I Cavalieri Costantiniani della Delegazione Tuscia e Sabina onorano Santa Giacinta Marescotti in Vignanello

Nell’ambito dei solenni festeggiamenti d’inverno in onore di Santa Giacinta Marescotti a Vignanello - il borgo della Tuscia viterbese situato a circa 18 km da Viterbo, noto per il castello Ruspoli, luogo natale della nobile Clarice Marescotti, e i suoi giardini all’italiana, considerati tra i più affascinanti del Rinascimento - la comunità vignanellese vive giorni ammantati da fascino particolare, in un misto di Fede, tradizione, storia, venerazione e condivisione, iniziati con il Triduo di preparazione, con celebrazioni solenni e momenti di festa, occasioni preziose per l’incontro comunitario e rinnovare una tradizione profondamente sentita.

Nella vigilia della festa di Santa Giacinta Marescotti - compatrona della Città di Vignanello e patrona della Delegazione di Viterbo-Rieti del Sovrano Militare Ordine di Malta - giovedì 29 gennaio 2025 su invito della Diocesi di Civita Castellana, una rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, guidata dal Delegato, il Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gran Croce de Jure Sanguinis con Placca d’Oro, come da tradizione ha partecipato ai festeggiamenti.

A conclusione dei Primi Vespri solenni, celebrati nell’androne del castello Ruspoli, la rappresentanza Costantiniana ha partecipato - con i Facchini, il Comitato Festeggiamenti classe 1986, la Confraternita dei Sacconi e delle Dame di Santa Giacinta Marescotti, accompagnati dalla Banda “G. Puccini” giunti  in corteo dalla chiesa degli Angeli Custodi in una scenografia viva di luci e di Fede, le Autorità del Comune e della Provincia, e i rappresentanti delle forze dell’ordine - alla celebrazione de L’Uscita di Santa Giacinta dal castello Ruspoli, con l’Offerta del Cero, tradizionalmente realizzato a mano dalle Clarisse di Farnese e Viterbo, e l’Atto di Affidamento della Città di Vignanello, nella storica piazza della Repubblica gremita di fedeli.
Statua di Santa Giacinta Marescotti

Nella devota Processione dal castello Ruspoli alla chiesa collegiata di Santa Maria della Presentazione, i Cavalieri Costantiniani hanno prestato scorta d’onore alla statua di Santa Giacinta Marescotti, che principessa, bella e viziata, diventa una grande grande taumaturga francescana, stimolando nel praticare la carità verso i fratelli malati e bisognosi a continuare la sua opera. Tra le autorità presenti, il Dott. Alessandro Romoli, Presidente della Provincia di Viterbo.

Alle ore 18.30, presso la chiesa collegiata di Santa Maria della Presentazione, è stata celebrata la solenne Santa Messa in onore di Santa Giacinta Marescotti. animata dal Coro “A. Cherubini”, presieduta dal Parroco Don Francesco Rossi De Gasperis, concelebranti tra gli altri il Referente per l’Abbazia di Casamari della Delegazione, Prof. Padre Pierdomenico Maria Volpi, S.O.Cist., Cappellano di Merito, e Don Roberto Baglioni, già Parroco della chiesa collegiata, decorato della Medaglia di Merito d’Argento “Militantis Ecclesiae” dell’Ordine Costantiniano.

All’inizio del Sacro Rito, il Parroco ha rivolto uno speciale saluto al Cappellano, al Delegato e ai Cavalieri Costantiniani della Delegazione della Tuscia e Sabina.

Nella sua omelia, oltre ad illustrare la figura di Santa Giacinta Marescotti e le sue opere di carità, Don Francesco Rossi de Gasperis ha sottolineato che quest’anno ricorra l’800° anniversario del Transito di San Francesco d’Assisi, un evento da celebrare spiritualmente e pure attraverso pellegrinaggi nei luoghi legati alla spiritualità francescana.

L’anno commemorativo del VIII Centenario del Transito di San Francesco d’Assisi è stato aperto ufficialmente con il solenne rito celebrato la mattina del 10 gennaio 2026 nella basilica di Santa Maria degli Angeli, in Porziuncola, nel luogo che custodisce la Cappella dove, nell’autunno del 1226, San Francesco concluse il suo cammino terreno. Per l’occasione Sua Santità Papa Leone XIV ha indetto uno speciale Anno Giubilare francescano, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027.

