Dottrina Sociale della Chiesa – Quinta parte: Sintesi – Prima parte

È stato pubblicato sul canale Speaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio il quinto Podcast di una serie sulla Dottrina Sociale della Chiesa a cura del Referente per la Formazione della Delegazione di Roma e Città del Vaticano, il Prof. Enzo Cantarano, Cavaliere di Merito con Placca d'Argento. Nel suo impegno per la salvezza di ogni persona, la Chiesa si preoccupa di tutta la famiglia umana e delle sue necessità, compresi gli ambiti materiali e sociali. A tal fine sviluppa, come una bussola, una dottrina sociale per formare le coscienze e aiutare a vivere secondo il Vangelo e la stessa natura umana. «Con tale dottrina, la Chiesa non persegue fini di strutturazione e organizzazione della società, ma di sollecitazione, indirizzo e formazione delle coscienze» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 81). «La Chiesa (…) ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione» (Caritas in veritate, 9).
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Podcast 2-59 – Dottrina Sociale della Chiesa – Quinta parte: Sintesi – Prima parte

La sintesi del testo pubblicato dal Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace non può essere svolta, ovviamente, in un unico podcast. Questo è il primo di sei.

Papa Benedetto XVI scrive: “La Dottrina Sociale della Chiesa illumina con una luce che non muta i problemi sempre nuovi che emergono” (Caritas in veritate, N. 12). La Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) è un patrimonio di valore inestimabile che chiede solo di essere conosciuto ed acquisito nelle vicende personali e comunitarie, per ricollocare l’uomo nella posizione che gli compete nel Creato.

Introduzione

Il popolo Cristiano pellegrinante si inoltra nel terzo millennio della nostra era guidato da Gesù Cristo, che è la Via, la Verità e la Vita. E annuncia a tutti il Vangelo che dona salvezza e autentica libertà anche nelle cose temporali. La DSC è proposta anche ai fratelli delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, ai seguaci delle altre religioni, nonché a quanti, uomini e donne di buona volontà, si impegnano a servire il bene comune. Essa intende proporre un umanesimo integrale e solidale, capace di animare un nuovo ordine sociale, economico e politico, fondato sulla libertà e dignità della persona umana, da attuare nella pace, nella giustizia e nella solidarietà. Tale umanesimo può essere però realizzato solo se i singoli uomini e donne e le loro comunità sapranno coltivare le virtù morali e sociali in sé stessi e diffonderle nella società, cosicché vi siano davvero uomini nuovi e artefici di una nuova umanità, con il necessario aiuto della grazia divina.

Parte Prima
Capitolo Primo
Il disegno di amore di Dio per l’umanità

1. L’agire liberante di Dio nella storia di Israele – Sullo sfondo dell’universale esperienza religiosa si staglia la Rivelazione che progressivamente Dio fa di Sé stesso. Nel primo libro della Bibbia, Genesi, noi troviamo la spiegazione di ogni male individuale e sociale. La disubbidienza dell’uomo e la conseguente rottura della relazione di comunione con Dio provoca la rottura dell’unità interiore della persona umana, della relazione di comunione tra l’uomo e la donna e della relazione armoniosa tra gli uomini e le creature. In questa rottura originaria va ricercata la radice più profonda di tutti i mali che insidiano le relazioni sociali tra le persone e di tutte le situazioni che nella vita economica e politica attentano alla dignità della persona, alla giustizia e alla solidarietà. Il dono della liberazione e della terra promessa, l’Alleanza del Sinai con il dono del Decalogo sono connessi a modalità di vita che devono regolare, nella giustizia e nella solidarietà, lo sviluppo della società israelitica. Lo stile di gratuità e di condivisione nella giustizia che Dio ispira al suo popolo è in particolare contenuto nella legge dell’anno sabbatico e in quella dell’anno giubilare. Tali precetti costituiscono evidentemente una espressione iniziale di dottrina sociale.

2. Gesù Cristo compimento del disegno di amore del Padre – La benevolenza infinita che ispira l’agire di Dio diventa tanto prossima all’uomo da assumere i tratti dell’uomo Gesù, il Verbo di Dio fatto carne. Con le parole e con le opere, e in modo pieno e definitivo con la Sua morte e la Sua risurrezione, Gesù Cristo rivela all’umanità che Dio è Padre e che tutti siamo chiamati per grazia a diventare figli di Lui nello Spirito e perciò fratelli e sorelle tra noi. È allora evidente che il comandamento dell’amore reciproco, che costituisce la legge di vita del popolo di Dio, deve ispirare, purificare ed elevare tutti i rapporti umani nella vita sociale e politica.

