Riflessioni sulle letture festive – Meditazione sulle letture della XIII Domenica del Tempo Ordinario. Amare come Gesù

È stato pubblicato sul canale Spreaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio il Podcast con la meditazione sulle letture della XIII Domenica del Tempo Ordinario, a cura del Referente per la Formazione della Delegazione di Roma e Città del Vaticano, il Prof. Enzo Cantarano, Cavaliere de Jure Sanguinis.

Soltanto una cecità spirituale ci impedirebbe di vedere il minimo segno dell’amore di Dio nella nostra vita: nella sicurezza familiare, nella salute del corpo e dell’anima, nella consolazione interiore di fronte ai colpi del destino e negli inattesi avvenimenti felici di ogni giorno. È per questo che cerchiamo la presenza del Signore e ci mettiamo al suo seguito.

Ma egli ci fa resistenza quando vogliamo mescolare i nostri interessi personali con la nostra relazione di amicizia. Quando separiamo i doni ricevuti da Colui che ce li dona, per costruire un piccolo mondo egoista alle sue spalle. Noi siamo allora vittime di una illusione, poiché la salvezza e il pieno compimento si trovano soltanto in lui. Perciò egli si erge contro l’egoismo tinto di religiosità, e vuole difenderci dagli inganni e dagli errori. Le sue esigenze, così irritanti, mirano al nostro sommo bene: egli vorrebbe rimanere il fondamento del nostro essere e delle nostre aspirazioni.

Colui la cui vita è interamente centrata in Cristo manifesta anche la presenza di Cristo in mezzo ai suoi fratelli. E ciò che vale per il Signore vale anche per l’inviato: accogliere il forestiero, dissetare colui che ha sete, il rispetto dell’apostolo verso il messaggero. Costui ha una famiglia tra i fratelli e le sorelle in Cristo (Cfr. Mt 12,50).
Copertina

Podcast 3-62 – 28 giugno 2026 – Meditazione sulle letture della XIII Domenica del Tempo Ordinario

O Padre, infondi in noi la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché, seguendo Cristo sulla via della croce, siamo pronti a donare la nostra vita per manifestare al mondo la tua presenza d’amore.

Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa; proclamate le opere ammirevoli di colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (Cfr. 1Pt 2,9).

Prima Lettura: 2Re 4,8-11.14-16 – Costui è un uomo di Dio, un santo, si fermi da noi. Salmo Responsoriale: Sal 88 – Canterò per sempre l’amore del Signore. Seconda Lettura: Rm 6,3-4.8-11 – Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti con lui: camminiamo in una vita nuova. Vangelo: Mt 10,37-42 – Chi non prende la croce non è degno di me. Chi accoglie voi, accoglie me.

XIII Domenica del Tempo Ordinario
Amare come Gesù

Anche questa domenica siamo all’interno del discorso missionario di Gesù: oggi leggiamo la conclusione di questo discorso in Mt 10,37-42. Il brano inizia con alcune parole che aprono ad un approfondimento molto importante. Gesù dice infatti: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,37-38). Per tre volte, Gesù sembra rimandare i discepoli ad una possibilità deprecabile, quella di non essere degni di Lui.

Cosa significa? «Chi ama padre o madre, figlio o figlia più di me, non è degno di me». Chi ama la propria famiglia più di me, non è degno di me. Ma allora chi è degno di te, Signore, della tua altissima pretesa? Padre, madre, fratello, sorella, figli,… sono le persone a me più care, indispensabili per vivere. Sono loro che ogni giorno mi spingono ad essere vero, autentico, a diventare il meglio di ciò che posso diventare.

Queste parole di Gesù sembrano chiedere una graduatoria degli affetti, come se pretendesse di occupare il primo posto nel cuore umano, relegando tutti gli altri amori a un rango inferiore. Ma Gesù non è mai entrato in competizione con l’amore umano. Non ha mai chiesto di essere amato contro qualcuno o al posto di qualcuno. Un Dio che reclamasse privilegi, precedenze e primati sarebbe ancora prigioniero della logica dell’ego. Gesù non chiede di amare lui più degli altri; invita piuttosto ad amare come lui. L’amore autentico non si lascia rinchiudere nel recinto dei legami di sangue, dell’appartenenza, della tribù. Non nega gli affetti più vicini, ma li apre. Li dilata. Li conduce oltre sé stessi. Quando l’amore è vero, smette di chiedere: «Chi c’è per me?» e comincia a domandarsi: «Per chi ci sono io?»