Nata in una famiglia nobile, bella e ambiziosa, circondata da ricchezze, Santa Giacinta Marescotti a lungo inseguirà desideri mondani, ma incontrerà l’amore di Dio durante una grande sofferenza. E da quel momento in avanti la ragazzina frivola e leggera di un tempo comincerà la scalata della santità. Da giovane amava la vanità, la frivolezza e le leggerezze. Era quella che si potrebbe tranquillamente dire una figlia di buona famiglia, rampolla com’era della nobile famiglia dei Principi Marescotti. Da piccola il suo unico sogno è avere un buon matrimonio che la garantisca una vita di agi e comodità. Al giorno d’oggi il matrimonio non gode di grande considerazione, in compenso la ricerca della mondanità e della realizzazione personale sono un must. Dunque nulla di particolarmente nuovo. Però, Dio aveva in serbo ben altri progetti per lei e gli ultimi ventiquattro anni della sua vita saranno anni di rinunce e di sacrifici per il prossimo. Si dedica con particolare attenzione ai poveri e agli ammalati. Gli amici di un tempo la aiutano sul piano finanziario nella sua opera di carità. Così, anche dalla clausura riesce a organizzare le attività di due istituti assistenziali: i Sacconi (detti così per via del sacco indossato dai confratelli quando prestavano servizio), ovvero infermieri aiutavano i malati, e gli Oblati di Maria, che portavano sollievo conforto agli anziani abbandonati a sé stessi.

Francobollo

Suor Giacinta stessa si prodiga dando tutto quel che riceve ai poveri e grazie al suo esempio molti ritorneranno ad abbracciare la fede, tanto da far scrivere a Papa Pio VII scritto nella Bolla di canonizzazione del 24 maggio 1807: «Attraverso il suo apostolato di carità ha guadagnato più anime a Dio che molti predicatori suoi contemporanei».

Giacinta morì il 30 gennaio 1640 in fama di santità, venerata in particolare tra i convertiti dalla grazia dopo un passato da grandi peccatori. Tutti, durante la sua veglia funebre, vogliono prendere e portarsi via un pezzetto della sua veste come reliquia, al punto che il suo corpo deve essere rivestito tre volte. Papa Benedetto XIII la beatificò il 7 agosto 1726 e Papa Pio VII la canonizzò il 24 maggio 1807, dichiarando Santa Giacinta Marescotti ”a gran dovizia ricolma dei meriti di accesa carità verso Iddio e il prossimo, di singolare penitenza, e di tutte le cristiane virtù, nonché gloriosa per miracoli”.

Dopo quindici anni passati tra vani piaceri, Giacinta abbracciò una vita durissima e istituì confraternite per l’assistenza degli anziani e per l’adorazione della Santa Eucaristia. Scelse come modelli spirituali santi che avevano vissuto una conversione radicale dopo un periodo di vita dissipata o travagliata, rispecchiandosi nelle loro esperienze. I santi che ispiravano particolarmente la devozione e conversione di Santa Giacinta erano: Santa Maria Egiziaca: icona della conversione estrema e della penitenza nel deserto; Sant’Agostino: esempio di conversione intellettuale e morale dopo una giovinezza disordinata; Santa Margherita di Cortona: Terziaria francescana che, dopo una vita passata come amante di un nobile, si convertì radicalmente e fece penitenza. Questi santi aiutarono Giacinta nel suo cammino di “penitente” dopo che, entrata in convento a Viterbo, aveva vissuto per 15 anni in una certa vanità, prima di un grave episodio di malattia che ne cambiò radicalmente la vita.

La conversione radicale di Santa Giacinta Marescotti insegna che l’amore di Dio può trasformare ogni fragilità in santità operosa, dimostra che si può iniziare una vita religiosa senza vocazione – altera e vanitosa decide di farsi suora a 19 anni per ripicca, continuando però a vivere negli agi e nel lusso – e diventare comunque una grande santa. Dio non si stanca di attendere i nostri “sì”.

Il Castello Ruspoli

Castello medioevale situato a Vignanello nel nord del Lazio, una fortezza che conserva la storia della famiglia Ruspoli nel tempo. Grazie al restauro e alle misure di conservazione promosse della famiglia, il Castello è oggi conosciuto in tutto il mondo come la sede di uno dei Giardini Rinascimentali più importanti e meglio conservati d’Europa.

Nel 1531, Papa Clemente VII donò il castello a Beatrice Farnese Baglioni. La figlia, Ortensia venne data in matrimonio ad Ercole Sforza Marescotti, per favori concessi a Papa Paolo III. Ortensia portava in dote il castello di Vignanello.

