Boville Ernica
Storia e spiritualità
nel cuore della Ciociaria

Il borgo medievale di Boville Ernica, annoverata tra i borghi più belli d’Italia, sorge a 487 metri sul livello del mare, su un colle dal quale si gode un ampio panorama sul territorio circostante. Il centro storico è racchiuso dalle mura medievali, mentre nel territorio scorre il torrente Amaseno, affluente del fiume Liri.
Le origini dell’insediamento sono antichissime e la sua storia si articola in tre principali fasi: preromana, romana e medievale. Il paese conservò il nome di Bauco fino al 1908, quando l’amministrazione comunale chiese e ottenne l’adozione della denominazione attuale. Nei secoli precedenti sono attestate anche le forme Buca e Babuco.
Secondo la ricostruzione della storia locale, l’abitato sorgeva originariamente in pianura. Le incursioni saracene e ungare del X secolo indussero la popolazione a trasferirsi sul colle, alla ricerca di maggiore sicurezza. A questo luogo è legata anche la memoria di San Pietro Ispano, pellegrino proveniente dalla Spagna che, secondo la tradizione, dopo aver combattuto in difesa della Fede Cristiana, vi si ritirò a vita eremitica, dimorando in una grotta.
La posizione strategica e la cinta muraria, rafforzata da diciotto torri, fecero di Bauco un centro fortificato di rilievo. La tradizione storiografica locale lega alla resistenza opposta nel 1204 alle truppe provenienti dal Mezzogiorno la concessione, da parte di Papa Innocenzo III, di forme di autonomia amministrativa. Si sviluppò così un ordinamento comunale, indicato nelle ricostruzioni locali come una “repubblica”, al cui governo si alternarono dodici famiglie, tra le quali i Filonardi.
Nel Cinquecento, l’antico castello e l’abitato conobbero importanti interventi di trasformazione e ammodernamento, promossi dal Cardinale Ennio Filonardi. Sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, dal 1572 al 1585, si concluse la fase di autonomia locale e fu ristabilito il diretto governo pontificio.
La battaglia di Bauco
Il 28 gennaio Bauco fu teatro dello scontro tra le formazioni legittimiste guidate dal Colonello Conte Émile-Théodule de Christen e Luigi Alonzi, detto Chiavone, e le truppe sabaude comandate dal Generale Maurizio Gerbaix de Sonnaz. Dopo la resistenza dei difensori, lo scontro si concluse con un accordo che consentì alle formazioni legittimiste di ritirarsi senza essere fatte prigioniere; il paese fu quindi occupato dalle truppe sabaude.
Nella vicenda erano coinvolti i vicini centri di Veroli e Monte San Giovanni Campano, oltre che il Monastero cistercense di Casamari, dove le truppe legittimisti fedeli al Re Francesco II delle Due Sicilie soggiornarono nella notte che precedette la battaglia di Bauco.

