27.12.2021 – Santa Messa a suffragio di S.M. Francesco II di Borbone nella Cattedrale di Nola

Lunedì 27 dicembre 2021 la Delegazione di Napoli e Campania ha organizzato nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Nola una solenne Santa Messa in suffragio di S.M. Francesco II di Borbone, ultimo Sovrano del Regno delle Due Sicilie, Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, in occasione del 127° anniversario della morte, avvenuta ad Arco di Trento il 27 dicembre 1894; di LL.MM. e AA.RR. i defunti Gran Maestri dell’Ordine Costantiniano; dei Cavalieri scomparsi quest’anno: Felice Carifi, Aldo Anzevino, Leonardo Matrisciano e Francesco La Rocca; e tutti i Cavalieri defunti.

Il Sacro Rito è stato presieduto da Mons. Sebastiano Bonavolontà, Cappellano di Merito P.A., concelebranti Don Carlo Giuliano, Cappellano di Merito e Don Vladimir Montante, Viceparroco della Cattedrale.

Nell’omelia, Don Vladimir si è soffermato sulla figura di Francesco II [1]. L’educazione fortemente religiosa che ebbe dal padre Re Ferdinando II, dalla matrigna Regina Maria Teresa d’Asburgo e dai suoi precettori [2], impresse indelebilmente nel suo animo il senso del dovere. Nel suo breve regno mise al di sopra di ogni altra cosa i doveri verso Dio e, subito dopo, verso i sudditi, soprattutto verso i più bisognosi.

Numerosi i provvedimenti di Re Francesco II, che attestano una vigile sollecitudine per le fasce più deboli della popolazione, come l’abolizione del dazio sulle case terrene, dove abitava la povera gente. Ammirevole la sua attenzione ai diritti umani, nominando delle commissioni per visitare i luoghi di pena e apportare le migliorie necessarie. Nelle ore drammatiche e convulse dell’invasione del suo Regno da parte delle truppe garibaldine, si mostrò sovrano paternamente preoccupato di evitare stragi inutili: “Ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento[3]. Esemplare il suo distacco dai beni materiali: nel momento di lasciare la Reggia portò con se solo oggetti di devozione e ricordi familiari [4].

Nell’ora della prova emerse la sua elevata statura morale e la sua nobile dignità: “Preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari[3], chiara allusione alle modalità giuridicamente inique (uno Stato sovrano assalito in piena pace senza motivi né dichiarazioni di guerra), oltre che moralmente scorrette (corruzione e induzione al tradimento), che portarono alla fine del Regno delle Due Sicilie.

Guardando a questa nobile ed elegiaca figura di Sovrano tradito, spodestato e condannato dalla storia ad una vita da esule, si prova una grande ammirazione per la serena compostezza con cui affrontò i colpi della sorte. Il più prezioso insegnamento che si può cogliere dal suo pensiero è sicuramente l’invincibile fiducia nella forza superiore del bene: “Mai ha durato lungamente l’opera dell’iniquità, né sono eterne le usurpazioni[3].

Nob. Manuel de Goyzueta dei Marchesi di Toverena e di Trentenara.

Oltre ai già menzionati sacerdoti concelebranti, Mons. Sebastiano Bonavolontà, Don Carlo Giuliano e Don Vladimir Montante hanno partecipato alla Santa Messa i Cavalieri di Giustizia: Nob. Manuel de Goyzueta dei Marchesi di Toverena, dei Marchesi di Trentenara, Delegato e Nob. Dott. Giancarlo de Goyzueta dei Marchesi di Toverena, Tesoriere; i Cavalieri di Merito PA: Prof. Antonio de Stefano e Avv. Gesualdo Marotta; i Cavalieri di Merito: Col. Nicola Amodeo, Dott. Giuseppe Russo, Dott. Valerio Massimo Miletti, Prof. Italo Valente e Stefano d’Ambrosio; i Cavalieri d’Ufficio: Mar. Francesco Saverio Barbato Romano, Mar. Nicola Carifi, P.I. Antonio Caputo, Arch. Carlo Iavazzo, Mar. Carmine Napolitano e Prof. Valerio Stefano Sacco; i Postulanti: Serg. Magg. Antonio Sommese, Dott. Michele Todino, Silvio Beducci e Mar. Raffaele Renzullo; gli Amici: Mar. Antonio Napolitano, P.I. Nicola Caputo e P.I. Luigi Scarano.