Il giardino fu voluto nel 1610 dalla moglie di Marco Antonio Marescotti, Ottavia Orsini, figlia del creatore del suggestivo giardino di Bomarzo, che ha lasciato traccia indelebile del suo amore per questo luogo: le proprie iniziali e quelle dei suoi due figli Sforza e Galeazzo, permettendo così la certa datazione della nascita del giardino.
Il nome Ruspoli, antica famiglia fiorentina, venne incorporato a quello dei Marescotti nel 1704, a seguito del matrimonio dell’ultima ereditiera, Vittoria, con Sforza Vicino Marescotti.

Francesco Maria Marescotti Ruspoli Capizucchi ricevette il titolo di Principe da Papa Clemente XI nel 1709, per aver donato il reggimento Ruspoli durante la guerra di Comacchio, contro l’Austria.

Santa Giacinta Marescotti

Giacinta nasce il 6 marzo 1585 a Vignanello, sul versante orientale dei monti Cimini, nel castello familiare del padre, Marcantonio Sforza Marescotti. L’avevano battezzata Clarice, un nome a suo modo profetico perché derivava da Clara, ovvero “la luminosa”, e Chiara era la fondatrice dell’Ordine al quale lei sarebbe appartenuta.

I primi biografi l’hanno descritta come una bimba molto vivace e precocissima. Si narra che a sette anni fu salvata miracolosamente dalla caduta in un pozzo che esiste ancora oggi con la scritta “Servatus hic puteus, servatae B. Hiacintae aeternum perhibet testimonium” (Questo pozzo conservato è testimonianza eterna della salvezza ottenuta dalla Beata Giacinta). Preoccupati per il suo temperamento irrequieto, i genitori pensarono bene di affidarla alle monache del convento di San Bernardino da Viterbo, che era uno dei più fiorenti della città e si estendeva sul pendio del quartiere di San Pellegrino verso la Vallecupa: come oggi d’altronde.

La superiora era una zia, Suor Beatrice, che avrebbe potuto curarne l’educazione assistita dalla sorella maggiore di Clarice, Ginevra, anche lei monaca a San Bernardino e apprezzata per la sua bontà.

Ma Clarice non resistette a lungo alla disciplina conventuale e in capo a un anno tornò a Vignanello. Cresceva alta, bella, consapevole della sua bellezza altera. Sognava un principe azzurro, che un giorno apparve al castello: era il Marchese Paolo Capizucchi di Poggio Catino. Ma il padre non tenne in alcun conto l’amore di Clarice, che decise di rinchiudere in convento, mentre obbligava una sua sorella minore, Ortensia, per nulla innamorata, a fidanzarsi con il Capizucchi. Che cosa era mai successo di tanto grave?

Il suo primo biografo, il Gesuita Francesco Maria de Amatis, la descrive così negativamente “mostravasi tanto ritrosa ed acerba che da pochi era amata e da molti fuggita”, che ci induce a pensare che il padre non la considerasse adatta alla vita matrimoniale. Altri biografi la dipingono come “cupa, intrattabile, grave alla famiglia”. Sicché Marcantonio Marescotti, “stanco del suo cattivo umore e delle bizzarrie”, le propose di farsi monaca. In quell’ambiente e in quell’epoca anche una ventenne dal carattere forte come Clarice non aveva alternativa. Ma era veramente una giovane intrattabile, insofferente dell’autorità paterna e poco adatta al matrimonio? O forse il suo comportamento imbarazzava il padre che non era uno stinco di santo, anzi aveva un carattere violento e litigioso, tant’è vero che morì ucciso da Ubaldino ed Ercole, Conti di Marsciano, il 4 settembre i 1608?

Vi sono poi due testimonianze che dipingono l’uno e l’altra in modo diverso da quello del primo biografo, il quale forse non voleva dispiacere alla famiglia Marescotti, tant’è vero che nella presentazione del libro si rivolgeva “All’ill.mo e rev.mo Monsignor Galeazzo Marescotti, Arcivescovo di Corinto”, che era il nipote della Santa. Un giorno due contadini del Principe, Ottavio Olivieri e Bernardino Buzio, portando in convento del cibo da Vignanello, si lamentarono con Giacinta per i maltrattamenti che subivano da suo padre, tanto diverso da lei. Un altro contadino, che aveva portato una cesta di frutta alle monache da parte del Principe, scoppio a piangere. La giovane monaca, vergognandosi per il comportamento del padre, s’inginocchiò davanti al contadino per baciargli i piedi. Questo succedeva nei primi anni, quando Clarice non aveva ancora accettato il suo nuovo stato e viveva negli agi, poco o punto rispettando la Regola di Santa Chiara. Sicché viene da pensare che il contrasto col padre non fosse soltanto dovuto al suo temperamento vivace. Forse lei non accettava quella logica della violenza e della sopraffazione che ispirava il comportamento di Marcantonio, e non glielo nascondeva. Lo imbarazzava e forse persino lo irritava comportandosi con dolcezza con i servi e i contadini, proteggendoli forse. Come avrebbe potuto essere una buona moglie una ragazza poco remissiva e dal comportamento non consono alla sua casta? Cosi doveva pensare Marcantonio.

