Podcast 3-37 – Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – Decima parte: Gravissimum educationis
Nella Chiesa l’attenzione verso l’educazione rappresenta una costante molto significativa. Lo ricorda anche il documento, mettendo in risalto gli impegni di tante istituzioni ecclesiali e singoli discepoli di Gesù nel corso della storia. Ed oggi?
Attività educative gestite dalla Chiesa erano presenti e all’opera in stagioni e contesti in cui esse erano poco rilevanti. L’opera di supplenza ha affrontato e risolto situazioni, che altrimenti sarebbero rimaste tragicamente inevase. Questo è un fatto di cui essere fieri, che documenta il frutto dell’esperienza pasquale che Gesù ha affidato ai suoi discepoli a riprova che l’impegno educativo è missione della Chiesa
«L’estrema importanza dell’educazione nella vita dell’uomo e la sua incidenza sempre più grande nel progresso sociale contemporaneo sono oggetto di attenta considerazione da parte del sacro Concilio ecumenico. In effetti l’educazione dei giovani, come anche una certa formazione permanente degli adulti, sono rese insieme più facili e più urgenti dalle circostanze attuali… Per questo dappertutto sorgono iniziative atte a promuovere sempre più l’attività educativa… anche se è vero che moltissimi sono ancora i fanciulli e i giovani che mancano dell’istruzione di base e tanti altri non hanno quell’educazione completa che sviluppa insieme la verità e la carità» (GE, Proemio). Questa consapevolezza rilancia oggi, come ai tempi del Concilio, l’interrogativo pregiudiziale: il compito educativo sempre urgente va affidato agli organi competenti, spostando l’attenzione della comunità ecclesiale verso il suo servizio specifico? Tradizioni e istituzioni, orientate verso l’educazione, vanno, di conseguenza, smesse, ridefinite e restituite?
Gravissimum educationis (GE) si apre con una dichiarazione che dà il quadro a tutta la questione: «Tutti gli uomini di qualunque razza, condizione ed età, in forza della loro dignità di persona hanno il diritto inalienabile ad una educazione, che risponda alla loro vocazione propria e sia conforme al loro temperamento, alla differenza di sesso, alla cultura e alle tradizioni del loro paese, e insieme aperta ad una fraterna convivenza con gli altri popoli, al fine di garantire la vera unità e la vera pace sulla terra» (GE, 1). Il tema è davvero fondamentale. Per questo il documento riprende e approfondisce l’affermazione studiando il «diritto di ogni uomo all’educazione». La missione della Chiesa si pone di conseguenza al servizio di questo diritto universale. Realizza strutture e attività, impegna persone e risorse, per riconoscere, affermare, assicurare questo diritto fondamentale. Non si tratta di un’opera di supplenza, legata all’emergenza, ma di un compito costitutivo, legato alla missione.
«Da parte sua la santa madre Chiesa, nell’adempimento del mandato ricevuto dal suo divin Fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di edificare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi dell’intera vita dell’uomo, anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione soprannaturale; essa perciò ha un suo compito specifico in ordine al progresso e allo sviluppo della educazione» (GE, Proemio). Questa scelta di fondo si sviluppa, nel corso del documento, in una serie di annotazioni concrete, che lo traducono verso linee operative.
Il documento le raccoglie attorno a due riferimenti:
- «principi fondamentali intorno all’educazione cristiana»
- «soprattutto nelle scuole»
L’urgenza del tema e l’esigenza di una sua precisa prassi sollecita GE a demandare l’impegnativo lavoro successivo ad una speciale commissione post-conciliare e alle conferenze episcopali. Certamente, chi legge oggi la pagina di apertura di GE con la sensibilità attuale resta certamente colpito da due accentuazioni di segno opposto. Da una parte è chiara l’esigenza di muoversi nel concreto e in continua attenzione al contesto culturale e sociale e l’invito a prendere sul serio la responsabilità educativa che sprona verso l’urgenza di procedere oltre, rispetto alle linee annotate nel documento: i principi fondamentali devono diventare prassi quotidiana e qualcuno è chiamato a farsi garante di questa elaborazione operativa. Dall’altra, la stessa sensibilità reagisce con qualche preoccupazione, davvero giustificata, quando il tema dell’educazione diventa immediatamente attenzione alla «educazione cristiana», con un’evidente implicita coincidenza tra i due termini, e quando l’attenzione ai luoghi dell’educazione si restringe all’ambito delle «scuole».
