Dottrina Sociale della Chiesa – Undicesima parte. Etica economica Cristiana: Gesù “manager”

È stato pubblicato sul canale Spreaker dell’Ufficio Stampa della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio l’undicesimo e ultimo Podcast di una serie sulla Dottrina Sociale della Chiesa a cura del Referente per la Formazione della Delegazione di Roma e Città del Vaticano, il Prof. Enzo Cantarano, Cavaliere di Merito con Placca d'Argento. Nel suo impegno per la salvezza di ogni persona, la Chiesa si preoccupa di tutta la famiglia umana e delle sue necessità, compresi gli ambiti materiali e sociali. A tal fine sviluppa, come una bussola, una dottrina sociale per formare le coscienze e aiutare a vivere secondo il Vangelo e la stessa natura umana. «Con tale dottrina, la Chiesa non persegue fini di strutturazione e organizzazione della società, ma di sollecitazione, indirizzo e formazione delle coscienze» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 81). «La Chiesa (…) ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione» (Caritas in veritate, 9).
Dottrina Sociale della Chiesa

Podcast 2-84 – Dottrina Sociale della Chiesa – Undicesima parte. Etica economica Cristiana: Gesù “manager”

Etica economica Cristiana:
Gesù “manager”

Il titolo di questo lavoro non può non far sorgere qualche perplessità per l’abbinamento dell’Etica all’Economia. Non sono due mondi antinomici, due aporie irriducibili ad unum? Non è l’economia una forma di politica in cui l’etica non sembra trovare luogo di applicazione, secondo quel “demonio” del Machiavelli, o gioca un ruolo contrastante e variamente dibattuto ed interpretato, da moltissimi Autori, dapprima filosofi e teologi, poi sociologi, economisti, politologi fino ad arrivare alla totale deregulation del Capitalismo selvaggio che vede lo Stato di Diritto praticamente sottomesso al mercato?

E se già conflittuale e dialettica appare la giustapposizione della morale alla economia, quanto più stridente potrebbe sembrare la qualificazione di Cristiana data a questa etica? Già, perché l’aggettivo Cristiano fa indubbio riferimento alla figura di Gesù Cristo. E, dunque, si tratta di comporre due sistemi che apparentemente non sono tra loro riducibili: Gesù e l’economia. Addirittura, di proporre Gesù come esempio di gestore ottimale di un sistema economico, un Manager, insomma, anzi, secondo noi, IL MANAGER.

Gesù, che ha improntato di sé il pensiero e l’azione di Uomini che, in tempi diversi e passati, hanno su queste basi addirittura fondato la nostra attuale civiltà, economia compresa, e che tutt’oggi ha “parole di vita” (Gv 6,68) ed ispira un fecondo dibattito attualissimo ed ad altissimo livello. Se la “nostra” civiltà e la sua economia perdura, pur con tutti i suoi sempre più evidenti limiti, e non è stata travolta come tante altre prima, vuol dire che possiede una “pietra angolare” cui fanno riferimento non equivoco gli Evangelisti (Mc 12,10; Mt 21,42; Lc 20,17), gli Atti degli Apostoli (At 4,11), Paolo (Ef 20,20) e tanti altri e che ha mantenuto la sua funzione architettonica essenziale tenendo stabile e fondata sulla roccia (Mt 7,24-27; Lc 6,47-49) la “casa comune” (Papa Francesco: Laudato sì), fornendo anche linee guida nell’utilizzo delle risorse al fine di soddisfare al meglio i bisogni individuali e collettivi.

Per poter parlare di Gesù come “manager” occorre fare un riferimento ontologico a Lui come Persona, per cercare di capire come, soggettivamente ed oggettivamente, possiamo definirlo non UN manager, ma IL MANAGER per eccellenza. Innanzitutto, dobbiamo fare riferimento alla presenza in Lui di due nature, distinte e non commiste, ma ineffabilmente coesistenti e sussistenti: quella divina e quella umana. Gesù, quindi, è Dio e Uomo. Bene, ma chi è Dio? Per un credente, non vi sono problemi, ma anche un non-credente o un ateo, qualora interrogato sul concetto generale di divinità, probabilmente acconsentirebbe a ritenerlo, ammettendone l’esistenza come ipotesi di lavoro, pur senza concederla, come dotato di ogni perfezione ipotizzabile. Quindi Dio è certamente dotato, nel grado massimo di perfezione, anche dell’attributo di “Padrone assoluto” della Creazione (Dt 10,14).