Per questo il Vangelo rappresenta una rivoluzione permanente contro ogni particolarismo del cuore. Contro ogni “prima noi”, “prima i nostri”, “prima quelli che ci assomigliano”. L’amore non ragiona secondo l’ordine delle preferenze, ma secondo quello della presenza, senza conoscere privilegi, ma solo attenzione e senza stabilire gerarchie di dignità, ma piuttosto riconoscendo ovunque la medesima preziosità, il medesimo incommensurabile valore. L’amore è, nel senso più profondo del termine, “indifferente”: non perché sia freddo o distaccato, ma perché non fa differenze. Come il sole che illumina senza scegliere, come la pioggia che cade senza chiedere chi la meriti… Come Dio Padre, che è, appunto, Amore (1Gv 4,7-21). Ma la sua richiesta non è una competizione di emozioni, da cui sa che non uscirebbe vincitore se non presso pochi eroi, o santi o profeti dal cuore in fiamme. Eppure lo sappiamo che nessuno coincide con il cerchio della sua famiglia. Anche già per unirsi a colei che ama, l’uomo lascerà il padre e la madre.

Il Vangelo, croce e pasqua, un’eternità di luce, non si spiegano interessandosi solo della famiglia, e neppure una storia di giustizia, un mondo in pace. Bisogna rompere il piccolo perimetro e far entrare volti e nomi nel cerchio del proprio sangue, generare diversamente vita e futuro; staccarsi, perdere, spezzare l’eterna ripetizione di ciò che è già stato. Chi avrà perduto, troverà. Perdere la vita, non significa farsi uccidere: una vita si perde non perché ci viene strappata, ma perché la si è donata.

Noi possediamo, veramente, solo ciò che abbiamo donato ad altri. Come la donna di Sunem della Prima Lettura, che d’impulso dona al profeta Eliseo piccole porzioni di vita, piccole cose: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada, e riceverà in cambio una vita intera, un figlio, insieme al coraggio del futuro.

Risento l’eco delle parole di Gesù: Chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà. Gesù parla di una causa per cui vivere, che vale più della stessa vita. E Lui, che l’ha perduta per la causa dell’uomo, l’ha ritrovata. Infatti il vero dramma dei viventi è non avere niente e nessuno per cui valga la pena mettere in gioco e spendere la propria vita. E a noi, spaventati dall’impegno di dare vita e di seguire una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca non perderà il premio. Croce e acqua, il dare tutto e il dare quasi niente.

I due estremi di uno stesso movimento, un gesto vivo, significato da quell’aggettivo così evangelico: fresca. L’acqua, fresca dev’essere. Vale a dire procurata e conservata con cura, l’acqua migliore che hai, acqua affettuosa, bella, con dentro l’eco del cuore. La vita nell’acqua: stupenda pedagogia di Cristo, secondo cui non c’è nulla di troppo piccolo per chi vuol bene se amare si traduce con l’altro verbo, semplice e concreto, fattivo, urgente in mani limpide e allegre come acqua fresca: il verbo dare.

È in questo contesto che si comprende anche l’invito a «prendere la propria croce». Per troppo tempo questa espressione è stata interpretata come rassegnazione, sopportazione passiva del dolore, accettazione fatalistica delle prove della vita. Ma la croce di Gesù non è il simbolo della sofferenza subita; è il segno delle conseguenze dell’amore vissuto fino in fondo. Gesù non è stato crocifisso perché amava il dolore. È stato crocifisso perché amava troppo gli esclusi, i dimenticati, i poveri, gli stranieri, i peccatori.