3. La persona umana nel disegno di amore di Dio – Dalla Genesi sappiamo che l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, è costitutivamente un essere sociale e che il significato del suo agire nel mondo è legato alla scoperta e al rispetto della legge naturale che Dio ha impresso nell’universo creato, affinché l’umanità lo abiti e lo custodisca secondo il Suo progetto. Il rapporto dell’uomo con Dio è inscindibile da quello col proprio simile, come esplicitamente emerge dalla risposta di Gesù allo scriba che gli chiedeva di indicargli il primo comandamento. La rivelazione in Cristo del mistero di Dio come Amore trinitario è poi la rivelazione della vocazione della persona umana all’amore.

4. Disegno di Dio e missione della Chiesa – La nostra missione è quella di annunciare e comunicare la salvezza in Gesù Cristo. Tale salvezza, che Egli chiama “Regno di Dio”, consiste nella comunione con Dio e tra gli uomini e si realizzerà oltre la storia. Questo è il Disegno di Dio sull’umanità e sulla storia. E Dio, in Cristo, non redime soltanto la singola persona, ma anche le relazioni tra gli uomini. Per ciò Cristo si avvale della comunità cristiana, che, cogliendo i segni dei tempi, opererà di volta in volta per trasformare i rapporti sociali in modo rispondente alle esigenze del Regno di Dio. D’altro canto la conformazione a Cristo e la contemplazione del Suo Volto infondono nel cristiano un insopprimibile anelito ad anticipare in questo mondo ciò che sarà realtà nel definitivo, adoperandosi per dar da mangiare, da bere, da vestire, una casa, le cure, l’accoglienza e la compagnia al Signore che bussa alla porta.

Capitolo Secondo
Missione della Chiesa e dottrina sociale

1. Evangelizzazione e dottrina sociale

Il messaggio cristiano non può essere orientato verso una salvezza puramente ultraterrena, senza illuminare la presenza umana sulla terra.

2. La natura della dottrina sociale

La dottrina sociale trova il suo fondamento essenziale nella Rivelazione biblica e nella Tradizione. Ma la fede interagisce efficacemente con la ragione ed entrambe costituiscono le due vie conoscitive della dottrina sociale che si avvale di tutti i contributi conoscitivi, da qualunque sapere provengano, e possiede un’importante dimensione interdisciplinare. La dottrina sociale assolve un duplice compito: di annuncio del proprio messaggio di salvezza e di denuncia del peccato che attraversa la società secondo continuità (immutabilità dei valori della Rivelazione) e rinnovamento (segni dei tempi).

3. La dottrina sociale nel nostro tempo: cenni storici

L’espressione dottrina sociale risale a Pio XI, che l’introduce nella sua Enciclica Quadragesimo anno del 1931 e indica il complesso organico del Magistero su temi di rilevanza sociale, a partire dall’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII (15 maggio 1891).

È noto che la Chiesa si è da sempre espressa, non di rado con forza, sulle questioni sociali: pensiamo ai Padri della Chiesa dei primi secoli o ai grandi Dottori del Medio Evo. Ma con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII stabilisce i criteri e dà l’avvio a interventi che periodicamente illumineranno i problemi salienti dell’umanità. L’Enciclica è il risultato di una lunga preparazione, cui avevano collaborato i maggiori esperti dell’epoca. Essa, da un lato, denuncia il socialismo e, dall’altro, annuncia la dottrina cattolica sul lavoro, sul diritto di proprietà, sul principio di collaborazione contrapposto alla lotta di classe come mezzo fondamentale per risolvere i conflitti tra capitalisti e lavoratori, sul diritto a costituire associazioni professionali, sul dovere per lo Stato di intervenire nel campo economico.

L’Enciclica Quadragesimo anno di Pio XI (15 maggio 1931), promulgata in occasione dei quarant’anni della Rerum novarum, esce in un momento caratterizzato dall’acuirsi della lotta di classe e dall’affermarsi in Europa dei regimi totalitari. Ribadisce che i rapporti tra capitale e lavoro devono essere definiti all’insegna della cooperazione, riafferma la libertà di associazione, definisce il principio di sussidiarietà, divenuto un elemento permanente della dottrina sociale. Il principio afferma che quello che possono fare gli individui e le famiglie non devono farlo gli Enti sociali, ma che questi debbono, se necessario, aiutare quelli a raggiungere i loro scopi naturali.