Dunque, siccome Gesù è Dio, è anche al sommo grado Signore. Ma occorre subito fare una precisazione: l’ipostasi trinitaria di Gesù è quella di Figlio e, dunque, nella economia trinitaria è Erede, non Proprietario dal momento che tale è solo il Padre-Creatore. E l’Erede, il Figlio, si trova nella perfetta condizione di essere Manager di tutta la proprietà del Padre che esiste “per mezzo di Lui ed in vista di Lui” (Col 1,16).

Ma, come Uomo? L’Antico ed il Nuovo Testamento, soprattutto quest’ultimo, sono ricchi di spunti profetici su l’Uomo Gesù, il quale ha, ben 150 volte, qualificato sé stesso proprio come “Figlio dell’Uomo”, ma, ancora una volta, dobbiamo alla penna di Paolo la definizione ultima della sua essenza umana. Il Cristo non è un Uomo qualunque, ma il nuovo, il vero Adam. Così ci è presentato nel capitolo 15 della Lettera ai Corinzi. E chi è Adam? È la creatura più perfetta del Creatore, quella fatta da Lui “a nostra immagine e secondo la nostra somiglianza” (Gn 1,26-28). È quella alla quale è affidata la Terra, per sineddoche intendendo tutto il Creato.

I due verbi usati nel brano veterotestamentario, se tradotti correttamente, non designano un proprietario, concetto assente nella mentalità degli Israeliti del tempo, cui era rivolta la Rivelazione. Infatti il Re di Israele era e restava sempre Shaddaj, l’Onnipotente. Adam è dunque un Vicario (cfr. anche il Sacro Corano, Sura II, v. 28), un “Amministratore”, un Manager, appunto, che deve conoscere a fondo l’“azienda” che gli è stata affidata e la deve curare COME SE fosse la propria. Quindi, anche solo come Uomo-Adam, Gesù è IL MANAGER della nostra Terra e di tutta la Creazione. Lo è per natura, per diritto di nascita, ma ne ha ricevuto anche un esplicito ed inequivoco mandato da parte del Proprietario. Non in una sola occasione, ma in due momenti rivelativi fondamentali della vita del Figlio: il Battesimo (Mc 1,9-11; Mt 3,13-17; Lc 3,21-23; Gv 1,29-36) nel Giordano e la Trasfigurazione (Mc 9,2-7; Mt 17,1; Lc 9,28-36) sul Tabor. Nelle due teofanie, il Padre esplicita anche il carisma di autorità di cui il Figlio viene dotato. Un’autorità che gli deriva dal compiacimento del Padre e da cui discende il dovere di ascoltare Gesù come Figlio, Erede, e Manager, anche. E infatti, le prove empiriche dimostrano che l’Organizzazione fondata da Gesù è la migliore che ci sia mai stata. La sua durata e diffusione nel tempo e nello spazio, la sua integrazione e diversificazione correlata a qualsiasi contesto, il suo patrimonio, il numero di aderenti e “clienti”, la loro “devozione fino alla morte”, ne rendono evidente l’efficacia, l’efficienza e la “economicità”. Lo stile manageriale di Gesù sembra vincente in ogni tempo ed in ogni luogo. Il confronto con quello di leaders, condottieri, conquistatori, fondatori di Imperi, capitàni d’industria, non regge alla prova della storia.

Vediamo, allora, quali sono le caratteristiche del suo stile che lo rendono unico e cosa ci può insegnare il suo annuncio, la sua buona novella, soprattutto oggi quando la “impresa globale” mostra tutti i segni inequivocabili di un prossimo fallimento.