Oggi abbiamo scoperto la necessità di assumere con gioia le indicazioni conciliari, riconoscerne l’autorevolezza normativa e avvertire, nello stesso tempo, il bisogno di ricontestualizzarle e di concretizzarle dentro il vissuto ecclesiale e sociale attuale. Questo vale soprattutto per i documenti, come è GE, che sono di prevalente orientamento pratico. Cerchiamo di chiarire queste due interpretazioni dell’attività educativa che possono essere fuorvianti. GE concentra le sue attenzioni sulla “educazione” e la qualifica sottolineando la sua dimensione caratterizzante «cristiana», proposta come un diritto di tutti i battezzati e, di conseguenza, un dovere irrinunciabile della comunità ecclesiale. Di essa ci indica soprattutto in che cosa essa consista e quali siano i mezzi adatti per assicurarla. In una stagione in cui la convergenza sull’importanza dell’educazione si frastaglia in mille modelli educativi, anche persino contraddittori, possiamo farci orientare dalla educazione, qualificata come cristiana, e proposta in modo preciso e concreto da GE per comprendere meglio cosa sia una «buona» educazione.
«[L’educazione Cristiana] non mira solo ad assicurare quella maturità propria dell’umana persona, ma tende soprattutto a far sì che i battezzati, iniziati gradualmente alla conoscenza del mistero della salvezza, prendano sempre maggiore coscienza del dono della fede, che hanno ricevuto; imparino ad adorare Dio Padre in spirito e verità (cfr. Gv 4, 23); si preparino a vivere la propria vita secondo l’uomo nuovo, nella giustizia e santità della verità (cfr. Ef 4, 22 – 24), e cosi raggiungano l’uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo (cfr. Ef 4,13), e diano il loro apporto all’aumento del suo corpo mistico. Essi inoltre, consapevoli della loro vocazione, debbono addestrarsi sia a testimoniare la speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15), sia a promuovere la elevazione in senso cristiano del mondo, per cui i valori naturali, inquadrati nella considerazione completa dell’uomo redento da Cristo, contribuiscano al bene di tutta la società. Pertanto questo santo Sinodo ricorda ai pastori di anime il dovere gravissimo di provvedere a che tutti i fedeli ricevano questa educazione cristiana, specialmente i giovani, che sono la speranza della Chiesa» (GE, 2). Una responsabilità così alta sollecita verso l’indicazione e la elaborazione di strumentazioni adeguate. Con molto realismo GE si pone la questione e ne suggerisce una prospettiva di soluzione: «Nell’assolvere il suo compito educativo la Chiesa utilizza tutti i mezzi idonei, ma si preoccupa soprattutto di quelli che sono i mezzi suoi propri. Primo tra questi è l’istruzione catechetica, che porta a partecipare in maniera consapevole e attiva al mistero liturgico, ed è stimolo all’azione apostolica. La Chiesa valorizza anche e tende a penetrare del suo spirito e ad elevare gli altri mezzi che appartengono al patrimonio comune degli uomini e che sono particolarmente adatti al perfezionamento morale e alla formazione umana, quali gli strumenti di comunicazione sociale, le molteplici società a carattere culturale e sportivo, le associazioni giovanili e in primo luogo le scuole» (GE, 4). La prospettiva di GE va colta nella collocazione fondamentale del documento. Esso è orientato verso l’educazione cristiana, come orizzonte globale di tutto il processo educativo e procede, come ricorda la citazione, utilizzando «tutti i mezzi idonei», preoccupandosi soprattutto «di quelli che sono i mezzi suoi propri».