La croce è ciò che accade quando l’amore entra in collisione con le logiche del potere, dell’interesse e della paura. Prendere la propria croce significa allora accettare il prezzo della compassione. Significa non sottrarsi alle conseguenze che derivano dal mettersi accanto agli ultimi, dal condividere il peso di chi non ha voce, dal rimanere fedeli all’umanità anche quando ciò comporta incomprensioni, solitudine o rifiuto. Ogni amore autentico espone. Rende vulnerabili. Fa perdere qualcosa. Chiede sempre un esodo da sé stessi.

Eppure, il Vangelo custodisce una certezza: l’amore non conduce mai al vicolo cieco della morte. Può attraversare la notte, ma porta sempre in sé una segreta direzione verso la luce. Può conoscere la sera, la notte, della croce, ma reca già nel proprio grembo l’alba della risurrezione. Per questo Gesù conclude parlando di un gesto apparentemente insignificante: un semplice bicchiere d’acqua fresca. È il modo con cui ci ricorda che il Regno di Dio non cresce attraverso gesti grandiosi o imprese spettacolari. Cresce nella discrezione. Nella fedeltà ai piccoli atti. Nella tenerezza quotidiana. In quella gentilezza quasi invisibile che spesso nessuno applaude e che tuttavia tiene in piedi il mondo.

Noi siamo abituati a pensare che soltanto ciò che è grande produca effetti importanti. L’amore, invece, conosce una matematica diversa. Sa che un sorriso può riaccendere una speranza spenta. Che una parola può salvare una giornata. Che una presenza può restituire vita a chi si sentiva perduto. Nel mondo dell’amore nulla è piccolo. Persino un bicchiere d’acqua donato con gratuità partecipa al movimento stesso dell’universo. Perché ogni gesto d’amore, per quanto umile, contribuisce a far avanzare quel Regno che non è altro che la lenta, ostinata e invincibile diffusione della Vita. Quella Vita che, come scrisse Dante, è l’Amore «che move il sole e l’altre stelle».

Tutto il capitolo 10 non ha fatto altro che sottolineare un elemento fondamentale, ovvero che la missione non è un compito, non è qualcosa da fare, non è una strategia da portare avanti. È una comunione di vita e di amore, vissuta dal discepolo con il proprio Signore; nasce dal condividere il suo sguardo di compassione per gli uomini, e si compie nel portare a tutti il suo stesso messaggio di salvezza.

Abbiamo ascoltato, nelle scorse domeniche, che Gesù invita a non avere paura, perché la vita dei discepoli è preziosa agli occhi del Padre; non devono preoccuparsi di cosa dire, perché in loro parla lo Spirito Santo.

Insomma, tutto ripete, in modi diversi, un’unica verità, ovvero che la vita dei discepoli è preziosa agli occhi del Signore; che è degna di Lui. Il discepolo è così degno del suo Signore da essere abilitato a vivere non solo la sua vita, ma anche, addirittura, la Sua morte. È degno di vivere la Sua stessa vita, fino al dono totale di sé, esattamente come il Signore. Ecco, dunque, il senso delle parole di Gesù. Il discepolo testimonia innanzitutto questo: una dignità immensa, che lo precede e che gli è donata gratuitamente. È una dignità che non gli viene dai suoi meriti o dalle sue capacità, ma dalla partecipazione alla vita del Figlio, alla condivisione dello stile di Dio, che ogni discepolo è chiamato a rendere trasparente nella propria esistenza quotidiana.

C’è un rischio, però, ed è quello di perdere questa dignità, di allontanarsi, di “non essere degni”, come dice Gesù. Non la si perde quando si sbaglia, quando si pecca: quello è il luogo, semmai, dove il discepolo può sperimentare ancora di più la gratuità di una misericordia che lo rende unito al Signore. La questione è più profonda.  Gesù, come abbiamo sentito, dice che non è degno di Lui chi ama genitori, figli o anche se stesso più di Lui.

Gesù non dice di non amare i propri parenti, e non dice nemmeno di amarli di meno di quanto si ami Lui. Perché, quando si ama, non si sta a misurare, a calcolare, a soppesare. Gesù non sta neppure chiedendo un amore per Lui che escluda gli altri, che li dimentichi o che non se ne prenda cura. Gesù sta dicendo che ogni nostra capacità di amare viene da Lui ed è dono suo.