Ovviamente la nostra tesi non è nuova, perché la figura di Gesù è stata già “sfruttata” nel tempo, imitata e strumentalizzata, ma, in genere, senza essere pienamente compresa nella sua portata universale, per piegare il suo insegnamento, il suo kerigma (Mt 3,1-2; Lc 4,18-19; Rm 10,14), a svariate ideologie talora addirittura contrapposte.

Letta alla luce del Magistero di Papa Francesco, la figura di Gesù manager acquisisce una dimensione nuova, globale, a prescindere dalla fede o dalle credenze degli stakeholder coinvolti. Il suo annuncio è, anche oggi, una parola di liberazione per coloro che sono prigionieri di un modo distorto di vedere la civiltà umana e l’economia correlata. La buona novella è annunciata oggi soprattutto a loro ed è ancora grazie ad essa che “i ciechi ricuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono e i morti risuscitano” (Mt 11,4-5).

Analizziamo i punti di forza della managerialità vincente di Gesù che vogliamo proporre in una sorta di decalogo.

Innanzitutto, aveva un progetto di lungo periodo, che tenne sempre presente e rispettò fino alla fine, ad ogni costo, senza scoraggiarsi, con determinazione e ponendosi priorità. Il suo progetto era l’istituzione del Regno di Dio per la felicità, la beatitudine, di tutti gli uomini insieme, qui ed ora, nella società umana (Mt 5,1-12; Lc 6,20-23).

Lo fece con autorità ed umiltà, ma richiedendo una adesione esclusiva, una conversione, una innovazione inclusiva, una nuova visione dell’Uomo all’altezza della sua dignità e per un bene che fosse realmente comune, evitando sensazionalismi, reagendo con prontezza per risolvere controversie, rimproverando, anche severamente, senza tollerare gli adulatori.

Non usò mezzi termini o cautele diplomatiche, ma esercitò sempre la parresia, fatta di chiarezza e di denunce, non minimizzò aspettative e sofferenze, ma non promise mai quello che non poteva mantenere, condivise i successi ottenuti e dimostrò sempre la sua gratitudine.

Scelse i tempi opportuni e anche quelli meno opportuni (2 Tm 4,1-8), mettendo gli altri al primo posto, senza rinunciare alla sua dignità, anzi, mostrandosi sempre Uomo vero, “con gli attributi” insomma, ma, anche, amorevole, misericordioso, affettuoso, accogliente.

Si preparò a fondo, per trent’anni, prima di iniziare la sua impresa, spesso insistendo con i suoi collaboratori sull’importanza della opportuna preparazione, formazione e continua attenzione verso il futuro (Mt 25,1-30).

Scelse oculatamente i suoi collaboratori e se ne prese sempre cura, condividendo con loro la sua vita quotidiana, dal cibo al riposo, preparandoli sul lungo periodo, per i “tempi duri” e organizzando la sua successione.

Fu Maestro e comunicatore da tutti riconosciuto come tale e lasciò che i suoi risultati parlassero per lui, senza mai “dare le perle ai porci”, stimolando l’emulazione e incoraggiando la trasmissione del suo insegnamento con una divulgazione capillare sul territorio.

Coltivò la relazione diretta interpersonale con i suoi, sostenendoli in ogni modo, ed amò particolarmente i più piccoli, i bambini e le famiglie con un atteggiamento di sostenibilità ed inclusione (Mc 10,13-16).

Usò oculatamente il tempo dedicato all’opera e quello dedicato alla preghiera ed al riposo, evitando eccessive ed inutili preoccupazioni e mantenendo la “calma nella tempesta” (Mc 4,37-41).

Si assicurò un “supporto logistico” senza disprezzare né sovrastimare le necessità materiali ed ottemperando alle leggi dell’Autorità (Mc 12,13-17), essendo “nel mondo”, ma non “del mondo” (Gv 15,19). Il profitto sostenibile in questo ambito più pragmatico, non era escluso, ma non era certo il fine ultimo.