L’8 gennaio 1605 Clarice entrava nel monastero di San Bernardino, come terziaria francescana, prendendo il nome di Giacinta. Il padre le aveva assicurato una ricca dote di 600 scudi e una rendita personale di 40 all’anno. Andò ad abitare in due camere nella parte più alta del monastero, nella zona che, dopo i bombardamenti dell‘ultima guerra, corrisponde al coro attuale: l’una guardava verso l’orto, l’altra verso Pianoscarano, il quartiere di là da Vallecupa. Le arredò lussuosamente, con quadri e mobili di famiglia e con vasellame di maiolica; e volle che la sua tonaca fosse di stoffa finissima.

“Rimase nella vita religiosa” è scritto nel processo di canonizzazione “per circa dieci anni non dimenticando ancora le comodità della sua casa, mantenendo con una certa libertà le sue stanze adornate nobilmente e vivendo in maniera confortevole”. Certo, in quell’epoca le monache che provenivano da famiglie nobili e ricche usavano arredare con mobili familiari le loro celle. Ma Giacinta, che non aveva mai sentito la vocazione e non voleva sottomettersi se non formalmente alla Regola, ostentava probabilmente la sua indifferenza esprimendola in quell’attenzione ai piccoli lussi che le permetteva la vita conventuale.

I suoi primi biografi si affrettano a sottolineare che non incorse mai “in colpe di disobbedienza o di scandalo”. Ma qualche predicatore viterbese, fino a pochi anni fa, la presentava come una Monaca di Monza laziale. Esagerazioni di qualche parroco influenzato dal Manzoni? Dove sta la verità? In mancanza di documenti. che forse esistevano nel convento prima del bombardamento che distrusse l’archivio, si può tentare un’ipotesi ragionevole: Giacinta non commise mai scandali, rispettando la vita conventuale, ma per dieci anni visse senza partecipare se non esteriormente ai doveri imposti dal suo nuovo stato. L’immagino fantasticare, sdraiata sul lettino, sul suo principe azzurro, sugli abiti che avrebbe indossato, e le partite di caccia, e le danze… Come doveva essere dura quella prigione cui l’aveva costretta il padre. E a primavera quegli stridii insistenti di rondoni e i profumi del caprifoglio fiorito e il languore dei primi caldi le rimescolavano il sangue. “Perché a me, proprio a me doveva capitare”, era un pensiero che le tornava ossessivamente “una simile disgrazia?”. Poi suonava la campanella che invitava alla preghiera comune e Giacinta scendeva nel coro, compunta e altera, a eseguire la parte che le era stata assegnata.

A trent’anni fu colpita da una malattia che la costrinse a letto per parecchi mesi. Un giorno capitò nel monastero un dotto Francescano, Antonio Bianchetti, molto stimato per il suo rigore morale. Lei chiese d’incontrano. Quando il frate, entrato nell’appartamentino, vide lo sfarzo in cui viveva la monaca, non riuscì a trattenersi: “A nulla gioverà confessarvi” esclamò. “Il Paradiso non è fatto per le persone superbe e vanitose come voi”. E si allontanò rifiutandosi di confessarla. Così perlomeno raccontano i suoi biografi drammatizzando probabilmente l’episodio. Il rimprovero del Francescano giungeva al momento opportuno: in pochi mesi erano morti il fratello Galeazzo, la sorella Ortensia, quella che aveva sposato il suo principe azzurro, e la madre Ottavia. Tutti questi avvenimenti, insieme con un sentimento di insoddisfazione per una vita che si stava consumando nel rancore, nella nostalgia e nell’ indifferenza, trasformarono Giacinta. Qualche giorno dopo indossò una rozza tonaca e si recò in refettorio chiedendo perdono a tre monache per il suo comportamento, promettendo di vivere, da allora in poi, come un’autentica figlia di Francesco.

