Devozione, arte e tradizione. La Delegazione Abruzzo e Molise celebra San Rocco a Popoli Terme

Sabato 16 agosto 2025, la Delegazione dell’Abruzzo e Molise del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, guidata dal Delegato Nob. Emanuele Barone Muzj di Fontecchio, Cavaliere de Jure Sanguinis, ha partecipato alla solenne Celebrazione Eucaristica della festa liturgica di San Rocco, nella suggestiva chiesa barocca a lui dedicata a Popoli Terme, presieduta dal Parroco Don Gilberto Uscategui Restrepo, concelebrante Don Francesco Romito, ha unito spiritualità e tradizione, culminando nella benedizione e distribuzione delle "pagnottelle di San Rocco", simbolo di protezione e carità, in ricordo da quando Rocco venne infettato dalla peste, si ritirò in una foresta dove un cane gli portava il pane ogni giorno. È seguita la Processione serale per le vie cittadine, un momento di forte devozione e partecipazione comunitaria. A Popoli Terme, come in molti centri abruzzesi, la festa di San Rocco è un ponte tra il sacro e il sociale: dalla benedizione del pane alla processione, ogni gesto è carico di significato. Un culto che resiste nel tempo, ricordando come, nella storia, la speranza abbia spesso avuto il volto di un pellegrino con un bastone e un cuore generoso.
San Rocco

Le fonti su San Rocco sono poco precise e rese più oscure dalla leggenda. In pellegrinaggio diretto a Roma dopo aver donato tutti sui beni ai poveri, si sarebbe fermato ad Acquapendente, dedicandosi all’assistenza degli ammalati di peste e facendo guarigioni miracolose, che diffusero la sua fama. Peregrinando per l’Italia Centrale si dedicò ad opere di carità e di assistenza promuovendo continue conversioni. Sarebbe morto in prigione, dopo essere stato arrestato presso Angera da alcuni soldati, perché sospettato di spionaggio. Invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali, il suo culto si diffuse straordinariamente nell’Italia Settentrionale, legato in particolare al suo ruolo di protettore contro la peste. Papa Gregorio XIII introdusse il nome di Rocco nel Martirologio Romano, sotto il pontificato di Papa Urbano VIII la Congregazione dei Riti accordo un Ufficio e una Messa propri per le chiese costruite in onore del santo. Infine, nel 1694, Papa Innocenzo XII prescrisse ai Francescani di celebrare la festa con rito doppio maggiore, forte della citazione fatta nel 1547 da Papa Paolo IV nella Bolla Cum a nobis di San Roco quale membro del Terz’Ordine di San Francesco.

La “chiave dei Tre Abruzzi”

Popoli Terme, Città di circa 4.500 abitanti, della provincia di Pescara in Abruzzo, si trova nel Parco Nazionale della Maiella a circa 250 m s.l.m., in prossimità della confluenza dei fiumi Aterno e Pescara. In passato era conosciuta come la “chiave dei Tre Abruzzi” per via della sua collocazione strategica, rappresentando così un importante snodo commerciale. «Popoli è distante 9 miglia da Sulmona e 27 da Aquila. La sua postura é una delle più pittoresche non solo dell’antico Sannio, ma di tutto il Reame di Napoli. Essa sorge nel fondo della val Patrida, sulla destra del fiume Aterno, che ivi prende il nome di Pescara» (Cav. Don Ferdinando De Luca e Don Raffaele Mastriani, 1852).

Lungo via Garibaldi, vicino piazza Dante, si trova la chiesetta di San Rocco, inglobata tra le case. La facciata è in pietra, col portale a timpano spezzato e gli interni sono piuttosto spogli. Edificata dopo la terribile peste del 1656, in origine era una modestissima cappella votiva costruita a ridosso dell’omonima porta di accesso alla città per la sua protezione.

Come si legge in una iscrizione apposta sulla porta principale, questa piccola chiesa fu costruita anticamente senza alcun criterio, tanto che in breve tempo sarebbe caduta. Ma il Procuratore Don Giuseppe Muzij la fece abbattere e ricostruire dalle fondamenta nel 1774. Forse fu eretta dopo la peste del 1656 per voto di gratitudine dei superstiti, che seguendo l’esempio degli altri paesi limitrofi, cominciarono ad innalzare chiese, cappelle, edicole, ecc. in onore di San Rocco alle porte dei singoli paesi, come se i fedeli intendessero porre il Santo Taumaturgo a guardia e a difesa contro il ritorno di quella pestilenza.

