Podcast 3-25 – Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – Settima parte: Dignitatis humanae
La lezione di “Dignitatis humanae”:
libertà e dignità nella verità
La Dignitatis humanae sembra fondarsi su tre categorie centrali: dignità, libertà e dialogo.
La produzione accademica e divulgativa sul tema è sovrabbondante e le pubblicazioni continuano a moltiplicarsi. Il paradosso viene dal fatto che, proprio nel momento in cui la comunità accademica produce evidenze empiriche qualificate che evidenziano il ruolo e la centralità della libertà religiosa nel mondo attuale, questa sta progressivamente e globalmente regredendo nell’ambito di una generale recessione di libertà che attraversa la nostra epoca.
Una feconda pista ermeneutica si può tracciare a partire dal Concilio Vaticano II rimarcando il legame tra le valutazioni ecclesiali di Gaudium et spes (GS), l’affermazione della libertà «nella verità» in Dignitatis humanae (DH) e la pronuncia nei confronti delle religioni in Nostra aetate (NA).
In tutto ciò è la visione antropologica di DH a costituire il pilastro sul quale poggia il sostegno alla libertà religiosa da parte della Chiesa Cattolica. Pur riconoscendo un fatto: se è vero che il documento è mosso da un duplice intento – rispondere all’urgenza politico-giuridica e delineare i fondamenti antropologico-morali – i termini entro cui la questione è affrontata sono essenzialmente antropologici. DH non approfondisce, ma apre un filone per certi versi inedito nei toni e nelle affermazioni. Non fissa articoli, ma piuttosto un atteggiamento della Chiesa per il presente e il futuro. Eppure, pur nella brevità, condivide una qualità così fotografata da Benedetto XVI: «Inaspettatamente, [nel Concilio Vaticano II] l’incontro con i grandi temi dell’età moderna non avvenne nella grande Costituzione Pastorale [Gaudium et spes], bensì in due documenti minori, la cui importanza è emersa solo poco a poco con la ricezione del Concilio» (Benedetto XVI, 2012).
Il riferimento è a DH e NA, non casualmente accostati. Il contenuto della dichiarazione sulla libertà religiosa è un passo necessario capace di rispondere con maggiore puntualità alle acquisizioni filosofico-politiche impostesi nel Novecento. Il suo merito, continua il Papa, è di edificare al cuore della fede Cristiana la ragion d’essere della libertà di coscienza e di pratica religiosa: il Cristianesimo non può non supportare un discorso sulla libertà posto in questi termini. Vediamo come DH articola tutto ciò, partendo da quella matrice metodologica inedita che essa rivela, specialmente se messa a confronto con i risultati in materia di tolleranza a cui è giunta la riflessione moderna sulla religione.
Per quanto sia indubbio che la necessità di esprimersi sulla libertà religiosa sia stata sollecitata anche e soprattutto dalle acquisizioni filosofiche e dalle vicende storiche che segnano il Novecento, la Dichiarazione consegue ben altro: la libertà, fondata sulla dignità, non tradisce il criterio di verità che è chiesto alla Chiesa, anzi ne riformula il legame originale con la rivelazione. Il punto di partenza è il riconoscimento della vita umana come fondamento costitutivo del Cristianesimo, presente e manifesto nella rivelazione che Dio fa di sé per mezzo di Gesù Cristo: DH si esprime a partire dall’identificazione dell’incarnazione quale principio Cristiano fondante di ogni discorso antropologico da parte della Chiesa. Un legame che ha in sé una conseguenza sociale: se la dignità è fondata sull’evento Gesù Cristo, allora questa non si può esprimere se non guardando all’uomo come essere prima di tutto libero nel suo riconoscersi, aprirsi e orientarsi a Dio. È quindi nel legame tra dignità e libertà di coscienza, articolato alla dimensione veritativa, che si trova la specificità della proposta Cristiana.
La portata universale della Dichiarazione esprime un cambio di passo in materia di libertà religiosa, retto dinamicamente sulla relazione epistemologica tra i concetti di libertà, dignità e verità. Parafrasando il capitolo primo della dichiarazione, si può dire che il fondamento del diritto alla libertà religiosa è, nella verità, la dignità umana (DH 1). L’affermazione di diritto non è un fatto soggettivo, ma scaturisce oggettivamente da Dio per mezzo della natura stessa dell’uomo orientato per natura alla ricerca delle verità (DH 2). Un uomo che è libero per natura, a prescindere dalla sua disposizione soggettiva, dalla strada intrapresa, dal seguire o meno la spinta alla verità. (DH 2). La chiave per dare forma a simile corrispondenza è compresa nella categoria veritativa che risulta ambigua: da un lato la verità è presentata attraverso i termini del personalismo dialogico, dall’altro con intenzioni di oggettività. Eppure l’ambivalenza, forse inevitabile data la travagliata storia redazionale della Dichiarazione e i numerosi lavori di correzione e riscrittura, non comporta una contraddizione in termini tra i due linguaggi, premesso che questi vengano opportunamente collocati nei rispettivi livelli di significato a cui singolarmente rimandano. Anzi è proprio l’attivarsi del linguaggio dialogico che consente a DH di esprimere efficacemente «la dinamica e il ritmo della relazione tra la persona umana, nella sua libertà, e il Dio personale quale istanza ultima d’illuminazione dell’essere e dell’esistere secondo la verità e l’amore».