Abbandonò il ricco appartamento e scelse una cella angusta dove come ornamento volle soltanto una rozza croce che arrivava fino al soffitto: donata, nel 1841, dal Principe Alessandro Sforza Ruspoli, discendente della famiglia della Santa, alla compagnia dei Sacconi di Roma.

Alla croce Giacinta si legava con una grossa catena quando andava a dormire sul suo letto di assi di legno, su cui teneva un materasso di paglia e un sasso come cuscino. Ma quando voleva far penitenza si sistemava in un anfratto del muro chiuso da due ante, una specie di canile, che è stato conservato insieme con la sua cella. Si era tolta i sandali per portare zoccoli che poi eliminò andando scalza. Nelle giornate rigide, quando soffiava tramontana, si recava nel giardino spezzando lastre di ghiaccio per immergere nelle pozze sottostanti i piedi nudi.

Un giorno, ritenendo di soffrire troppo poco sul terreno gelato, chiese un’ulteriore penitenza al Signore, una penitenza che le ricordasse la Passione: ed ecco che dai suolo spuntò una piantina che aveva su ogni foglia una spina; la pianta che venne poi chiamata di Santa Giacinta. In realtà si tratta del Ruscus hypoglossum, detto anche ruscolo maggiore o erba bonifica o bislingua. Ogni venerdì si cibava di erbe amare in ricordo del fiele che fu dato a Gesù; e riviveva gli episodi della Via Crucis trasportando una pesante croce per tutto l’orto. Coronata di spine, percorreva la Via Crucis flagellandosi a sangue e fermandosi ogni tanto presso le cappelline che costeggiavano l’orto. Saliva infine sulla cima del colle, che oggi non appartiene più alle monache, ma è diventato un ristorante. Lungo la salita vi era uno spiazzo con una tavola di peperino dove altre volte la Santa si stendeva in contemplazione.

Aveva rinunciato a tutti i privilegi e badava al focolare, sciacquava le stoviglie genuflessa, saliva e scendeva, con la croce in spalla, una lunga scala, puliva gli ortaggi in cucina, spazzava i pavimenti. Quel tenore di vita la sfiancò causandole anche dolori addominali fortissimi che lei accettava serenamente, come espiazione per quei dieci lunghi anni di indifferenza. Cosi come accettava le umiliazioni morali che subiva nei primi tempi dalle sue consorelle, convinte che fosse un’ipocrita.

Una volta Giacinta si era inchinata per baciare i piedi di una monaca per chiederle perdono; ma quella reagì colpendola con un calcio al volto e dicendo di smetterla con quei modi che sapevano di ostentazione teatrale. Per dimostrare la loro disapprovazione, giunsero persino a ignorarla. A quelle sofferenze se ne aggiunsero altre spirituali, causate dalle tentazioni del demonio, che cercava di scoraggiarla ispirandole dubbi sulla sua vita di penitenza o addirittura presentandole la vita paradisiaca come uno stato di noia. La infastidiva anche fisicamente con dispetti e piccoli incidenti. Oppure le appariva alla finestra nelle sembianze di un bellissimo giovane che lei cacciava col segno della croce, sbattendogli le imposte in faccia. Le monache mostrano ancora oggi un foro su un balcone lasciato, dicono, dal demonio, che un giorno lo bucò col suo calore durante una foga troppo precipitosa.

Di là dalle amplificazioni leggendarie che accompagnano la vita di ogni personaggio celebre, abbiamo un diario della Santa, ancora inedito, che conservano i Frati Minori Conventuali nel loro archivio generalizio ai Santi Dodici Apostoli di Roma, oltre a lettere e bigliettini dove non soltanto non faceva cenno delle sue penitenze, ma consigliava agli altri moderazione. “Per piccoli difetti o mancanze”, diceva fra l’altro, ”niuno si turbi o si rattristi, ché siamo di carne e non di marmo, perché chi diede il desiderio darà anche la forza per eseguirlo… Iddio essendo padre amoroso non suol caricare la soma più di quello che possono sopportare le spalle”.