Nel 1900 a Bauco fu eretto un monumento alla memoria dei caduti nella battaglia di Bauco del 28 gennaio 1861. Poi, il 26 agosto 1905 alcuni cittadini presentarono al Sindaco di Bauco la petizione perché si fosse proceduto a cambiare il nome del paese. La richiesta dei cittadini fu accolta e nel 1907 Bauco diventò Boville Ernica.
Il 28 gennaio 1861 l’annessione del Regno delle Due Sicilie non era ancora del tutto completata. Tuttavia, l’Esercito piemontese appariva più che mai determinato a stroncare la resistenza dei legittimisti, che ancora controllavano alcuni territori marginali, soprattutto negli Abruzzi e nella Terra di Lavoro, in quei posti nella Ciociaria, regione storico-geografica dell’odierne Lazio meridionale, corrispondente all’incirca all’odierna Provincia di Frosinone, ma senza confini ben definiti, al confine con lo Stato Pontificio. È in questo scenario che avvenne la battaglia di Bauco.
Degna di nota storica è l’organizzazione della resistenza che il Colonello Conte Émile-Théodule de Christen, che servì negli Eserciti della Francia (1852-1860), del Regno delle Due Sicilie (1860) e dello Stato Pontificio (1862-1870), mise in atto contro l’Esercito piemontese, con al culmine la battaglia di Bauco del 28 gennaio 1861. Lo scontro tra circa 400 Napolitani e circa 3.500 Piemontesi comandati dal Generale Maurizio Gerbaix de Sonnaz fu durissimo. Seppur di scarso rilievo per l’esito finale del conflitto, la battaglia di Bauco combattuta in territorio pontificio rimane negli annali perché è l’ultima, tra quelle combattute lontano da Gaeta, che volse in favore del Re Francesco II. Un evento che non modificò, né poteva farlo, le sorti di una guerra senza speranza, già persa in partenza.
Ad ogni modo fu anche a seguito della battaglia di Bauco, che i Piemontesi compresero finalmente lo scenario cui si trovavano di fronte. Non si trattava di eliminare una “sparuta accozzaglia di ladruncoli e di furfanti”, come si voleva far credere all’opinione pubblica, bensì di arginare quella che si era ormai trasformata in una vera e propria sollevazione popolare e che stava avvampando con particolare virulenza in tutta la parte meridionale della Penisola.
Alla fine, con l’impiego massiccio dell’Esercito e di drastiche misure legislative, il fuoco della rivolta su sopito. I costi, però, specie in termini di vite umane, sull’uno e sull’altro fronte, furono drammatici. Interi paesi finirono per essere svuotati, ma anche il cammino dei soldati Piemontesi nelle desolate lande del meridione fu costellato di croci e di cimiteri. L’esercito Piemontese, in quel lungo decennio, subì più perdite di tutte quelle fatte registrare nelle guerre che portarono all’unità d’Italia messe assieme.
Quando il Regno delle Due Sicilie inevitabilmente cadde, de Christen si recò a Napoli, per prendere parte alla guerriglia borbonica, sviluppatasi nel cosiddetto brigantaggio postunitario. Ma lì fu arrestato e imprigionato nel carcere di Santa Maria Apparente. Al processo fu definitivamente condannato a 10 anni di galera ai lavori forzati, destinato prima al bagno penale di Nisida, poi al forte di Sant’Elmo ed infine al carcere piemontese di Gavi. A seguito di pressioni internazionali non scontò tutta la pena e fu liberato dopo 2 anni.
Appena libero si recò a Roma per arruolarsi nell’Esercito Pontificio. Combatté nella battaglia di Mentana il 3 novembre 1867 ed alla Presa di Roma il 20 settembre 1870. Pochissimo tempo dopo morì, per una grave malattia, nel castello di Ronno, il 20 novembre 1870 a soli 35 anni. A quanto pare, era in viaggio verso l’Armata della Loira per sostenere l’Esercito francese nella guerra franco-prussiana, quando la malattia e la morte glielo impedirono: «La Francia è in pericolo: il Conte de Christen vola in suo aiuto. Gli viene offerto il grado di Colonnello nell’Armata d’Occidente, con comando di cinque battaglioni motorizzati. Egli vuole partire subito, benché inchiodato a un letto di dolore nel castello di Ronno» (Anna de Christen, Biographie sur le comte Théodule de Christen, 1871).
Il Castello Filonardi
e il Monastero di San Giovanni Battista

Il Monastero di San Giovanni Battista ha sede nell’antico Castello Filonardi, il più grande complesso architettonico situato nella parte più elevata del centro storico di Boville Ernica. Articolata su cinque fronti, la struttura conserva cortili interni, pregevoli portali e trifore, oltre ad ambienti di notevole valore storico e artistico: soffitti lignei, maestosi scaloni, imponenti camini e pavimentazioni decorate con il giglio e la quercia, simboli rispettivamente delle famiglie Farnese e Della Rovere.
La tradizione attribuisce a Jacopo Barozzi, detto il Vignola, alcuni interventi di sistemazione del complesso e il portale d’ingresso.

Il palazzo assunse il suo assetto rinascimentale nella prima metà del Cinquecento, per volontà del Cardinale Ennio Filonardi (1466–1549), sui resti dell’antico castello della famiglia. Destinato anche a ospitare la corte pontificia, fu dedicato a Papa Paolo III. L’iscrizione del portale reca la data del 1542.
Figura di rilievo al servizio della Santa Sede, Filonardi svolse importanti incarichi diplomatici e amministrativi sotto diversi pontefici, da Innocenzo VIII a Paolo III. Morì a Roma il 19 dicembre 1549, durante il Conclave che avrebbe eletto Papa Giulio III.
Con un decreto del Vescovo di Frosinone, Mons. Angelo Cella, alle monache benedettine fu concesso l’uso della Chiesa di San Pietro Ispano, con autonomia nella gestione e nell’organizzazione delle celebrazioni liturgiche, fatto salvo il diritto di vigilanza del Vescovo. Il provvedimento si colloca nella prospettiva ecclesiale richiamata dal documento Mutuae relationes, sui rapporti tra i vescovi e i religiosi nella Chiesa, emanato il 14 maggio 1978 dalla Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari e dalla Sacra Congregazione per i Vescovi. In tale prospettiva, le comunità contemplative sono chiamate a essere luoghi di ricerca di Dio e di irradiazione spirituale. L’apertura della chiesa consente pertanto ai fedeli di partecipare alle celebrazioni liturgiche della comunità monastica, nel rispetto delle norme della clausura.
La Chiesa di San Pietro Ispano