Pochi interventi hanno provveduto a salvare i fregi della facciata contrassegnata dallo stemma comunale. Essendo il solaio ad un livello più alto del piano d’ingresso una scala interna consente l’accesso. All’interno si trovano tre altari in pietra, quasi identici; quello centrale e quello di destra ospitano le statue del Santo eponimo della chiesa, mentre quello di sinistra contiene una tela raffigurante una Madonna con Bambino.

Il palazzo Muzij, annesso all’edificio sacro, è un bell’esempio di edilizia gentilizia dei primi del 700.

San Rocco: la vita del “Guaritore”

Nato a Montpellier (Francia) tra il 1345 e il 1350, San Rocco apparteneva a una famiglia agiata ma rinunciò a ogni ricchezza per dedicarsi ai malati e ai pellegrini. A 20 anni, raggiunta Roma come pellegrino, operò numerosi miracoli, tra cui la guarigione di un cardinale appestato con un semplice segno di croce. Durante il viaggio di ritorno, contrasse la peste a Piacenza e si ritirò in solitudine, assistito solo da un cane fedele che gli portava il pane ogni giorno. Morì giovanissimo, nella notte tra il 15 e il 16 agosto, tra il 1376 e il 1379, sulle rive del Po, a Voghera, città che divenne centro propulsore del suo culto. La sua fama si diffuse rapidamente, soprattutto lungo la Via Francigena, crocevia di pellegrinaggi medievali verso Santiago, Roma e Gerusalemme. Dal Quattrocento al Seicento, divenne il santo più invocato contro le epidemie, affiancando e poi superando figure come San Sebastiano e San Biagio.

Iconografia e arte: il pellegrino taumaturgo

Artisti del calibro di Tiziano, Botticelli, Rubens e Guido Reni hanno immortalato San Rocco con i suoi simboli distintivi: il mantello da pellegrino (“sanrocchino”), il bastone con la conchiglia (emblema del Cammino), la piaga della peste sulla coscia, spesso indicata con la mano, il cane con il pane, simbolo della Provvidenza.

Tra storia e folklore, il culto in Abruzzo

Sebbene San Rocco non abbia mai raggiunto l’Abruzzo in vita, il suo culto si radicò qui dopo la terribile peste del 1656-57 che colpì il Regno di Napoli. Tra le testimonianze più antiche: l’oratorio di San Leonardo a Calascio (IX sec.), dove un affresco lo ritrae come un cavaliere nordico, accanto ad altri santi taumaturghi; la Madonna di Loreto tra San Rocco e San Sebastiano (1445-50), capolavoro di Andrea De Litio nella chiesa di San Nicola ad Atri; gli affreschi nella chiesa di San Rocco a Castelvecchio Subequo, costruita fuori dall’abitato per isolare gli appestati (qui, una rara scena lo mostra sofferente sulle rive del Po, confortato da un angelo).

Popoli nella storia
di Giovanni D’Agostino

A proposito dell’etimologia del nome Popoli, alcuni sostengono che esso derivi dalla parola latina populus (pioppo), per l’abbondanza in zona di questa pianta, ma è la più semplicistica delle teorie. Quante contrade, in Italia, dove il pioppo cresce dappertutto, dovrebbero chiamarsi Popoli o Popòli, se questo dovesse venir accettato!

Altri, con più cognizione di causa, lo fanno derivare dal latino “pauper” (povero). Il nome in vernacolo sino agli inizi del XX secolo era “Puòpere”, quindi è facile far derivare quest’ultimo, per assonanza, dal latino pauper. Il Chronicon Casauriense (L. III, foglio XVI), che rappresenta la più antica testimonianza scritta riguardante Popoli, ne attesta il nome di Castrum pauperum.

Ma se torniamo al vernacolo Puòpere e, considerando quello che questa rocca fortificata dei popoli sarebbe diventata dal Medioevo alla fine dell’Ottocento, non possiamo non prendere in considerazione la parola “Popoli” come aggregazione di molte persone che trovandosi qui vi sono rimaste per svariati motivi e per comunanza di interessi.

Molto si è detto e molto si è scritto a proposito di Popoli: sulle sue origini; sull’etimologia del suo nome; sui primi insediamenti; sul suo sviluppo, in epoca medievale, nel territorio, sulla sua importanza strategica, tanto da meritare il nome di “Chiave dei tre Abruzzi”, sulla sua importanza, come centro di traffici, commerciali e non, nell’Ottocento; sulla sua decadenza, nel periodo pre e post bellico; sui tentativi, in parte riusciti, di rinascita in tempi recenti.