Giacinta non era una Clarissa, ma una Terziaria Francescana con voti semplici e perpetui, sicché non era tenuta alla clausura rigida e poteva ricevere visite. Grazie a questa sua relativa libertà riusciva a conoscere i problemi dei più poveri o dei sofferenti che aiutava in tutti i modi. Finché un giorno venne a sapere che era giunto da qualche mese a Viterbo un certo Francesco Pacini, un Pistoiese di buona famiglia e dal carattere impetuoso, che per amore dell’avventura si era arruolato come soldato; un soldato violento, attaccabrighe, pronto a correre dietro alla prima donna graziosa che incontrasse per via. Ne mormorava tutta la cittadina. Giacinta decise di convertirlo. Dopo aver pregato e digiunato a lungo, mandò a chiamarlo da un certo Simonetti, ma il Pacini, burlandosi della Santa, rifiutò l’invito. Giacinta non si diede per vinta. Continuò a insistere in tutti i modi scrisse persino alla madre del soldato, Tarquinia, pregandola di convincere il figlio. Il quale alla fine cedette più per curiosità che per convinzione: fu un colpo di fulmine. Che cosa la Santa gli abbia detto, e con quale dolcezza non Io sapremo mai.

Qualche settimana dopo Francesco Pacini indossò un rozzo sacco cingendosi con una funicella, si tagliò i lunghi capelli ed entrò in una chiesa chiedendo pubblicamente perdono davanti a tutti i fedeli per il cattivo esempio che aveva dato.

Un giorno domandò a Giacinta: “Dove mai potrò incontrare Gesù”. “Andate allo spedale e troverete Colui che cercate”, rispose lei. Da quel momento il Pacini si dedicò ad aiutare i malati dell’ospedale; finché un giorno, mentre stava curando amorevolmente un malato di lebbra, questa spari improvvisamente dalle sue braccia.

Grazie alla collaborazione di Francesco, Giacinta poté fondare due confraternite per l’assistenza e la cura dei poveri e dei malati. La prima fu chiamata dei Sacconi perché gli iscritti andavano vestiti di sacco per le vie della città suonando una campanella e invitando i cittadini a offrire doni e cibi per gli infermi, i poveri e i carcerati, cui prestavano assistenza ogni giorno. Ma i Sacconi erano anche tenuti, secondo la Regola che Giacinta aveva scritto, a penitenze e preghiere particolari come le funzioni che ancora adesso si chiamano del Carnevaletto perché si svolgono al giovedì grasso. In quel giorno i confratelli dovevano comunicarsi e recitare insieme l’ufficio della Madonna; poi al pomeriggio andavano in solenne processione ad adorare il Santissimo in tutte le chiese dove era esposto. Analoghe confraternite sorsero in altre cittadine dell’Italia centrale, e persino a Roma, presso la chiesa di San Teodoro. Ancora oggi esistono nelle Marche cinquantacinque Sacconi che nel 1990, in occasione del trecento cinquantesimo anniversario della morte della Santa, sono giunti fino alla basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma, e dopo la processione sulla piazza sono entrati in chiesa prosternandosi davanti alla cappella dedicata a Giacinta, che vollero gli Sforza Ruspoli, i discendenti della sua Casata, facendola decorare con due quadri di Simon Vouet e un altro del Benefial, dove lei è raffigurata sul letto di morte. Anche nella chiesa di Santa Maria, a Vignanello, vi è un quadro di Giuseppe Passeri dedicato al Transito di Santa Giacinta Marescotti.

L’urna in cui si conserva il suo corpo si trova nella chiesa di San Bernardino in Viterbo, ma il suo culto è vivo in tutto il Lazio settentrionale e anche a Roma dove gli Sforza Ruspoli, suoi familiari, costruirono una cappella nella chiesa di San Lorenzo in Lucina.

Preghiera a Santa Giacinta

Ci rivolgiamo a te, Santa Giacinta, con il cuore e l’affetto di chi ti è devoto e si affida alla tua benevolenza.
Ringraziamo il Signore perché nella tua vita ha fatto rifulgere la Sua gloria e la Sua infinita bontà.
Il tuo passaggio nel tempo, vissuto nella costante ricerca della volontà divina e in una adesione alimentata dal continuo sacrificio e dal rammarico di non amare Dio con tutta te stessa, è stato una testimonianza di come sia possibile essere, amando, segni viventi della gloria di Dio.
La continua attenzione al prossimo, lo zelo sempre ardente nel servire il fratello, soprattutto se povero, emarginato o respinto, sono stati il mezzo che ha consentito agli uomini di conoscere l’amore di Dio Padre.
Con la tua intercessione e preghiera vieni in nostro aiuto: ottienici dal Signore la grazia di seguire il tuo esempio nella donazione a Lui e ai fratelli.

Mons. Lorenzo Chiarinelli
Vescovo di Viterbo dal 1997 al 2010

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