Da destra in sequenza: Valerio Stefano Sacco, Silvio Beducci, Antonio Caputo, Italo Valente, Antonio de Stefano, Giuseppe Russo, Carmine Napolitano, Carlo Giuliano, Sebastiano Bonavolontà, Nicola Amodeo, Manuel de Goyzueta, Stefano d’Ambrosio, Gesualdo Marotta, Giancarlo de Goyzueta, Carlo Iavazzo, Vladimir Montante, Francesco Saverio Barbato Romano, Nicola Carifi, Valerio Massimo Miletti, Michele Todino, Antonio Sommese, Nicola Caputo, Raffaele Renzullo.

Alla fine della Concelebrazione Eucaristica, in sagrestia è seguito un Vin d’Honneur per il tradizionale scambio di auguri natalizi e un brindisi al nuovo anno. Un sentito ringraziamento è rivolto al Cav. Antonio de Stefano per l’organizzazione e al Cav. Antonio Caputo per il Vin d’Honneur, offerto con vini e spumanti di sua produzione.



[1] S.M. Francesco II di Borbone (Napoli, 16 gennaio 1836 – Arco, 27 dicembre 1894), fu l'ultimo Sovrano del Regno delle Due Sicilie, salito al trono il 22 maggio 1859 e deposto il 13 febbraio 1861 dopo l'annessione al Regno d'Italia. Servo di Dio dal 16 dicembre 2020, con l'apertura del processo di canonizzazione.

[2] Profonda influenza esercitò sul giovane Francesco, assecondandone la naturale inclinazione all'ascetismo e accentuandone lo spirito di rassegnazione, il padre scolopio Pompeo Vita, precettore di catechismo. Da questo, da Monsignor Francesco Saverio D'Apuzzo (professore di teologia dogmatica, tutore dei figli di Ferdinando II, poi Vescovo ausiliare di Capua, Arcivescovo metropolita di Sorrento, Arcivescovo metropolita di Capua e creato cardinale nel 1877), oltre che dal padre, Francesco derivò un profondo attaccamento alla religione.

[3] «Popoli delle Due Sicilie!

Da questa piazza, dove difendo più che la mia corona, l’indipendenza della patria comune si alza la voce del vostro sovrano per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi più felici. Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; che mai ha durato lungamente l’opera delle iniquità, né sono eterne le usurpazioni. Ho lasciato perdersi nel disprezzo le calunnie; ho guardato con isdegno i tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona; ho combattuto non per me, ma per l’onore del nome che portiamo: Ma quando veggo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portanti il loro sangue e le loro sostanze in altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore Napoletano, batte indignato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutte le parti del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia.

Io sono Napoletano, nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduti altri paesi, non conosco altro suolo che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il regno. I vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua, le vostre ambizioni le mie ambizioni. Erede di una antica dinastia, che ha regnato in queste belle contrade per lunghi anni, ricostituendone l’indipendenza e l’autonomia, non vengo, dopo avere spogliato del loro patrimonio, gli orfani, dei suoi beni la Chiesa ad impadronirmi con forza straniera della più deliziosa parte d’Italia. Sono un principe vostro, che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia e la prosperità tra i suoi sudditi.

Il mondo intero l’ha veduto, per non versare il sangue ho preferito rischiare la mia corona. I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto ai fedeli nel mio consiglio; ma nella sincerità nel mio cuore io non potea credere al tradimento. Mi costava troppo punire; mi doleva aprire dopo tante nostre sventure una era di persecuzione, e così la slealtà di pochi e la clemenza mia hanno aiutato la invasione Piemontese, pria per mezzo di avventurieri e poi della sua armata regolare, paralizzando la fedeltà dei miei popoli e il valore dei miei soldati. In mano a cospirazioni continue non ho fatto versare una goccia di sangue ed hanno accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore più tenero per i miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù nell’onestà degli altri, se l’orrore istintivo al sangue meritano questo nome, io sono stato un debole. Nel momento in cui era sicura la rovina dei miei nemici ho fermato il braccio dei miei generali per non consumare la distruzione di Palermo. Ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento. Ho creduto in buona fede che il re di Piemonte che si diceva mio fratello, mio amico che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava con il mio governo un’alleanza intima pei veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei stati in piena pace, senza motivo né dichiarazione di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari.

