Podcast 3-8 – Documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II – Terza parte: Gaudium et spes
Costituzione conciliare “Gaudium et spes”
dopo 60 anni
L’avvicinarsi del sessantesimo anniversario dell’approvazione della Costituzione pastorale in titolo, il 7 dicembre 1965, un giorno prima della chiusura del Concilio Vaticano II, è un’occasione propizia per rileggere questo testo fondamentale. Esso è legato al periodo storico in cui viene redatto, gli anni Sessanta, contrassegnati dalla fine della colonizzazione, dall’emergere della realtà del Terzo mondo, dalla consapevolezza delle disuguaglianze economiche tra le aree del pianeta, dalla preoccupazione per lo sviluppo. Però, il testo conserva il suo valore, perché è ancora capace di offrire ispirazione e rappresenta una testimonianza di come la Chiesa, in un momento storico preciso, abbia compiuto il proprio «dovere permanente […] di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche» (N. 4). Questo anelito emerge soprattutto rileggendo il capitolo dedicato ai temi economici, il terzo della seconda parte (NN. 63 – 72).
La Gaudium et spes si articola in due parti. La prima, più dottrinale, tratta i fondamenti del pensiero sociale della Chiesa: l’essere umano, creato ad immagine di Dio e concepito come fondamentalmente sociale, deve essere al centro e al vertice della vita sociale (N. 12). L’azione dell’essere umano sulla terra non è slegata dalla redenzione operata da Cristo e dalla costruzione del Regno di Dio. In questo mondo la Chiesa offre il proprio aiuto per cercare, insieme ad altri, soluzioni ai problemi a volte angoscianti dell’umanità; nello stesso tempo, dal mondo riceve aiuto e riconosce la sua posizione fondamentale di servizio e di dialogo. Alla luce di questa visione antropologica, fondata sulla rivelazione, una seconda parte, più pastorale, affronta alcuni problemi più urgenti e concreti: matrimonio e famiglia, cultura, vita economico – sociale, politica, pace e relazioni internazionali. Fin dalle prime righe, il capitolo sull’economia trae ispirazione dalle riflessioni svolte nella prima parte del documento: «Anche nella vita economico – sociale sono da tenere in massimo rilievo e da promuovere la dignità della persona umana, la sua vocazione integrale e il bene dell’intera società. L’uomo, infatti, è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico – sociale» (N. 63). Tutto sulla terra deve essere ordinato all’essere umano e al rispetto della sua dignità, secondo il piano di Dio. Il punto centrale affronta un’altra questione, cruciale all’epoca e sempre attuale: mettere l’uomo al centro significa contrastare l’opinione, che purtroppo dagli anni del Concilio si è ulteriormente radicata e diffusa, che le leggi dell’economia siano indipendenti da ogni considerazione etica, come se il benessere del maggior numero di persone fosse garantito dal dispiegarsi, senza ostacoli, del libero gioco dell’economia. Il Concilio respinge con decisione questa visione ultraliberale, così come quella collettivista su cui all’epoca si reggevano i Paesi a economia pianificata: «Lo sviluppo economico non può essere abbandonato né al solo gioco quasi meccanico della attività economica dei singoli, né alla sola decisione della pubblica autorità» (N. 65): insiste invece che «l’attività economica deve essere condotta secondo le leggi e i metodi propri dell’economia, ma nell’ambito dell’ordine morale, in modo che così risponda al disegno di Dio sull’uomo» (N. 64). A questa posizione la dottrina sociale della Chiesa continua a fare riferimento anche oggi.
Proprio al N. 63 della Gaudium et spes si richiama Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate, quando afferma: «Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico – sociale”» (N. 25). Queste parole sono richiamate da Papa Francesco d.v.m. al N. 127 dell’Enciclica Laudato sì con il concetto di economia solidale e compartecipata.
La questione dello sviluppo rappresenta l’asse centrale e la novità focale del capitolo, che altrimenti avrebbe rischiato di ridursi a una ripetizione del magistero sociale precedente. Apre invece un nuovo orizzonte, che sarà ripreso dai Pontefici successivi: San Paolo VI con la Populorum progressio, San Giovanni Paolo II con la Sollicitudo rei socialis, Benedetto XVI con la Caritas in veritate, fino a Francesco con la Laudato sì.
Fin dal suo inizio, la Gaudium et spes dedica particolare attenzione al cambiamento, affermando che «il genere umano passa da una concezione statica dell’ordine delle cose, a una concezione dinamica ed evolutiva» (N. 5). Proprio per l’identificazione dei tratti essenziali di questo dinamismo viene elaborato il metodo del discernimento dei segni dei tempi. Riguardo allo sviluppo, il Concilio propone essenzialmente quattro principi, tuttora molto attuali. Il primo è che il fine dello sviluppo è il «servizio dell’uomo… integralmente considerato, tenendo cioè conto della gerarchia dei suoi bisogni materiali e delle esigenze della sua vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa» (N. 64). Si tratta di combattere una visione di uomo ridotto ai soli bisogni materiali: sviluppo è anche coltivare le capacità intellettuali, avere accesso alla cultura, aprirsi alle dimensioni spirituali dell’esistenza. Sono quindi denunciati con forza i limiti del materialismo e dell’economicismo: «Molti uomini, soprattutto nelle regioni economicamente sviluppate, appaiono quasi unicamente retti dalle esigenze dell’economia, cosicché quasi tutta la loro vita personale e sociale viene permeata da una mentalità economicistica» (N. 63). Tutti i Pontefici successivi riprenderanno questo tema.
