tradizionale Processione Eucaristica cittadina, che ha riunito le comunità parrocchiali del capoluogo campano. Vi hanno preso parte i Vescovi ausiliari Michele Autuoro, Francesco Beneduce e Gaetano Castel, il clero metropolitano, i rappresentanti delle confraternite e numerosi fedeli.




Il corteo religioso si è snodato lungo le strade storiche della città, attraversando via dei Tribunali, via Concezio Muzy e piazza Enrico De Nicola, fino a raggiungere la Parrocchia di Santa Caterina a Formiello, adiacente alla maestosa Porta Capuana, una delle più antiche e suggestive porte della città, e al vicino Castel Capuano. Durante il percorso sono stati vissuti cinque momenti di riflessione dedicati alla missione, alla prossimità, all’educazione, alla vocazione e alla corresponsabilità.



Raggiunta Porta Capuana, al termine dell’Adorazione Eucaristica, il Cardinal Battaglia ha letto la preghiera conclusiva dedicata a Porta Capuana (di cui riportiamo di seguito il testo integrale), proposta quale simbolo di una Chiesa aperta e vicina agli ultimi. Gesù è stato invocato come «Pane spezzato per la vita del mondo», portato dalle mura della Cattedrale alle strade della città per incontrare le ferite concrete di Napoli.
La preghiera ha richiamato l’attenzione sulle povertà del quartiere, sulla solitudine degli immigrati, sulla disoccupazione, sulle dipendenze e sul rischio della criminalità che sottrae futuro ai giovani. Il messaggio centrale è stato quello di una Fede che non può restare chiusa nelle chiese, ma che deve tradursi in accoglienza, solidarietà e impegno sociale. Porta Capuana è stata così proposta come metafora di una Chiesa «porta aperta», capace di abbattere barriere e di farsi prossima a chi vive ai margini. L’invito finale è stato quello di diventare, sull’esempio di Cristo, «pane condiviso» per gli altri, trasformando la preghiera in gesti concreti di fraternità, giustizia e speranza.
La Processione si è conclusa con la solenne Benedizione Eucaristica impartita dal Cardinal Battaglia, seguita dalle acclamazioni finali e dal canto conclusivo Nome dolcissimo.
La partecipazione alla celebrazione del Corpus Domini nel Duomo di Napoli rappresenta una nuova tappa nel percorso di crescita della Delegazione di Napoli e Campania, che continua il proprio cammino formativo e le attività caritative a favore dei poveri e delle persone più fragili. Nel solco della missione Costantiniana – la Glorificazione della Croce, la Propaganda della Fede e la Difesa della Santa Romana Chiesa – la Delegazione prosegue il proprio servizio nella testimonianza della Fede e nell’assistenza ai più bisognosi, in piena sintonia con il Magistero della Chiesa e con le indicazioni dei rispettivi Ordinari diocesani.
Il servizio fotografico è stato curato dai Cavalieri Prof. Antonio De Stefano e Dott. Domenico Giuseppe Costabile, dalla Dama Avv. Valeria Pessetti e da Videoinformazioni News.
Pane del cammino, pane di unità
Omelia del Cardinale Domenico Battaglia
Se ci mettiamo in ascolto profondo della Parola, ci accorgiamo che essa non ci parla di un rito da contemplare da lontano, ma di un cammino da fare insieme. La festa del Corpus Domini non è la festa delle nostre certezze recintate dentro le mura delle nostre chiese. È la festa di un Dio che si fa strada, che si lascia mangiare perché noi possiamo finalmente imparare a vivere.
Sorelle, fratelli, lasciamo per un attimo fuori dalla porta i nostri rumori. Le nostre pretese.
Oggi vorrei solo che ci fermassimo, stupiti, davanti a un mistero che non chiede di essere capito, ma respirato: il mistero di un Dio che, per parlarci d’amore ha scelto l’umiltà indifesa di un pezzo di pane. Un pane deposto sulla tavola, la sera, tra mani che sapevano di terra e cuori pesanti di paure.
