Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – Nona parte: Apostolicam actuositatem

È stato pubblicato sul canale Spreaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio il nono di una serie di Podcast sui più rilevanti Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, nell’occasione del 60° anniversario della promulgazione. Il Referente per la Formazione della Delegazione di Roma e Città del Vaticano, il Prof. Enzo Cantarano, Cavaliere di Merito con Placca d'Argento, propone in dieci podcast una sintesi dei principali Atti scaturiti dall’assise conciliare. In questo Podcast esprime delle considerazioni per i 60 anni del Decreto “sull’apostolato dei laici” Apostolicam actuositatem.

Siamo in un frangente storico critico per la vita delle comunità Cristiane che riguarda anche l’attuale vicenda ecclesiale inerente ai laici e alla teologia del laicato. In genere si attribuisce al magistero del Concilio Vaticano II il merito di aver messo a tema la questione dei laici, riconoscendo loro una soggettività in relazione alla missione ecclesiale e tirandoli fuori da secoli nei quali erano stati considerati destinatari della cura d’anime affidata ad altri. Tuttavia, gli entusiasmi conciliari hanno fatto presto i conti con rapide trasformazioni sul piano sociale e anche nella vita della Chiesa l’anelito all’aggiornamento auspicato dal Concilio ha creato una situazione di incertezza, causata dal desiderio di prendere congedo dall’impianto tipicamente tridentino, senza averne ancora individuato uno “nuovo” da perseguire.
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Podcast 3-35 – Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – Nona parte: Apostolicam actuositatem

Come afferma autorevolmente il Prof. Vito Mignozzi in Credere oggi N. 232, siamo in un frangente storico critico per la vita delle comunità Cristiane che riguarda anche l’attuale vicenda ecclesiale inerente ai laici e alla teologia del laicato. In genere si attribuisce al magistero del Concilio Vaticano II il merito di aver messo a tema la questione dei laici, riconoscendo loro una soggettività in relazione alla missione ecclesiale e tirandoli fuori da secoli nei quali erano stati considerati destinatari della cura d’anime affidata ad altri. Tuttavia, gli entusiasmi conciliari hanno fatto presto i conti con rapide trasformazioni sul piano sociale e anche nella vita della Chiesa l’anelito all’aggiornamento auspicato dal Concilio ha creato una situazione di incertezza, causata dal desiderio di prendere congedo dall’impianto tipicamente tridentino senza averne ancora individuato uno “nuovo” da perseguire.

Queste e altre vicende hanno inciso non poco sulla vicenda dei laici e sulla stessa teologia del laicato, temi questi che hanno perso di interesse a favore di altre questioni ritenute allora più urgenti e decisive. Sono anni nei quali a tema è stata messa la questione della secolarità in un’oscillazione tra il riconoscimento di un proprium dei fedeli laici e l’affermazione di un attributo riferibile a tutto il soggetto ecclesiale. Nello stesso tempo l’attenzione sull’apostolato dei fedeli laici e sulle forme di ministerialità ha conosciuto una vivacità ecclesiale, ma anche una serie di problemi sul piano della riflessione.

È sufficiente rilevare che la teologia sui laici non è andata di molto avanti. Uno sguardo alla vita sociale attuale rende conto di quanto clamorosa sia l’assenza da parte dei laici Cristiani nei contesti di vita che sono loro propri. Un segnale sintomatico della posta in gioco e della ricerca di un proprium per i Cristiani laici sta nel tentativo di riflettere sullo stallo legato anche all’uso del termine “laico”, che sembra aver perso ogni sua spendibilità teologica.

Pesa su tale verdetto il senso con cui se ne parla soprattutto nel capitolo della Lumen gentium dedicato ai laici e nel Decreto “sull’apostolato dei laici” Apostolicam actuositatem. Sono testi nei quali è ancora molto presente la separazione netta tra i compiti della gerarchia e quelli dei laici, che non riesce a liberarsi dalle strettoie di una visione contrappositiva rispetto alla gerarchia.

È evidente come le acquisizioni preconciliari riecheggino ancora nella sottintesa separazione tra ad extra e ad intra, delegati l’uno al laicato, l’altro al clero, origine di visioni ecclesiologiche tendenzialmente dualiste. Occorrerebbe, dunque, evitare di continuare a ricorrere alla categoria di laico, che tra l’altro non avrebbe alcun valore teologico, essendo solo una distinzione sociologica, e di attribuire a tale figura necessariamente un ministero ulteriore rispetto all’essere battezzato.

Da qualche tempo sembra ormai improcrastinabile l’atto di congedo dalla teologia del laicato. Ritenendo al contempo esaurite le potenzialità offerte da chiavi interpretative come quella dell’apostolato e dell’impegno, si ritiene sia giunto il tempo di accordare maggior credito alla categoria della testimonianza. Il laico è, dunque, un “Cristiano testimone”, categoria che rilegge la responsabilità propria del Cristiano derivante dalla maturazione della propria coscienza credente, senza dover ancora ricorrere a logiche di assegnazione di compiti specifici e di ambiti esclusivi per l’esercizio del proprio impegno.

