Podcast 3-14 – Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – Quarta parte: Dei Verbum
Costituzione conciliare “Dei Verbum”
dopo 60 anni
L’approvazione della Dei Verbum giunse verso la fine del Concilio Vaticano II, nel corso dell’ultima sessione, il 18 novembre 1965, dopo un lungo cammino, maturato durante tutto il processo conciliare, avendone rappresentato all’inizio la svolta fondamentale. La Costituzione tocca i fondamenti stessi della Fede della Chiesa, la Parola di Dio, la sua rivelazione e la sua trasmissione ed è quindi logico, che la riflessione che ne ha accompagnato la maturazione abbia costituito l’humus che ha fecondato tutti i documenti conciliari.
È un orizzonte che non si è aperto improvvisamente, ma che ha le sue radici in un cammino lungo tre quarti di secolo, dalla Providentissimus Deus di Leone XIII (1893) e prosegue con il magistero di Pio XII, nella Divino afflante spiritu (1943). La Dei Verbum costituisce l’ultimo capitolo di tale cammino e nel contempo il primo di una riflessione che non si è fermata al Concilio Vaticano II, ma da esso è stata stimolata.
Dei Verbum ha il rango di Costituzione dogmatica e il suo oggetto è la divina Rivelazione. Seppure largamente si occupi di Sacra Scrittura e questa ne costituisca per certi aspetti il centro, il documento non ha come oggetto la Scrittura stessa, ma la Parola di Dio, cioè l’evento di grazia che la Scrittura attesta e di cui è parte integrante.
Per un approfondimento ci aiutano alcuni passaggi della Verbum Domini di Papa Benedetto XVI: “Dunque l’espressione «Parola di Dio» viene qui ad indicare la persona di Gesù Cristo, eterno Figlio del Padre, fatto uomo. Inoltre, se al centro della Rivelazione divina c’è l’evento di Cristo, occorre riconoscere che la stessa creazione, il liber naturae, è anche parte di questa sinfonia a più voci in cui l’unico Verbo si esprime. Allo stesso modo confessiamo che Dio ha comunicato la sua Parola nella storia della salvezza… ed ha la sua pienezza nel mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio”.
All’origine della sacramentalità della Parola di Dio sta propriamente il mistero dell’incarnazione: «Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14); la realtà del mistero rivelato si offre a noi nella «carne» del Figlio.
Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la Parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico. L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della Sacra Scrittura, così come la Sacra Scrittura a sua volta illumina e spiega il Mistero eucaristico (num. 55).
Si comprende allora come questo testo, che si occupa della Parola di Dio dedichi alla Sacra Scrittura ben quattro dei suoi sei capitoli: la Rivelazione, e quindi il mistero stesso della parola di Dio (cap. I); la trasmissione della Rivelazione divina, nell’unità di Tradizione e Scrittura e nel servizio del Magistero (cap. II); l’ispirazione divina e l’interpretazione della Sacra Scrittura, ovvero l’identità della Bibbia nella Fede della Chiesa, in particolare il carisma dell’ispirazione biblica, la verità della Bibbia, il canone autentico dei libri biblici e i caratteri della sua interpretazione (cap. III); l’Antico Testamento, il suo valore per i Cristiani e l’unità tra Antico e Nuovo Testamento (cap. IV); il Nuovo Testamento, i Vangeli, nella loro origine e identità (cap. V); la Sacra Scrittura nella vita della Chiesa (cap. VI).
Capitolo I
La Rivelazione fa emergere un’immagine di Dio da sempre aperto a tutti gli uomini per comunicare se stesso come Verbo eterno che segna della sua presenza l’intera creazione, parla per mezzo dei profeti, si fa presenza personale in Gesù di Nazareth. Prima di poter essere ricondotta a un insieme di formule dottrinali, la Rivelazione è l’atto di auto-comunicazione amorosa di Dio Trinità agli uomini in vista della loro salvezza. La Rivelazione storica ha un centro, che è l’evento di Gesù Cristo. All’uomo, che è libero, si richiede una libera risposta di consenso ed accoglienza di Dio nella Verità del Figlio fatto uomo. Mettersi al suo ascolto deve essere percepito come una pratica di dialogo tra alleati, tra amici. Per questo ci si deve anzitutto allenare al discernimento dei segni di Dio nella storia dell’uomo; in secondo luogo si deve diventare costruttori di storia secondo un agire illuminato dalla luce della Parola e insieme si affida fiduciosamente al Padre, accogliendo con amore la Parola (n. 5).
