La Lectio magistralis di Regensburg prese le mosse dal dialogo tra l’Imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano, nel quale veniva affrontato il rapporto tra religione e violenza. La citazione più controversa, giudicata dallo stesso Benedetto XVI «brusca» e «per noi inaccettabile», introduceva l’affermazione centrale dell’intervento: la diffusione della Fede mediante la violenza è irragionevole, perché «la violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima». Per condurre qualcuno alla Fede occorrono la parola e il corretto uso della ragione, non la minaccia o la coercizione.
Il Pontefice sviluppò quindi una critica alla riduzione positivistica della ragione, limitata a ciò che può essere verificato sperimentalmente. Non proponeva un ritorno a prima dell’Illuminismo né un rifiuto delle conquiste della modernità, ma un ampliamento del concetto di ragione, capace di accogliere nuovamente anche gli interrogativi fondamentali sull’uomo, su Dio e sul significato dell’esistenza. In tale prospettiva, filosofia e teologia mantengono un posto proprio nel dialogo universitario delle scienze.
Il 25 settembre 2006 Padre Robert Francis Prevost difese questa interpretazione, rilevando che la polemica era nata da una citazione estrapolata dal contesto. Secondo l’allora Priore Generale degli Agostiniani, il punto decisivo era un altro: se l’Occidente smarrisce ogni concezione di Dio, diventa incapace di dialogare con le culture che conservano una profonda comprensione religiosa della realtà, tra le quali quella islamica.
Nonostante le iniziali tensioni, il discorso contribuì anche ad aprire nuove vie nel dialogo Islamo-Cristiano. Alla lettera indirizzata a Benedetto XVI nell’ottobre 2006 da 38 studiosi musulmani seguì, il 13 ottobre 2007, il documento A Common Word Between Us and You, sottoscritto da 138 intellettuali islamici e fondato sui due comandamenti condivisi dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo. La vicenda confermò così l’attualità dell’appello conclusivo di Regensburg: riaprire la ragione alla sua piena ampiezza per rendere possibile un autentico dialogo tra le culture e le religioni.
Podcast 4-1 – 10 settembre 2026 – Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni
Fede, ragione e università
Ricordi e riflessioni
A distanza di venti anni dall’avvenimento del 12 settembre 2006, mi è sembrato interessante svolgere un sintetico ricordo della storica Lectio magistralis di Papa Benedetto XVI d.v.m. presso l’Università di Regensburg data, anche, l’attualità dell’argomento fondamentale affrontato in questo intervento papale: il rapporto tra Fede e ragione.
Papa Benedetto XIV inizia la sua dissertazione accademica citando la parte edita dal Professor Theodore Khoury di Münster del dialogo che il dotto Imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse nel 1391, ebbe con un Persiano colto su Cristianesimo e Islam, e sulla verità di ambedue.
Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della Fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma anche sulla relazione tra le tre “Leggi” o tre “ordini di vita”: Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano.
Nel settimo colloquio dialettico, l’Imperatore tocca il tema del jihād, semplicisticamente e artificiosamente tradotto come guerra santa. Sicuramente il Basileus sapeva che nella sura 2,256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. Ma, naturalmente, l’Imperatore conosceva anche le successive disposizioni coraniche, circa la guerra santa. In modo brusco e per noi oggi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore con la domanda centrale sul rapporto tra religione e ragione dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.
L’imperatore spiega le ragioni per cui la diffusione della Fede mediante la violenza è cosa irragionevole, dal momento che la violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima, e afferma: “Dio non si compiace del sangue, non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire, né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”
L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. Per l’Imperatore, cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente e inconoscibile. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza e Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità.
A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso, afferma il Papa, che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è Fede in Dio sul fondamento della Bibbia.
Infatti, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il λόγος”. Logos significa insieme ragione e parola, una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo.
Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sarebbero soltanto opera delle mani dell’uomo (Cfr. Sal 115). Nel profondo, si tratta dell’incontro tra Fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Per onestà, afferma il Papa, bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito Cristiano.
In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò, con Duns Scoto, una impostazione volontaristica che portò all’affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la “voluntas ordinata”. Al di là di essa esisterebbe la libertà divina, in virtù della quale Egli avrebbe potuto fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. La trascendeza e la alterità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sarebbero più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive.
In contrasto con ciò, la nostra Fede si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi esista una vera analogia, in cui le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l’analogia e il suo linguaggio (Cfr. Concilio Lateranense IV, 1215).
Certo, l’amore, come dice Paolo, “sorpassa” la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3, 19), tuttavia esso rimane l’amore del Dio-Logos, per cui il culto Cristiano è, come dice ancora Paolo un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12, 1). Questo incontro tra le due impostazioni, greca e scritturistica, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.
Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della Fede Cristiana, si contrappone la richiesta della de-ellenizzazione del Cristianesimo, che dall’inizio dell’età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. La de-ellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della Fede condizionata totalmente dalla filosofia, dall’esterno, in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la Fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il “sola Scriptura” invece cerca la pura forma primordiale della Fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica.
La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda ondata nel programma della de-ellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno all’uomo Gesù e al suo messaggio semplice, precedente tutte le teologizzazioni e anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe il messaggio che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell’umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. Lo scopo di Harnack è, in fondo, di riportare il Cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi filosofici e teologici, come per esempio la Fede nella divinità di Cristo e nella Trinità di Dio.
In questo senso teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è espressione della ragione pratica kantiana e di conseguenza anche sostenibile in ambito strettamente accademico. Questo concetto moderno della ragione si basa su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa. Dall’altra, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l’esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall’una o più dall’altra parte. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, l’antropologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della scientificità.
Comunque il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, quelli della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta da questa “scienza” e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica? È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione quando questa viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più.
Una terza onda della de-ellenizzazione, secondo Benedetto XVI, è più recente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si dice oggi che la sintesi con l’ellenismo, nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione e non dovrebbe vincolare le altre culture che dovrebbero avere il diritto di tornare ai primordi per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Tuttavia il Nuovo Testamento è stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco, un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento.
Ovviamente, questo tentativo di critica della ragione moderna non include l’opinione che si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e Fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni, un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno.
Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture.
E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare: alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarle significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere.
L’Occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza, è il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla Fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. È al grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università.
Indice dei podcast trasmessi.

Foto di copertina: Papa Benedetto XVI durante la Lectio magistralis “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni”, pronunciata in occasione dell’incontro con i rappresentanti della scienza nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg il 12 settembre 2006, durante il Viaggio Apostolico a München, Altötting e Regensburg. Alla sua destra, il Rettore Prof. Dr. Alf C. Zimmer. Alla sua sinistra, S.Em.R. il Signor Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato di Sua Santità emerito, e S.E.R. Mons. Gerhard Ludwig Müller, Vescovo di Regensburg (Foto di Arturo Mari/L’Osservatore Romano).