A nessuno di voi sarà sfuggita, seppure velata sotto i termini evangelici, la traccia dello stile manageriale di Gesù. Egli è un manager con uno scopo sociale, che è la ragion d’essere fondamentale della sua “Azienda”, ciò che essa fa per creare valore per i suoi “portatori d’interesse”, i Discepoli, nel breve, ma, soprattutto, nel lungo periodo. Uno scopo, che non è solo ricerca della beatitudine, ma principalmente forza propulsiva per ottenerla ed in cui utili e scopo non sono affatto in contraddizione. Ecco perché, soprattutto nei momenti di crisi dei “Poteri forti”, sorsero nei tempi passati e sorgono ancora, Deo fovente, uomini e donne che, ispirandosi a Lui, hanno espresso ed esprimono pure oggi, traendo dal suo tesoro “cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52) uno stile manageriale destinato al successo per la beatitudine del Mondo intero. Già negli Atti degli Apostoli (At 2,42-47), l’economia materiale delle prime comunità dei Christifideles era ispirata al messaggio programmatico del Maestro ed alle linee guida su di esso esemplate. E la “carità” di cui più tardi parlerà San’Ignazio di Antiochia come caratteristica tipica della Chiesa non è semplicemente elemosina, oblazione, offerta, ma un sistema operativo economico che rispecchia pienamente i criteri di economia solidale e civile fondata su principi di solidarietà, sostenibilità, reciprocità, gratuità, condivisione, innovazione inclusiva, conversione, discernimento, visione dell’uomo, relazionalità, parresia, bene comune, assetto migliore dei valori, rispetto per l’ambiente.

Purtroppo, con il passare del tempo, questo stile economico ecclesiale non è stato sempre osservato e la tentazione demoniaca (Lc 4,6-7) del potere terreno ha spesso “mondanizzato” e “clericalizzato” l’Istituzione. Profitto e sfruttamento hanno spesso preso il posto della carità e della gratuità. Tuttavia, nel corso della nostra storia sorsero e sorgono tutt’ora figure carismatiche che sembrano recuperare in pieno la “Buona Novella” con tutte le implicazioni sociali, antropologiche ed economiche conseguenti. E non solo in Occidente, ma anche in Oriente, in un periodo di crisi imperiale, nel IV secolo, Pacomio (292-348?) prima, e poi Basilio il Grande, reinterpretarono il messaggio del Maestro in termini di radicalità e managerialità fondando, su Regole di vita in comune, istituzioni cenobitiche esemplari e non solo in ambito ecclesiale, ma, anche, civile, sociale ed economico.

Poi, come “sol ex Oriente”, questa stessa luce ispirò, circa un secolo e mezza dopo, Benedetto e, successivamente, dopo 7 secoli, Francesco. Entrambi furono Autori ispirati di Regole religiose in cui hanno saputo integrare le necessità della vita “nel” Mondo pur non essendo “del” Mondo (Gv 15,19) anche in un’ottica di economia sostenibile e civilizzatrice. Ovviamente le Regole non avevano finalità economiche, ma, per il noto principio della “eterogenesi dei fini”, le norme di vita comunitaria, facendo necessariamente riferimento ai principi di managerialità di Gesù, ebbero una incredibile ricaduta su tutti gli ambiti sociali del tempo e tutt’ora ne hanno proprio a testimonianza della validità imperitura dei principi ispiratori.

L’Ordine benedettino, con la rete dei suoi monasteri, recupera, innanzitutto, il tempo della ricerca di Dio, e, conseguentemente, rivaluta quello dell’uomo e lo finalizza alla ricostruzione della civiltà umana. Il lavoro, la preghiera, la cultura, l’assistenza, nell’ottica beatifica del management di Gesù, ricostruirono la compagine sociale europea combattendo con la fede, la povertà, l’ignoranza, la sfiducia.

La visione del Mondo del Poverello, invece, è quella di un “novello pazzo”, un profeta, ma saldamente radicato nel Creato ed amorevolmente attento alle Creature, tutte. Diede vita ad una struttura non piramidale, ma circolare, fondata sul concetto di fraternità. Frati francescani come Giovanni da Capestrano o Barnaba Manassei o Bernardino da Feltre crearono i Monti di Pietà, istituti di microcredito ante litteram e i Monti Frumentari per sostenere gli agricoltori più poveri, calmierando il prezzo del grano. E sempre Frati francescani gettarono le basi di quello che oggi sono le Banche etiche. Il criterio ispiratore era il “bene comune”, quello fondato sulle beatitudini evangeliche e, dunque, sulla managerialità di Gesù, non un malinteso “bene totale”.