Capitolo II
La trasmissione della Rivelazione divina ha una sua complessità, che nel passato è stata proposta nella divisione e nella contrapposizione tra Tradizione e Scrittura. La Dei Verbum mette in rilievo tre grandi verità. La Rivelazione, che si realizza per incarnazione della Parola nello spazio e nel tempo, per arrivare ad ogni uomo deve essere trasmessa di generazione in generazione. La Tradizione dovrebbe attuare la vocazione missionaria della parola di Dio (n. 7). Soggetto responsabile della trasmissione della Rivelazione rimane sempre Cristo, per l’impulso dello Spirito Santo, espresso dal suo corpo mistico, la comunità dei Christifideles, «finché in essa giungano a compimento le parole di Dio» (n. 8). Tradizione e Scrittura sono «strettamente tra loro congiunte e comunicanti», come canali «che scaturiscono dalla stessa divina sorgente». (n. 10). La Scrittura costituisce il centro della Tradizione che ne è criterio di attualità, di vivificazione della Parola nell’annuncio e nella catechesi (n. 10); chiede di essere celebrata e vissuta nel servizio della carità e della missione, ridiventando quella tradizione vivente da cui è nata e a cui tende.
Capitolo III
Dedicato all’identità della Scrittura nella sua globalità che ha avuto un cammino di maturazione progressiva. Le Scritture «hanno per autore Dio con la mediazione di veri autori umani (n. 11) è: Parola di Dio in linguaggio umano. Le verità rivelate da Dio sono in funzione non della nostra cultura o di finalità profane, ma della salvezza delle persone, e quindi da comprendere non come risposte scientifiche, ma religiose. Qui si inserisce il giusto dialogo con le scienze, senza che vi sia motivo per conflitti. Comporta un doppio livello di lettura: la ricerca del senso immediato del testo, secondo le sue connotazioni storiche e letterarie, e la sua trasfigurazione nel senso spirituale, secondo lo «stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (n. 12). È il nodo fondamentale dell’ermeneutica, affermato dalla Dei Verbum nei principi sostanziali, ma affatto esaurito. Cercare i volti di Dio e dell’uomo facendo perno sul mistero di Cristo, uomo e Dio, diventa la via necessaria e indispensabile di intelligenza corretta e vitale delle Scritture.
Capitolo IV
L’Antico Testamento viene presentato, seppure con evidenti difficoltà interpretative, come parte organica della storia della salvezza. I suoi libri «conservano valore perenne» (n. 14), sono parola di Dio anche per i Cristiani, nell’ottica di una «preparazione evangelica», di «una vera pedagogia divina» (n. 15), formando così un’unità articolata con il Nuovo Testamento, alla luce del quale «acquistano e manifestano il loro complesso significato» (n. 16).
Capitolo V
Il Nuovo Testamento è il vertice di tutta la Sacra Scrittura, perché in esso ci è data «testimonianza perenne e divina» del mistero del Verbo fatto carne, che si manifesta nella «pienezza dei tempi» (n. 17); secondo i Vangeli (nn. 18 – 19) e senza dimenticare gli altri scritti neotestamentari (n. 20).
Capitolo VI
La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa è qui inquadrata nelle sue valenze pastorali. Questo capitolo è stato definito la “magna charta” della spiritualità e pastorale biblica della Chiesa. Il n. 21 presenta la “teoria” della pratica, le ragioni fondanti e direttive dell’incontro con la Bibbia che fa il Cristiano. Si articola in tre nuclei: la Scrittura, insieme con il Corpo di Cristo, è il “pane di vita” di un’unica mensa; essa è “regola suprema della fede”; è “sostegno e vigore della Chiesa, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale”. Ne scaturiscono implicazioni pastorali notevolissime, fondamentali:
- a) La Scrittura è efficace, purché non rimanga congelata nello scritto, ma ridiventi parola viva nel suo ambiente vitale, sotto la forza dello Spirito, irradiando la vita personale e sociale; ambedue queste dimensioni vanno sviluppate.