È la relazione con Lui che rende possibile ogni altro amore. Senza questa relazione fondante, l’amore rischia di diventare possesso, alienazione, schiavitù, violenza. È bramosia di possessivo, non amore oblativo. Se la nostra vita è fondata sulla relazione con Cristo, allora diventiamo via via capaci, “degni”, di amare tutti come Gesù ama; di portare la croce come Lui la porta, di perdere, come lui, una vita effimera per acquistarne una eterna.

Con questa chiave interpretativa, possiamo leggere anche i versetti conclusivi del nostro brano (Mt 10,40-42), che concludono anche l’intero discorso missionario: “Chi accoglie voi accoglie me… Chi darà anche solo un bicchiere d’acqua fresca…”. Chi accoglie il discepolo accoglie la presenza del Signore, che lo ha reso degno e capace di amare come Lui. E per questo, riceverà una ricompensa sproporzionata, infinitamente più grande di ciò che avrà perso perché donato al missionario che avrà accolto: perché la sua ricompensa sarà questa stessa comunione con Cristo, una comunione che si diffonde e si dilata, anche attraverso un solo, piccolo, gesto di bontà.

Indice dei podcast trasmessi.

Foto di copertina: Maestro di Alkmaar, Dissetare gli assetati (secondo pannello del dipinto Le sette opere di misericordia, composto da sette pannelli, ognuno dei quali mostra una delle opere di misericordia, 119,1×472 cm), 1504 circa, olio su tavola, 101×54 cm, Rijksmuseum, Amsterdam.
I dipinti mostrano le opere di misericordia corporale, con Gesù sullo sfondo che guarda ciascuna, in questo ordine: nutrire gli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, seppellire i morti, proteggere il viaggiatore, confortare i malati e riscattare il prigioniero.
Nella parte superiore centrale del pannello centrale è raffigurato il Giudizio Universale. Secondo le fonti bibliche (Mt 5,31-46), un fattore decisivo nel Giudizio Universale sarà la questione morale se le opere di misericordia corporale siano state praticate o meno durante la vita. Sono considerati importanti atti di carità. Pertanto, la congiunzione del Giudizio Universale e delle opere di misericordia era molto frequente nella tradizione pittorica dell’arte Cristiana, specialmente nel Medioevo e nella prima età moderna.
Le Sette Opere di Misericordia non solo spiegano ciò che la Bibbia dice sulle azioni virtuose e sulla salvezza, ma l’opera visualizza anche come chi guarda dovrebbe reagire dopo che il messaggio diventa chiaro a lui o lei. Ciò è evidente nel modo in cui il gruppo di fronte, i membri della confraternita, hanno dato l’esempio al piccolo gruppo sullo sfondo dei pannelli: concretizzano l’esempio dato dalla confraternita partecipando ad atti di misericordia nella propria vita quotidiana.
La serie di immagini del Maestro di Alkmaar fu probabilmente commissionata dai reggenti dell’Ospizio dello Spirito Santo ad Alkmaar, prima di essere trasferita nella Chiesa di San Lorenzo nella città nel 1574. Il pannello rimase a San Lorenzo fino al 24 giugno 1582. Fu poi venduto dalla Chiesa di San Lorenzo nel luglio 1918 al suo attuale proprietario, il Rijksmuseum di Amsterdam.
I dipinti, recanti il timbro di Geertgen tot Sint Jans, sono realizzati con colori vivaci e le loro figure sono disegnate in modo esageratamente caricaturale. È stato proposto che questo artista sia identico a Cornelis Buys I, fratello di Jacob Cornelisz van Oostsanen; è noto per essere stato attivo ad Alkmaar tra il 1490 e il 1524. Più recentemente, è stato proposto il nome di Pieter Gerritsz, originariamente di Haarlem, essendo ad Alkmaar a partire dal 1502. Questo artista, nel 1518, fu ricompensato per un dipinto di San Bavone ad Haarlem, e il suo nome può essere trovato nei documenti dell’Abbazia di Egmond e della Chiesa di San Lorenzo ad Alkmaar, in un periodo che copre gli anni dal 1515 al 1529.

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