Il fil rouge che unisce questa managerialità a quella dei secoli successivi, fino a noi, sembra dipanarsi proprio nel nostro Paese. Infatti, agli stessi principi dei due Santi “Italiani” sembra ispirarsi un altro illustre Italiano, uno dei Padri fondatori della scienza economica moderna, Antonio Genovesi, che nella seconda metà del XVIII secolo a Napoli esprimeva le sue considerazioni economiche, per la prima volta, sotto il titolo di Economia civile. E recuperava, nel far questo, un concetto già espresso proprio da Gesù che diceva “vi ho chiamato amici”, non più servi (Gv 15,9-17), ma collaboratori, consociati gioiosi nella impresa e presenti nel mondo per costruire il Regno.

Ebbene, il Genovesi rilegge la famigerata espressione assiomatica ”Homo homini lupus” di Hobbes, in realtà precedentemente già espresso da Plauto, Stazio, Erasmo, de Vitoria, Bacone, fino, sotto alcuni aspetti, a Robert Owen, alla luce della managerialità di Gesù, manifestata, da ultimo, nelle Beatitudini.  L’uomo, anche in ambito economico, seguendo le linee guida del Maestro, ridiventa per grazia quello che il Creatore aveva voluto che fosse, non più lupo, predatore, a causa della sua natura decaduta, verso i suoi simili, ma “Homo homini natura amicus” proprio com’era in principio (Gn 2,25) e come dovrà necessariamente tornare ad essere (Sal 85; Is 11,2-9).

Lo stesso anelito ad una economia civile, prodotto originale italiano, ad una economia in cui “il meno è di più” e risponde ad una managerialità evangelica che in Gesù trova le sue origini, richiama, con le accorate parole di Papa Francesco (Ex multis: Progetto “Economy of Francesco”, Encicliche, dalla Evangelii gaudium alla Laudato sì, Fratelli tutti, Discorsi vari ed in diverse circostanze, Catechesi, Udienze, Omelie, Interviste, libri), attivissimo anche in questo ambito, il mondo imprenditoriale e manageriale di oggi, in evidente e progressivo declino di identità e di valori, ad una l’economia carismatica e virtuosa che escluda lo scarto e lo sfruttamento, sia in totale sintonia con l’ottica economica del Cristo manager, assunta come modello di crescita capace di garantire il rispetto dell’ambiente, l’equità sociale, la dignità del lavoro e dei lavoratori, i diritti delle generazioni future e la salvaguardia del Creato.

Indice dei podcast trasmessi [QUI]