I Radiomessaggi natalizi di Pio XII, insieme ad altri importanti interventi in materia sociale, approfondiscono la riflessione magistrale su un nuovo ordine sociale, governato dalla morale e dal diritto e centrato sulla giustizia e sulla pace.

L’Enciclica Mater et Magistra di Giovanni XIII (15 maggio 1961), richiama e precisa i precedenti della DSC come la proprietà privata (diritto naturale), la destinazione universale dei beni, il diritto di associazione e altri e nuovi aspetti della questione sociale, per le esigenze della giustizia e della solidarietà nei rapporti fra Paesi ricchi e Paesi poveri.

L’ Enciclica Pacem in terris di Giovanni XIII (11 aprile 1963), prosegue e completa il discorso della Mater et Magistra ed è la prima volta che un’Enciclica viene esplicitamente indirizzata anche “a tutti gli uomini di buona volontà”.

La Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II è un documento che traccia il volto di una Chiesa intimamente solidale con il genere umano e la sua storia. La società, le sue strutture e il suo sviluppo devono essere finalizzati al perfezionamento della persona umana.

La Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae afferma con forza, che la dignità della persona umana è il fondamento del diritto alla libertà religiosa, che deve essere riconosciuto come diritto civile dagli Stati.

L’Enciclica Populorum progressio di Paolo VI (27 marzo 1967), traccia le vie per uno sviluppo integrale dell’uomo e uno sviluppo solidale dell’umanità. Tutto ciò in vista di un umanesimo planetario. Termina proclamando che lo sviluppo è il nuovo nome della pace.

Nella Lettera apostolica Octogesima adveniens (14 maggio 1971), in un clima turbolento di contestazione ideologica, all’inizio degli anni Settanta, Paolo VI ricorda l’ottantesimo anniversario della Rerum novarum e riflette sulla società post-industriale con tutti i suoi problemi: le ideologie, afferma la Lettera, non sono sufficienti a rispondere a tali sfide. Di particolare rilievo è quanto il documento afferma circa la possibilità per i Cattolici di un orientamento politico diverso (pluralità delle opzioni politiche), anche per ragioni di solidarietà con il mondo di appartenenza.

L’Enciclica Laborem exsercens di Giovanni Paolo II (14 settembre 1981), afferma che il lavoro è bene fondamentale per la persona, fattore primario dell’attività economica e chiave di tutta la questione sociale.

L’Enciclica Sollicitudo rei socialis dello stesso Papa (30 dicembre 1987) commemora il ventesimo anniversario della Populorum progressio e affronta nuovamente il tema dello sviluppo e introduce la differenza tra progresso e sviluppo che deve contribuire alla pienezza dell’“essere” dell’uomo. Il Papa rileva anche che, se è vero che la pace è frutto della giustizia, come affermava Pio XII, è altrettanto vero che la pace è frutto della solidarietà.

L’Enciclica Centesimus annus (1° maggio 1991), è promulgata nel centesimo anniversario della Rerum novarum e ne costituisce un aggiornamento coerente ai segni dei tempi. Uno di questi principi, quello della solidarietà è enunciato da Leone XIII col nome di “amicizia”, da Pio XI con quello di “carità sociale” e da Paolo VI col nome di “civiltà dell’amore”. Il N. 46 dell’Enciclica è un piccolo trattato sulla democrazia in cui si afferma che una decisione è autenticamente democratica, e quindi moralmente e politicamente valida, solo se assunta dalla maggioranza nel rispetto della verità.

Indice dei podcast trasmessi [QUI]