Un dato evidente rispetto alla recezione della lezione conciliare è che ha avuto maggiore seguito una visione divisiva dei soggetti ecclesiali con conseguente interpretazione di un’identità, quella dei laici, individuata alla luce di quella dei ministri ordinati, secondo una logica di attribuzione ai primi di quanto non poteva appartenere ai secondi.

L’altra via interpretativa, sicuramente più promettente, avrebbe permesso un punto di partenza diverso, individuabile non nella differenza di funzioni, ma nella comune dignità battesimale e nella medesima appartenenza al “noi” ecclesiale del “popolo di Dio”.

Lo sviluppo del magistero attuale, tuttavia, sta permettendo un recupero interessante dei significati insiti nella figura ecclesiale del popolo (di Dio), a partire proprio da uno sguardo sulla totalità dei credenti, che costituiscono il soggetto collettivo della comunità Cristiana, sulle dinamiche di appartenenza e di partecipazione, sullo stile sinodale che configura il modo di essere e di agire della Chiesa nella storia e nel mondo di oggi.

Le prospettive dischiuse da Evangelii gaudium, in particolare, orientano verso una ricollocazione di tutte le figure ecclesiali all’interno di una considerazione fondamentale, che attiene alla natura credente di questo “santo popolo fedele di Dio”, che è la Chiesa. In questa logica la priorità è assegnata non anzitutto alle funzioni, ma alla vita teologale dei credenti in virtù della quale il “noi” ecclesiale è tale perché costituito da christifideles e che si esprime in una relazione con altri credenti nella comunità dei discepoli del Signore.

Secondo tale prospettiva, il laico credente al quale guardare è colui che esprime una figura singolare di esperienza di fede, quella della propria esistenza individuale appunto, intersecata dentro un legame ecclesiale che configura la sua coscienza e il suo agire credenti. In questo modo l’accento qualificante l’esistenza laicale, come del resto qualsiasi altra nella Chiesa, non è posto solo o anzitutto sul proprium di una funzione da esercitare, quanto piuttosto sulla qualità della propria esperienza di vita credente e di sequela del Vangelo, determinante nella partecipazione alla missione di tutta la Chiesa.

Ripartire dalla considerazione della Chiesa come popolo è un’operazione promettente, non solo perché evita di imbattersi immediatamente in logiche contrappositive, ma anche perché la figura del christifidelis obbliga a mantenere aperta la prospettiva di uno sguardo sui laici, che non si identifica solo con alcune delle sue possibili configurazioni.

In un rischio simile è incorsa una certa teologia del laicato troppo radicata esclusivamente nella questione della secolarità o in quella della ministerialità. Ne sono derivate conclusioni, che spesso hanno assunto forme di slogan, secondo le quali i laici, in fondo, sono coloro che stanno nel mondo o coloro a cui nella Chiesa è finalmente aperta la via per una ministerialità da esercitare. Si tratta, ovviamente, di temi afferenti alla riflessione credente sui laici. Assolutizzarli, però, ha significato occuparsi non più di tutte le possibili espressioni di esistenza laicale, ma solo di quelle che meglio riuscivano a esprimere i tratti individuati come decisivi per un profilo di Cristiano laico.

In tal senso sono illuminanti le considerazioni con cui Papa Francesco rilancia l’attenzione sull’intero soggetto ecclesiale e sul compito di evangelizzazione che riguarda tutti i credenti, nessuno escluso: In virtù del battesimo ricevuto, ogni membro del popolo di Dio è diventato discepolo missionario (Cfr. Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare a uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati (EG 120). L’origine battesimale dell’esistenza Cristiana costituisce la ragione principale per la quale ogni credente è chiamato a interpretare nella propria vita l’adesione al Vangelo di Gesù e l’appartenenza alla sua comunità.

In tal senso occorre tornare a considerare in tutta la sua pregnanza l’affermazione sull’autonomia responsabile dei laici Cristiani. Non è un caso che il Concilio, nell’ambito della riflessione sulla natura sacerdotale, che è propria di tutto il popolo di Dio, abbia poi riletto anche l’esistenza dei battezzati secondo lo schema dei tria munera. Si tratta di un riferimento che non può essere smarrito, soprattutto perché fonda nella comune dignità battesimale la responsabilità di una vita configurata a Cristo e vissuta nella partecipazione, secondo la maniera propria di ciascuno, alla missione ecclesiale. Su tale fondamento ha senso recuperare la centratura sulla secolarità dell’impegno laicale e, di conseguenza, la partecipazione ai processi ecclesiali di discernimento in ordine alla vita e alla missione della Chiesa.

