Riflessioni sulle letture festive – Meditazione sulle letture dell’XI Domenica del Tempo Ordinario. Andate e ammaestrate tutte le nazioni

È stato pubblicato sul canale Spreaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio il Podcast con la meditazione per la meditazione sulle letture dell’XI Domenica del Tempo Ordinario, a cura del Referente per la Formazione della Delegazione di Roma e Città del Vaticano, il Prof. Enzo Cantarano, Cavaliere de Jure Sanguinis.

Cristo comincia la sua azione apostolica raccogliendo attorno a sé dei discepoli, che diventeranno i diffusori del suo insegnamento. Gesù, davanti all’enormità del compito e l’esiguo numero di coloro che sono chiamati a svolgerlo, si impietosisce delle folle che sono “come pecore senza pastore” e dona poteri ai suoi apostoli e li manda per il mondo. Il motivo principale della riunione e della successiva dispersione degli apostoli è il grande amore di Dio per l’uomo. Lo scopo del ministero apostolico è il regno di Dio: “Predicate che il regno dei cieli è vicino”. Al momento dell’Ascensione, Cristo dirà agli apostoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19). Tutti i popoli devono essere ammaestrati per poter accedere al regno di Dio, che è il bene più grande. È così che Cristo propone la redenzione universale.

Ognuno di noi è chiamato e mandato da Dio, e può dunque essere apostolo e far conoscere nel mondo d’oggi, per mezzo della sua vita, la verità di Cristo. Lavorare per Cristo e con Cristo è un grande privilegio e, insieme, un dovere. “Cristiano, non dimenticare la grande dignità di cui sei stato rivestito!”, diceva San Leone Magno. Prendendo coscienza di questa verità, ci uniremo ai dodici apostoli per annunciare: “È vicino a voi il regno di Dio” (Lc 10,9).
Copertina

Podcast 3-58 – 14 giugno 2026 – Meditazione sulle letture dell’XI Domenica del Tempo Ordinario

O Padre, che hai fatto di noi un regno di sacerdoti e una nazione santa, donaci di ascoltare la tua voce e di custodire la tua alleanza, per annunciare con le parole e con la vita che il tuo regno è vicino.

Il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo (Mc 1,15).

Prima Lettura: Es 19,2-6 – Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Salmo Responsoriale: Sal 99 – Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida. Seconda Lettura: Rm 5,6-11 – Se siamo stati riconciliati per mezzo della morte del Figlio, molto più saremo salvati mediante la sua vita. Vangelo: Mt 9,36-10,8 – Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò.

XI Domenica del Tempo Ordinario
Andate e ammaestrate tutte le nazioni

Carissimi Confratelli e Consorelle, c’è una continuità e, insieme, una frattura tra l’opera di Mosè, raccontata nella Prima Lettura, e l’opera di Gesù. L’atto costitutivo del popolo di Dio dell’Antico Testamento è la liberazione dalla schiavitù degli Egiziani, che porta un non-popolo a diventare un popolo che Dio si sceglie e costituisce in tutti i suoi aspetti sociali e politici. A questo popolo Mosè dona un’unità religiosa mediante la Fede nel Dio dei Padri, che si manifesta come Liberatore e stipula con esso un’Alleanza.

Come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura: «Voi stessi avete visto ciò che ho fatto all’Egitto… Ora, se ascolterete la mia voce e custodirete la mia alleanza, sarete per me il popolo privilegiato fra tutti i popoli». Questo popolo, però, lungo la sua storia (e per certi versi lo è ancora oggi, almeno nella sua frangia più rigida e radicalizzata ideologicamente), diventa una nazione separata e contrapposta alle altre. Fatica ad aprirsi a quell’universalismo al quale i profeti lo hanno continuamente richiamato. Convinto di possedere la verità custodita nelle proprie tradizioni e nelle proprie leggi, diventa infine incapace di accogliere e riconoscere proprio quell’«Inviato di Dio», Gesù di Nazaret, che costituiva il fondamento stesso della speranza di Israele. Gesù stesso, in Matteo 23, stigmatizza la sterilità e l’inutilità di una legge di uomini gabellata come legge di Dio da parte di indegni successori di Mosè indebitamente insediatisi, per scopi di potere terreno, sulla sua cattedra.

Infatti, l’opera di Gesù va ben oltre questi elementi terreni. Egli realizza un’unità che supera le barriere della razza, della cultura e dell’organizzazione politica, per riunire persone di tradizioni e costumi diversi. Il nuovo Popolo di Dio non ha connotazioni geografiche, politiche o etniche: esso è radunato dalla Fede in Gesù Cristo. Liberazione e Alleanza sono certamente i due elementi costitutivi anche di questo nuovo popolo. Lo afferma Paolo nella Seconda Lettura: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Giustificati nel suo sangue, saremo salvati per mezzo di Lui». Ecco la liberazione. E continua l’Apostolo: «Ci gloriamo in Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale abbiamo ricevuto la riconciliazione». Ecco l’Alleanza. Anche per questo nuovo Popolo di Dio vi è un intervento divino: Gesù sceglie gli Apostoli e li invia in missione ad annunciare il Regno di Dio. È un popolo “mandato”, chiamato a vivere in mezzo a coloro che ancora non ne fanno parte.