- b) L’ambito dove la Scrittura irradia la maggior efficacia è laddove la Parola che ha al centro Gesù si coniuga con la presenza stessa di Gesù: i Sacramenti ed in particolare l’Eucaristia.
- c) Globalmente, il primo buon uso della Bibbia è dato dalla sua capacità di diventare spiritualità, vita interiore, mondo simbolico, motivazione, convinzione, mentalità, “cultura Cristiana” di chi l’accosta. Il n. 22 afferma che essa deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo. In primo luogo, sono segnalate due applicazioni notevolissime: «E necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura» e con buone traduzioni, anche in collaborazione ecumenica.
I nn. 23 – 26 esplicitano altre indicazioni riguardanti gli operatori biblici: esegeti, teologi, pastori. Ai primi tocca lo studio del testo, con l’ausilio delle diverse scienze bibliche, per penetrare sempre di più la Parola (n. 23). Ai teologi la Bibbia si propone come fondamento, forza che ringiovanisce, anima che porta la vita (n. 24). Ai pastori si rivolge il n. 25, con una frase di san Girolamo, precisa ed eloquente: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». L’ esortazione a «essere attaccati alle Scritture» si estende a tutti i fedeli.
Preme sottolineare come sia soprattutto sollecitata l’attenzione su quattro poli:
- a) La frequentazione assidua superando l’episodicità, la disarticolazione rispetto ai ritmi della vita spirituale ed ecclesiale.
- b) L’intenzione di fede, per cui nelle parole del testo si incontra Dio, e dunque la necessità della interiorizzazione personale «affinché possa svolgersi il dialogo fra Dio e l’uomo».
- c) La Parola di Dio vuol essere “pane di vita”. Lo è quando porta ad una lettura sapienziale del testo sacro, cioè a una lettura per la trasformazione della vita, ove si esercita il discernimento cristiano dei segni dei tempi e si diventa testimoni. Questa testimonianza che scaturisce dalla lettura sapienziale non si esaurisce nella sfera personale ma si allarga all’impegno sociale del credente.
- d) E, finalmente, la Parola di Dio della Bibbia arriva alle frontiere, dove vivono uomini e donne di altre religioni o di cultura solo laica, con cui intende entrare in un dialogo che salva, come faceva Gesù iniziando il Vangelo nella “Galilea delle genti” (Mt 4, 15). È l’intenzione più profonda del progetto culturale della Chiesa, con cui si vuole rendere la fede di sempre significativa e plausibile nel contesto delle culture che caratterizzano il nostro tempo: la Parola si dice con l’alfabeto della Bibbia, quanto essa veicola deve superare, con ponderato discernimento, le insite limitazioni umane facendo accrescere la vita della comunità dei Christifideles (n. 26).
A conclusione, ci lasciamo aiutare ancora dalla Verbum Domini:
“Avvertiamo tutti quanto sia necessario che la luce di Cristo illumini ogni ambito dell’umanità. Non si tratta di annunciare una parola consolatoria, ma una dirompente, che chiama a conversione, che rende accessibile l’incontro con Lui, attraverso il quale fiorisce un’umanità nuova” (VD n. 93).
“C’è uno stretto rapporto tra la testimonianza della Scrittura, come attestazione che la Parola di Dio dà di sé, e la testimonianza di vita dei credenti. L’una implica e conduce all’altra. La testimonianza cristiana comunica la Parola attestata nelle Scritture. Coloro che incontrano testimoni credibili del Vangelo sono portati così a constatare l’efficacia della Parola di Dio in quelli che l’accolgono” (VD n. 97).
“L’annuncio della Parola crea comunione e realizza la gioia profonda che scaturisce dal cuore stesso della vita trinitaria e che si comunica a noi nel Figlio. Si tratta della gioia come dono ineffabile che il mondo non può dare. Secondo la Scrittura, la gioia è frutto dello Spirito Santo (Gal 5, 22) e annunciando la Parola di Dio nella forza del suo Santo, desideriamo comunicare anche la fonte della vera gioia, non di una gioia superficiale ed effimera, ma di quella che scaturisce dalla consapevolezza che solo il Signore Gesù ha parole di vita eterna (Gv 6, 68)” (VD n. 123).
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