A questo proposito suonano come un monito severo le parole di Papa Francesco nella lettera inviata al Cardinal Ouellet: Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana… Abbiamo generato un’élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in “cose dei preti”. Alla luce di ciò, pare una conclusione persino ovvia quella che riconosce la partecipazione dei laici alla missione ecclesiale come altro rispetto al mero mantenimento di una struttura o di servizi da loro garantiti nella comunità. Questa consiste piuttosto nell’impegno a tenere viva la sequela del Signore e la responsabilità di una testimonianza capaci di assumere anzitutto la forma della vita, prima ancora che quella della parrocchia. A questa sfida sono chiamati in causa davvero tutti i Cristiani laici.

Un ulteriore elemento sul quale occorre ancora far evolvere le rappresentazioni ecclesiali in una prospettiva di nuove acquisizioni, è dato dal fatto che i laici Cristiani sono uomini e donne. Si tratta, infatti, di non accontentarsi soltanto di un accertamento relativo alla massiccia partecipazione delle donne, senza dubbio più numerosa di quella degli uomini, alla vita della Chiesa nelle forme diverse con cui essa è vissuta. Nel quadro di una Chiesa tutta carismatica e tutta ministeriale, che ha pure recuperato l’idea di sacerdozio comune, insieme alla pluralità di vocazioni e di esistenze credenti di laici e laiche, si costruisce una figura collettiva di Chiesa che vive grazie all’apporto di parola e di presenza visibile e attiva tanto degli uomini quanto delle donne.

D’altra parte, resta ancora un traguardo da raggiungere quello di una reciprocità che si dà nella forma di una partnership condivisa, segnata da corresponsabilità e autonomia riconosciute reciprocamente, di uomini e donne. Papa Francesco, a tal proposito, afferma: «C’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella chiesa. Perché “il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale; per tale motivo si deve garantire la presenza delle donne anche nell’ambito lavorativo” [Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 295] e nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali» (EG 103).

Occorre ancora compiere alcuni passi perché donne e uomini, laici e laiche possano prendere parte insieme ai processi comunicativi, partecipativi, decisionali che fanno Chiesa a pieno titolo. Non è certo la via delle rivendicazioni a rendere più praticabile il raggiungimento di una figura ecclesiale del genere. È questione, invece, di un impegno condiviso nella costruzione faticosa e quotidiana della vita della comunità, in un comune ascolto dello Spirito e in un sereno discernimento sulle vie da percorrere per la fedeltà al Vangelo di Gesù e per il futuro della Chiesa.

Il laico nella Chiesa del futuro non potrà evitare di fare i conti con una formazione Cristiana che possa renderlo pronto a dare ragione del proprio vissuto credente. In realtà, questa non rappresenta un’esigenza nuova. Già dal Concilio, infatti, l’insistenza sulla formazione dei laici, così come affermato nell’ultimo capitolo di Apostolicam actuositatem, ha costituito un tema col quale la Chiesa tutta e le singole comunità Cristiane hanno dovuto fare i conti ripetutamente.

Nel tempo attuale, però, e nel futuro ancora meglio, non è e non sarà più pensabile rassegnarsi a una mentalità di fede ferma a un livello di alfabetizzazione, incapace di sostenere con qualità la proposta di una vita Cristiana che è fortemente sfidata dai contesti attuali nei quali i laici e le laiche vivono e operano. I motivi per cui non mancano coloro che non hanno maturato la coscienza di questa responsabilità possono essere diversi. In alcuni casi perché non si sono formati per assumere responsabilità importanti, in altri casi per non aver trovato spazio nelle loro Chiese particolari per poter esprimersi ed agire, a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisioni. Anche se si nota una maggiore partecipazione di molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte volte a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società (EG 102).

Sarà quanto mai necessario recuperare un codice interpretativo in grado di risignificare tutti i luoghi della vita come ambiti decisivi in cui realizzare una presenza e uno specifico impegno Cristiano. Questo modo di stare nel mondo è l’unico che può abilitare all’esercizio di quel singolare sensus fidei fidelium per mezzo del quale i battezzati partecipano alla costruzione del consensus, dei processi comunicativi e partecipativi nella comunità.

Tale esigenza inderogabile non può lasciare distratte le Chiese locali rispetto all’offerta di strumenti e di occasioni in grado di rendere praticabili percorsi formativi per laici e laiche che desiderano vivere corresponsabilmente la partecipazione alla missione della Chiesa a partire dalle proprie condizioni di vita. La loro parola, le loro scelte potranno essere significative se avranno maturato quell’autorevolezza che nasce dalla presa di coscienza di un’identità, quella del Discepolo del Signore in ascolto e testimonianza costante della sua Parola, che dà una postura nella presenza e nell’impegno nel mondo.

Indice dei podcast trasmessi.

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