Il Sacro Rito è stato presieduto alle ore 18.00 da Don Tiziano Zoli, Cappellano di Merito, alla presenza del Delegato Dott. Cesare Tabarrini, Cavaliere Gran Croce di Merito, membro della Real Commissione per la Serenissima Repubblica di San Marino.
Alla celebrazione hanno partecipato Cavalieri, Dame, Postulanti, familiari e alcuni ospiti, insieme alle Monache dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento.
Nell’omelia, di cui riportiamo di seguito il testo integrale, Don Tiziano Zoli ha richiamato il significato della memoria liturgica dei Santi Angeli Custodi, segno della premura di Dio e della sua costante vicinanza a ogni persona. Partendo dalle parole del Vangelo sugli angeli dei piccoli, che contemplano il volto del Padre, ha sottolineato come la loro missione di protezione e accompagnamento ricordi la preziosità di ciascuno agli occhi di Dio. Il riferimento agli angeli raffigurati da Giotto nel Compianto sul Cristo morto della Cappella degli Scrovegni ha offerto un’immagine della loro partecipazione alle sofferenze umane e al mistero della redenzione.
Don Zoli ha quindi ricordato la visita del Santo Padre Leone XIV a San Marino del 22 agosto scorso, richiamando il suo insegnamento sul rapporto tra libertà e rispetto della dignità di ogni persona, custodita dall’amore di Dio. Il Papa ha sottolineato che «non c’è vera libertà senza il rispetto della dignità di ogni persona», e che questa dignità è custodita e garantita dall’amore di Dio, la cui voce parla nel cuore di ciascuno.
Don Zoli ha così evidenziato il «legame strettissimo» tra la missione dell’Angelo Custode, il messaggio di dignità richiamato dal Santo Padre e la vocazione dei Cavalieri e delle Dame Costantiniani: come gli Angeli custodiscono i piccoli e orientano i cuori verso Dio, così i membri dell’Ordine sono chiamati a proteggere i deboli, servire chi soffre, promuovere la dignità umana, difendere la Fede e portare speranza dove vi è sconforto.
Al centro di questa vocazione Don Zoli ha posto la Santa Croce, luce, guida e forza dell’impegno Costantiniano, secondo il motto «In Hoc Signo Vinces»: segno dell’amore di Cristo che ha vinto la morte e ogni oscurità. Alla luce della Croce e dell’esempio di San Giorgio, ha invitato a diventare, in senso spirituale, «angeli custodi» gli uni degli altri, rendendo visibile la premura di Dio attraverso gesti concreti di carità e vicinanza alle persone sole o nel bisogno.
La gratitudine per la presenza degli Angeli Custodi si è così unita alla preghiera per ricevere dalla Santa Croce il coraggio di essere testimoni di pace, dignità, Fede e carità.
Al termine della celebrazione, Vittorio de Micco, Cavaliere di Merito, ha recitato la Preghiera del Cavaliere Costantiniano.
Il Delegato ha quindi ringraziato il rappresentante dei Familiari dell’Ordine Teutonico (FamOT), Paolo Arfilli, per aver onorato la celebrazione con la sua presenza in qualità di ospite; le Monache dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento per i canti e l’organizzazione della celebrazione; il Cappellano per l’omelia, nella quale ha ricordato il vero significato dell’appartenenza alla Sacra Milizia Costantiniana; e tutti i partecipanti per la loro presenza.
L’omelia
Che bella festa che celebriamo oggi! È una di quelle giornate che riempiono il cuore di una gioia semplice e profonda, quasi da bambini. Festeggiamo i nostri Angeli Custodi. E ammettiamolo: chi di noi, ogni tanto, non si chiede come faccia il proprio Angelo a stare dietro a tutte le nostre distrazioni, alle nostre corse e a qualche nostra piccola capocciata? Deve avere una pazienza infinita e un grandissimo senso dell’umorismo!
Il Vangelo di oggi ci fa una rivelazione bellissima. Gesù prende un bambino, lo mette al centro e ci dice: «I loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli». Guardate che paradosso meraviglioso: l’Angelo Custode ha un occhio fisso sulla luce splendida di Dio e l’altro occhio fisso su di noi, per guidare i nostri passi e non farci inciampare. Non siamo mai soli. In ogni momento della nostra giornata c’è una presenza celeste che fa il tifo per noi, che ci protegge e che ci accompagna sempre.

Pensate a quanto gli Angeli sono vicini e partecipi della nostra vita! Molti di voi avranno presente il famoso capolavoro di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, il Compianto sul Cristo morto.