In questa logica è interessante ricollocare la missione globale della comunità ecclesiale proprio all’interno di un servizio educativo pieno, perché i discepoli di Gesù non solo si pongono al servizio della maturazione piena di ogni persona, ma anche quando svolgono i compiti specifici nella comunità si fanno preoccupati e attenti verso una dimensione educativa qualificata. La prospettiva concreta e operativa (almeno a grandi linee) che caratterizza il documento, porta verso l’indicazione dei luoghi concreti al cui interno assolvere il compito educativo formale. Oggi siamo sensibili anche verso tutti gli spazi educativi non formali per trasformarli in spazi di crescita, confronto, maturazione personale e sociale. GE non poteva anticipare una sensibilità che abbiamo maturato successivamente, ma la deistituzionalizzazione non può far ignorare i compiti istituzionali. I luoghi educativi annotati da GE sono i genitori, la scuola, le facoltà di teologia.
I genitori sono i primi educatori e le istituzioni pubbliche devono impegnarsi a riconoscerlo fornendo loro tutta l’assistenza necessaria (GE, 6).
La scuola: «Tra tutti gli strumenti educativi un’importanza particolare riveste la scuola, che in forza della sua missione, mentre matura le facoltà intellettuali, sviluppa la capacità di giudizio, mette a contatto del patrimonio culturale acquistato dalle passate generazioni, promuove il senso dei valori, prepara alla vita professionale, genera un rapporto di amicizia tra alunni di carattere e condizione sociale diversa, disponendo e favorendo la comprensione reciproca. Essa inoltre costituisce come un centro, alla cui attività e al cui progresso devono partecipare le famiglie, gli insegnanti, i vari tipi di associazioni a finalità culturali, civiche e religiose, la società civile e tutta la comunità umana» (GE, 5).
La scuola Cattolica di ogni ordine e grado: «La presenza della Chiesa in campo scolastico si rivela in maniera particolare nella scuola cattolica il cui elemento caratteristico è di dar vita ad un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità e si apre alle esigenze determinate dall’attuale progresso tecnico e scientifico, educando i suoi alunni a promuovere efficacemente il bene della città terrena e insieme li prepara al servizio per la diffusione del regno di Dio, sicché attraverso la pratica di una vita esemplare e apostolica diventino come il fermento di salvezza della comunità umana» (GE, 8). In tal modo si realizzerà come una presenza pubblica, costante e universale del pensiero cristiano in tutto lo sforzo dedicato a promuovere la cultura superiore» (GE, 10).
In GE ci sono molti passaggi destinati a consegnare a tutti i discepoli di Gesù la responsabilità di vivere il servizio educativo come un vero, autentico e intenso compito vocazionale. A 60 anni dalla sua stesura resta davvero di grande attualità, almeno per affidare a tutti il compito di operare una trasformazione culturale e sociale «scommettendo» sulla forza dell’educazione, per consolidare «la vita buona del Vangelo». «[Il sacro Sinodo] esorta i figli della Chiesa a lavorare generosamente in tutti i settori dell’educazione, al fine specialmente di una più rapida estensione dei grandi benefici dell’educazione e dell’istruzione a tutti, nel mondo intero» (GE, 1) ed esorta vivamente anche i giovani perché, convinti della eccellenza del compito educativo, siano generosamente pronti ad intraprenderlo, specie in quelle regioni dove lo scarso numero di maestri mette in pericolo l’educazione della gioventù. Parimenti il Sinodo, nell’esprimere la sua gratitudine a quanti, in spirito di dedizione evangelica, svolgono la nobile opera educativa e didattica di qualsiasi tipo e grado, li esorta a perseverare con generosità nel compito intrapreso, sforzandosi di distinguersi nella formazione degli alunni allo spirito di Cristo, nell’arte pedagogica e nello studio scientifico, in modo che promuovano non solo il rinnovamento della Chiesa all’interno, ma anche ne mantengano e ne accentuino la benefica presenza nel mondo moderno, specie in quello intellettuale» (GE, Conclusione).
Prendere sul serio queste due «esortazioni» accorate rappresenta il modo più vero e consapevole di celebrare la lettura e l’accoglienza di questo prezioso documento conciliare che è legato al tempo della sua stesura e alla modalità con cui è stato realizzato, ma contiene indicazioni e prospettive che restituiscono alla comunità ecclesiale, anche in una stagione di crisi sofferta, la funzione di essere il dono concreto dell’amore di Dio a tutti gli uomini.
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