Foto di copertina: Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in Città (dettaglio) (fa parte di Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, una serie di affreschi realizzati da Lorenzetti, contemporaneo al periodo del Governo dei Nove, volendo dare una rappresentazione del governo e delle conseguenze positive dello stesso nella società, e nella vita nella Città di Siena), 1338-40, affresco su parete, 200×720 cm, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena, Italia.
«Amate la giustizia voi che governate questa terra»
Gli affreschi del Buon e del Cattivo Governo di Siena
In Toscana, i frutti più nobili del lavoro e della creatività umana risalgono all’epoca in cui le città raggiunsero in Italia un livello di vita avanzatissimo e costituirono degli Stati il cui obiettivo non era la potenza ma il benessere dei cittadini. La riproduzione più significativa di questa epoca è quella degli affreschi del Buon e del Cattivo Governo, dipinti fra il 1337 ed il 1339 da Ambrogio Lorenzetti nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena e che rimangono di una grande importanza per il mondo contemporaneo. Furono commissionati ad Ambrogio Lorenzetti dal Governo dei Nove, che governò Siena dal 1287 al 1355, nel momento in cui la città è all’apogeo della sua potenza e della sua ricchezza ed è una delle quindici città più importanti d’Europa. Una potenza ed una ricchezza che Siena deve alla Via Francigena, una rete di strade e stradine che seguono i pellegrini provenienti dalla Francia per andare a Roma, che è anche un’arteria fondamentale per gli scambi ed il commercio fra l’Oriente e l’Occidente. Grazie a questa strada i mercanti senesi possono esportare i loro beni verso il nord dell’Europa ed importare d’Oriente spezie, tessuti e pietre preziose, come gli stili artistici ed i colori che ne fanno ancora il suo splendore. Con questi affreschi, Lorenzetti è chiamato a fare l’elogio del modello politico sofisticato della Repubblica di Siena.
Nell’allegoria del Buon Governo, la dama vestita di rosso porpora ed oro è la Giustizia, con la frase Amate la giustizia voi che governate questa terra, che apre il Libro della Saggezza. La stessa frase si legge nella pergamena che Gesù tiene in mano nella Maestà di Simone Martini, che si trova nella Sala del Mappamondo, dove si riuniva il Gran Consiglio di Siena, il Parlamento della Città. È la frase che Dante vede apparire nel cielo del Paradiso.
Le altre due figure che sono al centro del dipinto, sono la Saggezza e la Concordia, che sono legate da una corda ai cittadini che a loro volta la passano al Comune di Siena, rappresentato da una persona vestita in bianco e nero, i colori della Città. Tutti i dettagli dell’allegoria fanno riferimento alla concezione filosofica e del mondo di Aristotele e di San Tommaso d’Aquino, che sono l’essenza della Divina Commedia.

Nelle immagini che riproducono gli effetti del Buon Governo, Lorenzetti ha dipinto le sue caratteristiche e le sue conseguenze. Tutti si danno da fare e lavorano ad ogni angolo di strada; i contadini scambiano i loro prodotti e parlano con gli abitanti della città. I bambini giocano. Le fanciulle danzano, una donna in rosso convola a nozze e fonda una nuova famiglia, in un quadro di pace e serenità. Un’atmosfera che si oppone a quella di guerra e di distruzione provocata dal cattivo governo, rappresentato nell’allegoria del cattivo governo, i suoi effetti in città ed i suoi effetti in campagna.

L’allegoria del Cattivo Governo è dominata da una figura con le corna, il tiranno, che è strabico. Il tiranno non è per Lorenzetti, e la sua epoca, il dittatore. Il tiranno è colui che non pensa che ai suoi interessi e non vede il bene comune.
Nel 1310, il governo di Siena ha fatto tradurre gli Statuti della Città in toscano, affinché tutti i Senesi possano capire le leggi e le regole della vita comune. Nel 1337, commissionando gli affreschi a Lorenzetti, il Governo dei Nove vuole dire a tutti i cittadini, anche coloro che non sanno leggere, che la miglior forma di governo possibile è la repubblica.
I 9 che componevano il governo della Repubblica di Siena assumono il loro compito a rotazione, per un periodo di 3 a 6 mesi, restano rinchiusi nel Palazzo durante tutto il periodo del loro mandato per essere totalmente a servizio dei loro ideali e dedicarsi interamente alla missione del Bene Comune, che si oppone all’interesse particolare. Il nome originario degli affreschi è “il Bene Comune e la Pace” ed è solamente nel XVII secolo che vengono chiamati “Il Buon e il Cattivo Governo”.
Gli affreschi del Buon e del Cattivo Governo fanno comprendere che è sul rispetto dei valori etici come la giustizia, la saggezza, la concordia, che riposa il buon governo, quello che assicura il “Bene Comune”, il bene di tutti. Essi fanno vedere che è nelle città che è nato quel sistema di governo straordinario che è stato quello delle repubbliche italiane del Medio Evo, le Città-Stato, in cui un terzo dei cittadini partecipavano concretamente alla vita pubblica e politica. Essi ricordano che queste Città-Stato avevano fondato la loro potenza e la loro ricchezza sul commercio e lo scambio con il resto del mondo e che quelle società fiorenti furono il punto di partenza del Rinascimento, che avrebbe contribuito allo sviluppo dell’Europa e dell’umanità.

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