È evidente il ruolo di primo piano della coscienza, di cui è riconosciuto il peso discriminante nel giudizio sulla libertà, in linea con le affermazioni di Gaudium et spes: se la ricerca e l’esperienza della verità passano per una dinamica dialogica, la coscienza è luogo sacro e intangibile della relazione intima con Dio (GS 16, DH 3), da tutelare prima di tutto.
La riflessione conciliare guadagna peso e prospettiva se messa in relazione con le richieste e le sfide che la contemporaneità pone alla Chiesa. Tanto più se si considera che all’inizio dei lavori non era prevista alcuna pronuncia sulla libertà religiosa. Si presenta in un secondo tempo, a fronte dei dibattiti e delle discussioni che accendono l’assise e a fianco di un’altra istanza, quella che sollecita la Chiesa nel pronunciarsi sulla questione ebraica e che apre la strada alla dichiarazione NA.
In modo simile le due dichiarazioni condividono parte della loro storia ed eredità: sono promulgati dopo un lungo e complesso iter redazionale nell’ultima sessione conciliare; sono dibattuti dai padri conciliari a seguito di confronti accesi e alimentati da vicissitudine storiche e ideologiche; sono brevi e marginali nell’economia conciliare; rimandano a temi cruciali e controversi che provocano ancora oggi reazioni tanto entusiaste quanto problematiche.
A tutto ciò si può affiancare una certa continuità contenutistica: basti ricordare che le parole di apertura che danno il titolo alla Dichiarazione sulla libertà religiosa (DH 1) sono tra quelle conclusive della Dichiarazione sulle religioni (NA 5), messe a sigillo dell’esortazione finale. Dalla sinergia tra le due Dichiarazioni emergono due ampi filoni oggi rivalutati: quello sul rapporto con il pluralismo religioso e con la società secolare. Entrambi interrogano il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo e sono più che mai intrecciati nel chiederle di affrontarne le complessità innestando un approccio integrato. Tutto ciò e riconferma quanto sia da prendere sul serio il legame che intercorrere tra il riconoscimento della dignità umana, della libertà di coscienza e del patrimonio religioso e culturale altrui.
Più in profondità si possono mettere in luce le profonde correlazioni che armonizzano tra loro, nella riflessione ad extra della Chiesa, le categorie libertà e dialogo, dignità e relazione, riconoscimento e incontro. In questo senso si può intendere con maggiore pregnanza l’affermazione di Benedetto XVI rispetto a DH e NA, che non possono non essere considerate vere e proprie chiavi ermeneutiche per tracciare l’incontro della Chiesa con il mondo.
La declinazione sociale, politica e giuridica della libertà religiosa e l’atteggiamento dialogico nei confronti di religioni, culture e sistemi di pensiero, sono chiamate ad andare di pari passo secondo i rispettivi fondamenti antropologici per avviarsi, sostenersi e alimentarsi vicendevolmente.
Allargando il campo al dibattito attuale anche la Chiesa è chiamata a fare i conti con due nodi critici che debbono essere opportunamente articolati. Il primo chiede di tradurre la libertà religiosa da affermazione di principio a realtà efficacemente trasformativa dell’esperienza e della comunità umana. Una criticità che premette la risoluzione pacifica di una questione non certo chiarita: se sia possibile superare le analisi dicotomiche tra società religiosa e secolare per elaborare una teoria della comunità sociale «che includa nello spazio pubblico le ragioni delle religioni». Senza ignorare il punto di svolta rappresentato dal tramonto dell’idea che si possa trattare la religione solo ed esclusivamente come fatto privato, di sola coscienza singola, affiancato alla necessità da parte della politica e dell’autorità religiosa di prendere seriamente in esame la questione del pluralismo culturale e religioso e la sua gestione globale.
Il secondo nodo chiede di dar seguito all’affermazione che le libertà di coscienza e credo siano un ideale umano da difendere a tutti i costi, fornendo ricerche empiriche in grado di misurare le ricadute reali che queste procurano al bene umano. Risulta evidente che riorientando il controllo e promuovendo l’equità e la tolleranza è favorito l’attivarsi virtuoso non solo dello stato di pace sociale, ma anche della competizione dinamica e positiva che alimenta socialmente ed economicamente il progredire umano nella nostra epoca. Essa rimanda a un serio ripensamento del rapporto tra religiosità e secolarità nello spazio pubblico che tenga conto, pur senza dimenticare le specificità locali e regionali, dell’inarrestabile livello di interdipendenza globale che informa le società, guardando alla dignità e alla gestione delle differenze come il principio e il frame work cruciali su cui lavorare nel presente e nel futuro.
Nel panorama delle molte suggestioni prese in esame, l’affermazione del principio di dignità e della necessità di dialogo dotano la Chiesa Cattolica di fondamenti e strumenti per contribuire a rispondere organicamente a una duplice sfida: da un lato riconoscere la dignità delle differenze, dall’altro innestare processi e metodologie integrati per una loro adeguata e corrispondente gestione.
Il coinvolgimento delle comunità e delle tradizioni religiose è sempre più necessario per favorire un deciso cambio di rotta nel processo di recessione della libertà religiosa a livello globale. L’obiettivo deve essere ambizioso: esplorare i presupposti antropologici di una governance «inframondiale» capace di tutelare l’unità del tessuto sociale dando corpo a una comunità politica efficacemente e pragmaticamente mondiale, integrata nel suo riconoscersi multietnica, multireligiosa e multiculturale.
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