Lo scrittore di cose patrie deve sempre aver ben chiari gli scopi del suo lavoro, e solo basandosi su documenti inoppugnabili può improntare la sua opera a rigore storico. Tutto il resto sono supposizioni, congettura o parere personale che lasciano il tempo che trovano. Il primo documento che parla della zona dove dovettero abitare i nostri avi è il “de bello civili” di Caio Giulio Cesare. Il grande romano, inseguendo le truppe pompeiane di Cneo Domizio Enobarbo, che, dall’Adriatico cercavano scampo in Corfinio, nel cap. XVI del I libro scrive: “pons fluminis, quit erat ab oppido Corfinio milia passim circiter III”. Questo è un punto fermo della nostra storia: a tre miglia romane da Corfinio (circa quattro chilometri e mezzo) vi era un ponte. Se nell’agro di Popoli (considerata la distanza) vi era un ponte, qualcuno lo dovette pur fare ed a qualcuno doveva pur servire. Possiamo, quindi dire che, nel 49 a.C. nella zona vi abitava già qualcuno. Altri due documenti importanti sono il Chronicon Casauriense, già nominato e una postilla al Codice Vaticano sulla vita di S. Pelino. In essi compare, per la prima volta, il nome di Popoli a proposito di alcuni passaggi di proprietà del castello fra il vescovo Tidolfo e gli abati casauriensi (a. 1015-1016). Per cui, per un millennio, nulla sappiamo della nostra storia, anche se ipotesi e/o congetture sono state argomentate, con teorie più o meno valide, pur se sempre nel campo dell’aleatorietà. Ora siamo in un campo più conosciuto e più sicuro: dagli albori del primo millennio al 1256 la storia della città, e della proprietà su essa, si intreccia con le varie vicende conflittuali, che opposero il Vescovo di Valva e l’Abate di Casauria, con passaggi non sempre pacifici, di signoria dall’uno all’altro, inframezzati da scorrerie di avventurieri sanguinari e senza scrupoli o remore di carattere religioso, visti gli autorevoli pretendenti “cristiani”.

Nel 1295 Carlo D’Angiò scende in Italia con un folto gruppo di cavalieri, per la maggior parte di origine provenzale. Anche le sue vicende sono arcinote, interessanti solo marginalmente le nostre contrade, la sua calata segnò un passaggio storico fondamentale per Popoli. Nel 1269, in contropartita per l’aiuto dovuto, il D’Angiò assegnò ad un suo cavaliere, Giacomo Cantelmo, il dominio su Popoli. La famiglia Cantelmo tenne la signoria di Popoli fino al 1749, quando morì l’ultimo Duca, Giuseppe, in Spagna (7 giugno 1749). Questa famiglia, signora per 480 anni del feudo di Popoli, nel ramo maschile si estinse ed il feudo passò ad una donna, Camilla Cantelmo, moglie di Leonardo Tocco, Principe di Montemiletto.

Nel 1656 Popoli conta 2.226 abitanti, che purtroppo vengono decimati, in numero di 1.540 dalla peste di manzoniana memoria. Nel 1749, con 1.300 abitanti si ha la fine del dominio dei Cantelmo, l’ultimo dei quali, Giuseppe XXIII, 16° Conte e 9° Duca di Popoli, morì in Spagna senza mai essere stato a Popoli, come gli ultimi suoi predecessori.

Centro geografico d’Abruzzo, al crocevia delle uniche arterie che mettevano in comunicazione Napoli, capitale del Regno, con i capoluoghi delle province e che permettevano il passaggio dall’Adriatico a Roma e viceversa, oltre che da Napoli per Firenze (per evitare lo Stato Pontificio), Popoli assurse a centro di primaria importanza: chi ne aveva il dominio esercitava il diritto di possedere le chiavi dei tre Abruzzi (le tre province che lo dividevano amministrativamente: Ulteriore I, Ulteriore II e Citeriore). Di conseguenza, non mancò di sviluppare quello che la fatalità viaria permetteva di più: il commercio. Con due mercati settimanali e quattro fiere annuali, Popoli divenne il punto di incontro dei traffici dell’intera regione, cominciando di pari passo a crescere demograficamente, tanto da contenere, all’alto dell’Unità d’Italia (1861), già 6.000 abitanti, quando Castellamare Adriatica (Pescara) era un piccolo borgo di pescatori e Sulmona contava solo alcune centinaia di abitanti in più, fino ad arrivare alla cifra massima di 8.715 nel 1947.

Avanzamento lettura