Se è vero che Gesù seguì un metodo di gradualità, inviando dapprima Apostoli e Discepoli alle pecore smarrite della casa d’Israele, è altrettanto vero che, dopo la discesa dello Spirito Santo a Pentecoste, essi partirono verso il mondo intero per annunciare il Vangelo: la nuova liberazione dell’uomo realizzata attraverso la morte e la risurrezione di Cristo e la nuova Alleanza stipulata con tutta l’umanità, famiglia di Dio.

Vi è stato un tempo in cui la Chiesa, per vari motivi, storici ed ideologici, cioè di potere, si è considerata una “società perfetta”, troppo simile all’antico popolo d’Israele, autoreferente ed intransigente, e si è quindi contrapposta al mondo dei non credenti o degli appartenenti ad altre religioni, ritenute false. In tal modo aveva quasi smarrito l’immagine di sé come “piccolo gregge”, “lievito nella massa” e “luce posta sul candelabro”, secondo il progetto di Gesù. Soprattutto con il Concilio Vaticano II (1962-1965), la comunità dei credenti in Cristo ha riscoperto il proprio volto evangelico, abbandonando immagini di sé non pienamente in sintonia con ciò che Cristo aveva voluto per la comunità da Lui fondata.

In questo cammino di conversione, la Chiesa ha ritrovato la propria solidarietà con quanti ancora non conoscono Dio, ma si sforzano di vivere rettamente, seguendo la legge naturale che il Creatore ha impresso nella coscienza di ogni uomo. Chi non ha la nostra Fede e non pratica la nostra religione non è un nemico. Anche quando, per motivi storici o personali, ci combatte, resta un fratello, una sorella, da rispettare e da amare con lo stesso amore che Gesù nutre per lui.

L’incredulità e l’ateismo sono realtà che interrogano tutta la comunità dei Christifideles e la spingono a verificare quale immagine offre di sé. È davvero il popolo scelto dal Signore, che vive nella libertà dei figli di Dio, secondo il suo disegno di salvezza e in piena comunione di speranze, ansie e ricerche con tutti gli uomini del nostro tempo? Non per adeguarsi a mode superficiali, ma per essere in sintonia con ciò che lo Spirito opera nell’umanità concreta, nella quale essa vive come segno e strumento di salvezza.

Se, sotto molti aspetti, le nostre società contemporanee sono diventate terre di missione, significa che la Chiesa non è una realtà stabilita una volta per sempre. Essa deve continuamente rinascere e radicarsi non come corpo estraneo, ma come porzione credente di quel popolo che siamo noi: popolo di salvati per iniziativa di Dio, liberati dal suo Figlio e introdotti nella nuova ed eterna Alleanza.

La Messa domenicale, celebrata nel giorno che ogni settimana richiama la Pasqua del Signore, rende presente e perpetua questa liberazione e questa Alleanza. Essa rinnova anche il compito sacerdotale e missionario che deriva dal nostro Battesimo e dalla nostra Cresima, dal nostro sacerdozio regale e profetico che attualizza il mandato genesiaco del Creatore di collaboratori con lui nella istituzione del Regno futuro.

Siamo missionari, siamo apostoli, perché la liberazione donata da Cristo si estenda a tutti gli uomini e la nuova ed eterna Alleanza raccolga tutti i dispersi nell’unico Popolo di Dio.

BUONA DOMENICA.

Indice dei podcast trasmessi.

Foto di copertina: James Tissot, L’esortazione agli apostoli, tra il 1886 e il 1894, acquerello opacizzato su grafite su carta velina grigia, 16,5×22,2 cm, Brooklyn Museum, New York.
L’opera mostra Gesù seduto sotto un ulivo mentre istruisce i suoi discepoli, realizzata come parte di una vasta serie dedicata alla vita di Cristo, spinto da una profonda conversione religiosa. Tissot divenne Cattolico dopo una crisi personale e decise di dedicare la sua carriera alla rappresentazione di scene bibliche. L’esortazione agli apostoli è una delle tante opere che ha creato nella sua ricerca di verità spirituale.
Lo stile artistico è realistico e dettagliato, che può essere visto nella completezza con cui ciascuno dei personaggi della scena ha rappresentato. La composizione è equilibrata e simmetrica, con Gesù al centro e gli apostoli che lo circondano in un semicerchio. Tissot ha usato modelli reali per rappresentare i personaggi. Pare che il modello per Gesù fosse un suo amico, mentre gli apostoli erano rappresentati da membri della sua famiglia e amici intimi.
Il colore è un altro aspetto importante di questo lavoro. Tissot usa una tavolozza di toni caldi e terribili, che danno alla pittura una sensazione di calore e serenità. I dettagli in oro e argento sulle tuniche degli apostoli e nella tunica di Gesù, aggiungono un tocco di eleganza e solennità.
È un’opera d’arte impressionante che combina l’abilità tecnica con la devozione religiosa. Il suo stile realistico, la composizione equilibrata, la tavolozza di colore caldo e i dettagli dorati e d’argento, rendono questo dipinto un gioiello di arte religiosa del diciannovesimo secolo.

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