Nel libro del Deuteronomio abbiamo ascoltato un invito che bussa forte al cuore: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere».
Ricordati. Non dimenticare. Perché il contrario della fede non è il dubbio, fratelli miei, il contrario della fede è l’amnesia. È dimenticare da dove veniamo. È dimenticare la polvere, la fatica, la sete del deserto, ma soprattutto l’amore fedele di un Dio che in quel deserto non ci ha mai lasciati soli.
Ricordati, dice oggi la Parola divina a ciascuno di noi. Dal ricordo delle gesta del Signore ha preso forza il cammino del popolo nel deserto; nel ricordo di quanto il Signore ha fatto per noi si fonda la nostra personale storia di salvezza.
«Ricordati di tutto il cammino… ti ha nutrito di manna».
La manna non era una ricchezza da accumulare nei granai. Era un dono fragile, che durava lo spazio di un mattino. Se provavi a trattenerla per il giorno dopo, marciva.
Dio ci educa così, ci educa al frammento, all’oggi. Ci dice che la vita non si possiede, si riceve.
Quanto siamo affannati a fare scorte di futuro, ad assicurarci il domani, dimenticando la grazia del momento presente. La manna è la carezza di Dio per quel giorno solo. È l’ascolto teso di una parola, l’accoglienza di un volto che bussa ora alla nostra porta. Sapremo ancora stupirci della povertà splendida di questo dono?
Paolo ci sussurra una parola antica e profonda: koinonìa, comunione. E lo fa con una concretezza che commuove: «Il pane che noi spezziamo…».
Fermiamoci su questo verbo: spezzare. Il pane, finché resta intero, è un oggetto chiuso in se stesso. Diventa nutrimento solo quando accetta di essere infranto, diviso, ferito.
Noi spesso cerchiamo una perfezione intatta, un’armonia senza crepe. Ma l’Eucaristia ci dice che la vera comunione nasce dalle vite spezzate. Dai chicchi di grano che hanno accettato di morire insieme sotto la macina per diventare un’unica cosa. Non c’è spazio per l’isolamento attorno all’altare. Se non accettiamo di lasciarci scomodare dal fratello, se non permettiamo alla sofferenza dell’altro di incrinare la nostra corazza, noi non celebriamo l’Eucaristia; la stiamo solo guardando da lontano.
L’Eucaristia ci ricorda anche che non siamo individui, ma un corpo. Come il popolo nel deserto raccoglieva la manna caduta dal cielo e la condivideva in famiglia, così Gesù, Pane del cielo, ci convoca per riceverlo, riceverlo insieme e condividerlo tra noi. L’Eucaristia non è un sacramento “per me”, è il sacramento di molti che formano un solo corpo. È il sacramento dell’unità. Chi la accoglie non può che essere artefice di unità. Questo Pane di unità ci guarisca dall’ambizione di prevalere sugli altri, dall’ingordigia di accaparrare per sé, dal fomentare dissensi e spargere critiche; susciti la gioia di amarci senza rivalità o invidie.
Fratelli, sorelle, questa è la sfida più grande per le nostre comunità cristiane oggi: la comunione. Attorno alla tavola dell’altare non ci sono primi e ultimi, non ci sono degni e indegni. Ci sono solo figli amati, peccatori perdonati, mendicanti di grazia.
Il pane è fatto di molti chicchi di grano che hanno accettato di perdere la propria individualità per diventare una cosa sola. Che bella sarebbe una Chiesa così!
Una Chiesa dove le diversità non sono un motivo di scontro, ma una ricchezza da condividere. Una Chiesa dove non si parla “di” poveri, ma si parla “con” i poveri, sedendosi alla stessa tavola, perché lei stessa povera. Una Chiesa che non aspetta che la gente bussi alla porta, ma che esce, che va a cercare chi si è perduto, chi si sente escluso, chi pensa che per lui non ci sia più speranza, chi pensa di poter fare a meno di Dio.
L’Eucaristia è la scuola dell’inclusione. Gesù non ha escluso Giuda dall’Ultima Cena, pur sapendo che lo avrebbe tradito. Ha lavato i piedi anche a lui. Ha offerto il pane anche a lui. Questo è l’abbraccio di Dio che anticipa ogni nostro merito.