Io avea dato un’amnistia, avea aperto le porte della patria a tutti gli esuli, conceduto ai miei popoli una costituzione. Non ho mancato certo alle mie promesse. Mi preparava a garantire alla Sicilia istituzioni libere, che consacrassero con un parlamento separato la sua indipendenza amministrativa ed economica, rimovendo a un tratto ogni motivo di sfiducia e di scontento. Avea chiamato ai miei consigli quegli uomini che mi sembravano più accettabili alla opinione pubblica in quelle circostanze, ed in quanto me lo ha permesso l’incessante aggressione della quale sono stato vittima, ho lavorato con ardore alle riforme, ai progressi e ai vantaggi del paese.

Non sono i miei sudditi, che han combattuto contro di me; non mi strapparono il regno le discordie intestine; ma mi vince l’ingiustificabile invasione di un nemico straniero. Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina si trovano nelle mani del Piemonte. Che ha dato questa invasione ai popoli di Napoli e di Sicilia? Vedete lo stato che presenta il paese. Le finanze un tempo così floride sono completamente rovinate, l’amministrazione è un caos, la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti, invece di libertà lo stato d’assedio regna nelle province ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli fra i miei sudditi che non s’inchinino alla bandiera del regno di Sardegna. L’assassinio è ricompensato, il regicidio merita un’apoteosi, i promotori della guerra civile, i traditori del proprio paese ricevono laute pensioni che paga il pacifico contribuente. L’anarchia è da per tutto. Avventurieri stranieri han rimestato tutto per saziare le avidità e passioni dei loro compagni. Uomini che non han mai veduto questa parte d’Italia o che hanno in lunga assenza dimenticati i bisogni, formano il vostro governo. Invece delle libere istituzioni che io vi avea date, e che era mio desiderio sviluppare, avete avuta la più sfrenata dittatura e la legge marziale sostituisce adesso la costituzione. Sparisce sotto i colpi dei vostri dominatori l’antica monarchia di Ruggero e di Carlo III e le Due Sicilie sono state dichiarate province d’un regno lontano. Napoli e Palermo sono governati da prefetti venuti da Torino.

Vi è un rimedio a questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti, che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma per il futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia delle Provvidenza e qualunque sarà la mia sorte, resterò fedele ai miei popoli e alle istituzioni che ho sempre accordate. Indipendenza economica e amministrativa per le Due Sicilie con parlamenti separati, amnistia completa per tutti i fatti politici. Questo è il mio programma. Fuori di queste basi non vi sarà pel paese che dispotismo e anarchia.

Difensore della sua indipendenza, io resto e combatto qui per non abbandonare così santo e caro deposito. Se l’autorità nelle mie mani, sarà per tutelare tutti i diritti, rispettare tutte le proprietà, garantire le persone e le sostanze dei miei sudditi contro ogni sorta di oppressione e di saccheggio. E se la Provvidenza, nei suoi più alti disegni, permetta che cada sotto i colpi del nemico straniero, l’ultimo baluardo della monarchia, mi ritirerò, con la coscienza sana, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione ed aspettando l’ora inevitabile della giustizia, farò i più fervidi voti per la prosperità della mia patria e per la felicità di questi popoli che formano la più grande e la più diletta parte della mia famiglia» (Ultimo proclamo di S.M. Francesco II di Borbone, Re delle Due Sicilie, emanato da Gaeta assediata, l’8 dicembre 1860. L'assedio di Gaeta ebbe inizio il 13 novembre 1860 e fu condotto in modo molto aspro. A Gaeta Francesco II dimostrò grande valore, come ne parlano alcune fonti estere: «L'ammirazione, e son per dire l'entusiasmo, che desta in Francia il nobile contegno del Re di Napoli, vanno crescendo ogni giorno in proporzione dell'eroica resistenza del giovane monarca, assediato dalla rivoluzione sullo scoglio di Gaeta. Così un bellissimo indirizzo degli abitanti di Avignone, con parecchie migliaia di firme, venne spedito al Re, in cui gli Avignonesi manifestavano la loro speranza ferma che il suo trionfo sarà misurato dalla grandezza del suo pericolo». Gaeta capitolò il13 febbraio 1861).

[4] Francesco II fu privato da Re Vittorio Emanuele II dai suoi beni personali, che erano stati sequestrati senza alcun diritto né giustificazione da Garibaldi, non solo i beni immobili, ma anche quelli mobili, che Francesco II non aveva voluto portare con sé. Mentre il Re sabauda giurava amicizia al suo cugino a Napoli e deprecava quanto stava avvenendo, Cavour dava ordine al Generale Cialdini di scendere con l’esercito a Napoli per impossessarsi del Regno delle Due Sicilie (per altro invadendo lo Stato Pontificio) e il Re sabaudo venne al Sud per ricevere a Teano da Garibaldi il Regno conquistato.

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