Foto di copertina: Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in Città (dettaglio) (fa parte di Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, una serie di affreschi realizzati da Lorenzetti, contemporaneo al periodo del Governo dei Nove, volendo dare una rappresentazione del governo e delle conseguenze positive dello stesso nella società, e nella vita nella Città di Siena), 1338-40, affresco su parete, 200×720 cm, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena, Italia.
«Amate la giustizia voi che governate questa terra»
Gli affreschi del Buon e del Cattivo Governo di Siena
In Toscana, i frutti più nobili del lavoro e della creatività umana risalgono all’epoca in cui le città raggiunsero in Italia un livello di vita avanzatissimo e costituirono degli Stati il cui obiettivo non era la potenza ma il benessere dei cittadini. La riproduzione più significativa di questa epoca è quella degli affreschi del Buon e del Cattivo Governo, dipinti fra il 1337 ed il 1339 da Ambrogio Lorenzetti nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena e che rimangono di una grande importanza per il mondo contemporaneo. Furono commissionati ad Ambrogio Lorenzetti dal Governo dei Nove, che governò Siena dal 1287 al 1355, nel momento in cui la città è all’apogeo della sua potenza e della sua ricchezza ed è una delle quindici città più importanti d’Europa. Una potenza ed una ricchezza che Siena deve alla Via Francigena, una rete di strade e stradine che seguono i pellegrini provenienti dalla Francia per andare a Roma, che è anche un’arteria fondamentale per gli scambi ed il commercio fra l’Oriente e l’Occidente. Grazie a questa strada i mercanti senesi possono esportare i loro beni verso il nord dell’Europa ed importare d’Oriente spezie, tessuti e pietre preziose, come gli stili artistici ed i colori che ne fanno ancora il suo splendore. Con questi affreschi, Lorenzetti è chiamato a fare l’elogio del modello politico sofisticato della Repubblica di Siena.
Nell’allegoria del Buon Governo, la dama vestita di rosso porpora ed oro è la Giustizia, con la frase Amate la giustizia voi che governate questa terra, che apre il Libro della Saggezza. La stessa frase si legge nella pergamena che Gesù tiene in mano nella Maestà di Simone Martini, che si trova nella Sala del Mappamondo, dove si riuniva il Gran Consiglio di Siena, il Parlamento della Città. È la frase che Dante vede apparire nel cielo del Paradiso.
Le altre due figure che sono al centro del dipinto, sono la Saggezza e la Concordia, che sono legate da una corda ai cittadini che a loro volta la passano al Comune di Siena, rappresentato da una persona vestita in bianco e nero, i colori della Città. Tutti i dettagli dell’allegoria fanno riferimento alla concezione filosofica e del mondo di Aristotele e di San Tommaso d’Aquino, che sono l’essenza della Divina Commedia.

Nelle immagini che riproducono gli effetti del Buon Governo, Lorenzetti ha dipinto le sue caratteristiche e le sue conseguenze. Tutti si danno da fare e lavorano ad ogni angolo di strada; i contadini scambiano i loro prodotti e parlano con gli abitanti della città. I bambini giocano. Le fanciulle danzano, una donna in rosso convola a nozze e fonda una nuova famiglia, in un quadro di pace e serenità. Un’atmosfera che si oppone a quella di guerra e di distruzione provocata dal cattivo governo, rappresentato nell’allegoria del cattivo governo, i suoi effetti in città ed i suoi effetti in campagna.

L’allegoria del Cattivo Governo è dominata da una figura con le corna, il tiranno, che è strabico. Il tiranno non è per Lorenzetti, e la sua epoca, il dittatore. Il tiranno è colui che non pensa che ai suoi interessi e non vede il bene comune.
Nel 1310, il governo di Siena ha fatto tradurre gli Statuti della Città in toscano, affinché tutti i Senesi possano capire le leggi e le regole della vita comune. Nel 1337, commissionando gli affreschi a Lorenzetti, il Governo dei Nove vuole dire a tutti i cittadini, anche coloro che non sanno leggere, che la miglior forma di governo possibile è la repubblica.
I 9 che componevano il governo della Repubblica di Siena assumono il loro compito a rotazione, per un periodo di 3 a 6 mesi, restano rinchiusi nel Palazzo durante tutto il periodo del loro mandato per essere totalmente a servizio dei loro ideali e dedicarsi interamente alla missione del Bene Comune, che si oppone all’interesse particolare. Il nome originario degli affreschi è “il Bene Comune e la Pace” ed è solamente nel XVII secolo che vengono chiamati “Il Buon e il Cattivo Governo”.
Gli affreschi del Buon e del Cattivo Governo fanno comprendere che è sul rispetto dei valori etici come la giustizia, la saggezza, la concordia, che riposa il buon governo, quello che assicura il “Bene Comune”, il bene di tutti. Essi fanno vedere che è nelle città che è nato quel sistema di governo straordinario che è stato quello delle repubbliche italiane del Medio Evo, le Città-Stato, in cui un terzo dei cittadini partecipavano concretamente alla vita pubblica e politica. Essi ricordano che queste Città-Stato avevano fondato la loro potenza e la loro ricchezza sul commercio e lo scambio con il resto del mondo e che quelle società fiorenti furono il punto di partenza del Rinascimento, che avrebbe contribuito allo sviluppo dell’Europa e dell’umanità.

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