E poi il Vangelo di Giovanni, che usa parole che sanno di terra, di sangue, di respiro: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui».
Rimanere. Una parola bellissima, che evoca la sosta, l’intimità, il non fuggire.
Gesù non ci chiede di adorarlo come un sovrano distante, immobile sul suo trono d’oro. Chiede di entrare in noi, di scorrere nelle nostre vene, di confondersi con la nostra carne stanca e con i nostri pensieri. Vuole essere assimilato.
Questo significa che, dopo aver ricevuto questo pane, i nostri occhi dovrebbero guardare il mondo con la stessa tenerezza dei suoi occhi; le nostre mani dovrebbero aprirsi con la stessa generosità delle sue; i nostri piedi dovrebbero camminare verso gli esclusi con lo stesso passo leggero e accogliente del suo.
Ci chiede di nutrirci dell’eucarestia ma prima ancora ci invita a lasciare che il suo stile, le sue scelte, tutta la sua vita, diventi ciò di cui ci nutriamo.
C’è un dettaglio che mi commuove sempre quando penso all’Eucaristia. Il pane, per diventare tale, deve passare attraverso un processo doloroso. I chicchi di grano devono essere raccolti, macinati sotto la pietra del mulino, impastati con l’acqua e poi messi nel fuoco del forno. Non c’è pane senza questa trasformazione. E non c’è Eucaristia senza la disponibilità di Gesù a lasciarsi macinare dall’amore per noi, fino alla croce.
E questo significa anche un’altra cosa per ciascuno di noi. Se noi mangiamo di questo Pane, dobbiamo accettare di entrare nella stessa logica. Non possiamo fare la Comunione e poi girarci dall’altra parte davanti al fratello che ha fame, di senso soprattutto. Non possiamo adorare il Corpo di Cristo racchiuso nell’ostensorio d’oro e poi calpestare il corpo di Cristo che soffre nella carne dei poveri, degli immigrati, dei disoccupati, delle donne violate, di chi fa fatica, degli ammalati. Quei corpi sono l’ostensorio di carne in cui Cristo ci attende ogni giorno.
Usciamo allora da questa chiesa, stasera, non con il vanto di una festa solenne, ma con la commozione nel cuore. Il Corpus Domini è la festa della vicinanza assoluta di Dio. Un Dio che cammina sulle nostre strade, che ha i piedi impolverati dal nostro stesso viaggio.
Chiediamo la grazia di essere anche noi, nelle nostre case, tra le nostre strade, un frammento di pane buono. Un pane che profuma di Vangelo, semplice, accessibile a chiunque abbia fame di ascolto, di pace, di dignità.
Amen.
Preghiera conclusiva
del Cardinale Domenico Battaglia
a Porta Capuana
Signore Gesù, Pane spezzato per la vita del mondo, la nostra processione stasera si ferma qui, a Porta Capuana.
Questo non è solo un traguardo di pietra; è un crocevia antico di storie, un confine aperto dove si incrociano le solitudini, le attese e le speranze della nostra gente.
Siamo partiti dalla Cattedrale, la casa della memoria e della Fede, e abbiamo camminato passo dopo passo lungo Via dei Tribunali.
Abbiamo portato Te, Signore, nel cuore pulsante, rumoroso e ferito di questa città.
Non Ti abbiamo chiuso nei nostri tabernacoli protetti, nelle nostre liturgie rassicuranti.
Ti abbiamo costretto a respirare l’odore dei nostri vicoli, a camminare tra i panni stesi, le botteghe, le fatiche e i silenzi di chi non ce la fa più.
Ti abbiamo chiesto di incrociare gli sguardi di chi stasera era alla finestra, forse con le lacrime agli occhi, forse guardando con diffidenza, forse cercando solo una carezza.
Lungo questa strada, Signore, ci hai ricordato che l’altare più vero è la strada stessa.
È lì che l’umanità si incontra, si scontra e grida il bisogno di essere salvata.