La Chiesa di San Pietro Ispano è ricordata in una Bolla di Papa Onorio II del 28 novembre 1125. Presenta una pianta a croce latina, con il transetto sopraelevato di sei gradini rispetto al piano della navata.

Sotto il presbiterio si trova la grotta di San Pietro Ispano, raggiungibile dalla navata principale. Secondo la tradizione, il santo, originario di Cadice, vi trovò rifugio e condusse una vita di preghiera e penitenza. Dopo la sua morte, i fedeli trasformarono la grotta in un luogo di venerazione e vi edificarono sopra una chiesa.

Le monache custodiscono le reliquie del santo in un reliquiario a forma di semibusto, pregevole opera tradizionalmente attribuita a Benvenuto Cellini.
La croce in porfido e la Cappella Simoncelli

All’interno della chiesa, accanto alla porta d’ingresso, sulla sinistra, è collocata una croce in porfido inserita in una lastra di marmo. Fu portata a Boville Ernica da Mons. Giovanni Battista Simoncelli, fondatore del monastero e cubicularius, ossia cameriere segreto, di Papa Paolo V.
Come ricorda l’iscrizione latina che l’accompagna, la croce proviene dall’antica Basilica di San Pietro in Vaticano. Esposta alla venerazione dei pellegrini, era legata alla devozione degli Anni Santi, che la tradizione fa risalire al primo Giubileo del 1300.
La croce è collocata accanto alla Cappella Simoncelli, realizzata per volontà del prelato e destinata alla sepoltura sua e della sua famiglia. La cappella conserva importanti testimonianze artistiche provenienti dall’antica Basilica Vaticana.
Durante il pontificato di Paolo V, dal 1605 al 1621, furono infatti demolite le parti ancora esistenti della basilica costantiniana, per consentire il completamento del nuovo edificio. Nel corso dei lavori furono recuperati numerosi elementi appartenenti ad altari, monumenti e sepolcri: alcuni vennero conservati e successivamente riutilizzati, altri furono donati dal Pontefice.
Grazie al suo incarico presso la corte pontificia, Mons. Simoncelli ottenne diversi manufatti, che fece trasferire a Bauco e inserire nella propria cappella, contribuendo ad arricchire il patrimonio artistico della chiesa.
L’Angelo di Giotto


Tra le opere custodite nella Cappella Simoncelli, la più nota è il cosiddetto Angelo di Giotto, un frammento musivo proveniente dalla celebre Navicella, realizzata su disegno di Giotto per l’atrio dell’antica Basilica di San Pietro in Vaticano.
Il tondo raffigura un angelo a mezzo busto e costituisce una preziosa testimonianza del complesso originario. Per l’esecuzione musiva sono stati proposti confronti con Pietro Cavallini e la sua scuola, anche in considerazione delle affinità con la testa dell’angelo dell’Annunciazione, nel ciclo di mosaici della Basilica di Santa Maria in Trastevere, datato 1291.
Ulteriori richiami sono stati individuati negli angeli a mezzo busto entro clipei dipinti da Cimabue nella Basilica di Assisi. Si tratta di confronti stilistici che aiutano a collocare l’opera nel contesto artistico del tempo, senza consentire di attribuire con certezza a un determinato maestro la sua esecuzione materiale.
Il mosaico viene pertanto ricondotto all’ideazione di Giotto, distinguendo il disegno dalla sua traduzione in tessere, affidata alle maestranze. Il frammento di Boville Ernica si distingue per il suo stato di conservazione ed è una delle testimonianze più significative superstiti della Navicella. Secondo la ricostruzione riportata dalla comunità monastica, non avrebbe subito sostanziali restauri, a eccezione di un intervento di pulitura intorno al 1911.