Il secondo principio è che «Lo sviluppo economico deve rimanere sotto il controllo dell’uomo» (N. 65). Quindi esso «non deve essere abbandonato all’arbitrio di pochi uomini o gruppi che abbiano in mano un eccessivo potere economico, né della sola comunità politica, né di alcune nazioni più potenti. Conviene, al contrario, che il maggior numero possibile di uomini, a tutti i livelli e, quando si tratta dei rapporti internazionali, tutte le nazioni possano partecipare attivamente al suo orientamento» (ivi). Questo richiede anche la considerazione dei prevedibili effetti delle scelte adottate, con particolare riguardo alle generazioni future (N. 70), senza lasciarsi sedurre da prospettive sconsiderate di cui nessuno può misurare le conseguenze: le crisi subentranti e cronicizzate del mondo della finanza speculativa continuano a dimostrare la saggezza di questa impostazione.
Il terzo principio è la necessità di uno sviluppo «di ogni gruppo umano, di qualsiasi razza o continente» (N. 64). Grazie all’insistenza e al contributo dei Padri conciliari provenienti dai Paesi del Terzo mondo, si constatano le gravi disuguaglianze economiche e sociali, unite a discriminazioni individuali e collettive, che devono essere rimosse: «Per rispondere alle esigenze della giustizia e dell’equità, occorre impegnarsi con ogni sforzo affinché, nel rispetto dei diritti personali e dell’indole propria di ciascun popolo, siano rimosse il più rapidamente possibile le ingenti disparità economiche che portano con sé discriminazioni nei diritti individuali e nelle condizioni sociali quali oggi si verificano e spesso si aggravano» (N. 66).
L’ultimo principio fa dello sviluppo un dovere di tutti: «Si ricordino tutti i cittadini che essi hanno il diritto e il dovere – e il potere civile lo deve riconoscere loro – di contribuire secondo le loro capacità al progresso della loro propria comunità» (N. 65). Si coniugano qui il principio di sussidiarietà e quello di solidarietà, che richiede di non lasciare inutilizzate o monopolizzare risorse che potrebbero essere utili a tutti. Dopo la considerazione di alcune tematiche più specifiche (lavoro, impresa, destinazione universale dei beni e diritto di proprietà, finanza) il capitolo si conclude con una ripresa teologica delle riflessioni precedenti. Fedele al suo metodo induttivo, che illumina la situazione presente alla luce del Vangelo e riconduce tutto alla contemplazione del Cristo rivelatore del mistero dell’uomo, il Concilio conclude parlando della relazione della vita economica con la costruzione del Regno di Cristo, insistendo sul legame tra fede e vita economica e sociale: «I cristiani che partecipano attivamente allo sviluppo economico-sociale contemporaneo e alla lotta per la giustizia e la carità siano convinti di poter contribuire molto alla prosperità del genere umano e alla pace del mondo» (N. 72). La ricerca del regno di Dio non allontana i cristiani dalle preoccupazioni del proprio tempo, ma dona più energia per occuparsi dei fratelli e affrontare i problemi comuni: «Chi segue fedelmente Cristo cerca anzitutto il regno di Dio e vi trova un più valido e puro amore per aiutare i suoi fratelli e per realizzare, con l’ispirazione della carità, le opere della giustizia» (ivi). Un primo elemento di attualità va rintracciato nel metodo adottato: operare un discernimento. Di fronte alla situazione economica dell’epoca, segnata dal cambiamento e da grandi disuguaglianze, i Padri constatano che è necessario operare riforme e cambiare mentalità. L’insegnamento sociale della Chiesa è saldamente incarnato nella storia, attraverso la pratica del discernimento dei segni dei tempi, che comporta sia il riconoscimento degli eventi storici significativi per la storia sociale, economica e politica dell’umanità, sia una lettura della presenza di Dio all’interno di questa storia. Grazie a una lettura della storia alla luce del Vangelo, la Chiesa può offrire principi di analisi, criteri di giudizio e orientamenti per l’azione. La sua dottrina sociale si forma in questa perenne circolarità tra esperienza e riflessione, tra insegnamento ed esperienza dei cristiani impegnati nel mondo, secondo una dinamica che il Concilio ha percorso e che ci invita a riprendere.
Oltre a un metodo di analisi e riflessione, la Gaudium et spes ci offre degli spunti tuttora stimolanti. Dire che lo sviluppo deve essere al servizio di tutto l’uomo e di ogni uomo, come di tutti i popoli, invita a interrogarsi sul funzionamento dell’economia mondiale e sull’ordinamento del settore finanziario. Invita a ricercare uno sviluppo sostenibile, questione oggi al centro delle preoccupazioni del mondo intero. Considerare necessaria la partecipazione di tutti gli attori alle decisioni economiche è un ideale tutt’altro che realizzato, che può continuare a fungere da principio dinamico e da istanza critica di tutti i progetti di riforma. Il Concilio intende promuovere iniziative e incoraggiare coloro che hanno idee innovative: contribuiscono a perseguire il piano di Dio per il progresso dell’umanità (N. 64). Lo stesso vale per la visione del bene comune e per le considerazioni sullo spirito con cui portare a termine le attività economiche. La Chiesa vuole contribuire alla trasformazione di mentalità e atteggiamenti: oggi è una questione di importanza vitale. Il Vangelo può offrire un contributo potente: è questo il messaggio centrale della Gaudium et spes, un messaggio di speranza.
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