Ci hai chiesto di non guardare il cielo dimenticando la terra.
Ci hai chiesto di riconoscere il Tuo Corpo non solo nell’ostia candida che abbiamo adorato, ma nella carne viva, piagata e dolente dei poveri, dei dimenticati, degli ultimi.
E ora siamo qui, a Porta Capuana, dove le fatiche del quartiere si fanno carne e grido.
Qui, dove la vulnerabilità si respira a ogni angolo di strada.
Ti presentiamo la fatica di chi vive nell’ombra della marginalità, la solitudine degli immigrati che cercano un futuro e spesso trovano solo sfruttamento e barriere.
Ti presentiamo il dolore delle famiglie invisibili, stipate in case piccole, che lottano ogni giorno per difendere la propria dignità contro il morso della povertà.
Guarda, Signore, la rassegnazione che rischia di spegnere i vicoli del quartiere.
Vedi la trappola della criminalità che tenta i nostri giovani, rubando loro i sogni e il futuro, offrendo facili illusioni in cambio della vita.
Vedi la fatica di chi cerca un lavoro onesto e trova solo precarietà o disoccupazione, la sofferenza di chi cade nelle reti della dipendenza, nell’indifferenza del mondo che passa oltre.
Questa piazza è un termometro di sofferenza, ma noi non vogliamo abituarci al dolore.
Non vogliamo che i nostri occhi si anestetizzino davanti al degrado, alla violenza, all’esclusione.
Signore Gesù, donaci quella Fede che sa rintracciare i Tuoi passi non solo nell’incenso delle nostre chiese, ma soprattutto nelle crepe della nostra umanità. Donaci una spiritualità che non sia fuga dalla realtà, ma immersione in essa; una fede che non giudica, che non alza barriere, ma che sa sostare, con infinita tenerezza, sulle soglie del dolore e dell’attesa.
Porta Capuana è una porta aperta, Signore.
Fa’ che la nostra Chiesa sia esattamente come questa porta: mai serrata, mai sorda, mai indifferente.
Trasformaci in una dogana di misericordia che accoglie, che abbraccia e che mai respinge.
Aiutaci a scendere dagli altari delle nostre certezze per abitare le periferie esistenziali e geografiche di questa nostra Napoli.
Insegnaci a stare sulla frontiera, dove la carne sanguina, per portare l’olio della consolazione.
Insegna alle nostre mani a diventare gesti concreti di condivisione e di riscatto.
Guida i nostri piedi a camminare sui sentieri della giustizia, della legalità e della pace.
Fa’ che il nostro cuore impari a battere al ritmo del Tuo amore che non esclude nessuno.
Fa’ che Porta Capuana non sia solo un monumento del passato, ma un simbolo del nostro futuro: una porta aperta, un luogo di accoglienza, un cantiere di fraternità dove nessuno si senta escluso o scartato. Liberaci dall’orgoglio di crederci migliori e donaci invece l’umiltà di riconoscerci tutti mendicanti della Tua grazia, tutti viandanti sulla stessa strada.
Benedici questa città, Signore. Benedici questo quartiere.
Benedici chi stasera ha pregato, chi ha cantato, chi ha portato il peso del cammino. Ma benedici anche chi è rimasto a guardare da lontano, chi non crede, chi è arrabbiato con la vita o con la Chiesa, chi fa fatica a trovare un senso. Che la Tua benedizione raggiunga ogni angolo nascosto, ogni periferia esistenziale, ogni cuore ferito.
Aiutaci a conservare il profumo di questo cammino comune. Fa’ che non dimentichiamo che la Cattedrale e la Porta sono unite dalla stessa strada, e che su quella strada Tu cammini sempre con noi, fino alla fine del mondo. Resta con noi, Pane della speranza, custodisci la nostra sete di riscatto.
Fa’ che, tornando nelle nostre case, non dimentichiamo il profumo di questo cammino.
Rendici capaci di diventare noi stessi, ogni giorno, tra questi vicoli e in ogni periferia, pane buono, spezzato, condiviso e donato per la vita e la dignità di tutti i nostri fratelli.