Se guardate il cielo di quell’affresco, vedrete degli Angeli incredibili: non sono figure distaccate o fredde, ma creature piene di sentimento! Volano sfrecciando nel cielo, si strappano le vesti, si portano le mani al volto e piangono con un dolore immensamente umano davanti alla Croce e alla morte di Gesù. Giotto ci mostra una verità profonda: gli Angeli non sono spettatori estranei alle nostre vicende. Partecipano fino in fondo a ciò che viviamo, soffrono con noi nelle nostre prove e gioiscono con noi quando ritroviamo la strada.
Proprio di recente, lo scorso agosto durante la sua visita a San Marino, Papa Leone XIV ci ha ricordato parole d’oro che si collegano meravigliosamente a questo mistero. Il Papa ha sottolineato che «non c’è vera libertà senza il rispetto della dignità di ogni persona», e che questa dignità è custodita e garantita dall’amore di Dio, la cui voce parla nel cuore di ciascuno. Ecco: gli Angeli Custodi sono proprio le sentinelle di questa dignità! Sono mandati dal Padre per ricordare a ciascuno di noi quanto siamo preziosi e liberi agli occhi di Dio, difendendoci dal male e spingendoci verso il bene.
E voi, cari Cavalieri e Dame dell’Ordine Costantiniano, questa missione di difesa della dignità e della fede la conoscete molto bene. Nel vostro DNA spirituale c’è il motto storico: In Hoc Signo Vinces. È la Croce di Cristo la vostra luce, il vostro faro e la vostra forza. Quella stessa Croce attorno a cui volavano gli angeli di Giotto non è un semplice simbolo di sofferenza, ma è l’abbraccio più grande che la storia abbia mai visto, il segno di un Amore che ha vinto la morte e ogni oscurità.
C’è un legame strettissimo tra la missione dell’Angelo Custode, il messaggio di dignità richiamato dal Santo Padre Leone XIV e la vocazione del Cavaliere Costantiniano: l’Angelo custodisce con discrezione, partecipa al dolore umano, protegge i piccoli e orienta i cuori verso la luce di Dio; il Cavaliere della Croce, guardando a San Giorgio e sotto l’ombra della Croce di Cristo, è chiamato a fare lo stesso sulla Terra: farsi custode dei deboli, servire chi soffre, promuovere la dignità umana, difendere la Fede e portare la speranza dove c’è sconforto.
Oggi la Chiesa ci invita tutti a diventare, in un certo senso, «angeli custodi» gli uni per gli altri. Un sorriso a chi è solo, un gesto di carità concreta, un’attenzione verso chi si trova nel bisogno: sono questi i modi con cui rendiamo visibile la protezione di Dio nel mondo. Quando un Cavaliere o una Dama si chinano su chi ha bisogno, è la luce della Santa Croce che brilla e la presenza degli angeli che si fa vicinanza concreta.
Allora oggi facciamo una festa vera! Ringraziamo il Signore per questi compagni di viaggio invisibili ma fortissimi. Chiediamo al nostro Angelo Custode di darci un pizzico della sua gioia, e chiediamo alla Santa Croce di darci il coraggio di essere sempre testimoni di pace, di dignità, di fede e di carità.
Segno della sollecitudine di Dio verso gli uomini
e del suo immenso amore

Nel dipinto realizzato su commissione di Papa Alessandro VII, Pietro da Cortona raffigura un Angelo che accompagna un fanciullo lungo un cammino insidioso. Con la mano sinistra ne sostiene il polso, mentre con il braccio destro indica il cielo, dove una luce dorata si apre tra le nubi. Il suo sguardo, rivolto con dolcezza al bambino, esprime attenzione e protezione. La veste chiara, il manto azzurro e le grandi ali conferiscono alla figura una presenza maestosa e insieme rassicurante.
La composizione, animata da diagonali e panneggi mossi, traduce il tema della custodia angelica nel linguaggio solenne e dinamico del Barocco. Il contrasto tra l’oscurità del paesaggio e la luce che avvolge i protagonisti può essere letto come immagine del cammino umano: il fanciullo rappresenta la fragilità dell’uomo, mentre l’angelo manifesta la sollecitudine divina, che lo custodisce nei pericoli e lo orienta verso Dio. Il gesto rivolto al cielo unisce così la protezione del cammino terreno alla guida verso la salvezza.
Il termine «angelo» deriva dal greco *ánghelos* e corrisponde all’ebraico *mal’ak*: entrambi indicano propriamente la funzione di messaggero o ambasciatore. Nelle diverse gerarchie angeliche troviamo vari compiti affidati a questi ministri e cooperatori di Dio: messaggeri, appunto, ma anche guerrieri e custodi. I Padri della Chiesa e i teologi sottolineano il ruolo di custodi delle nazioni, come afferma anche San Giovanni Paolo II: «Seguendo il libro di Daniele si può affermare che le funzioni degli angeli come ambasciatori del Dio vivo non solo si estendono ad ogni uomo e a quelli che hanno funzioni speciali, ma anche a intere nazioni».
Gli Angeli sono «mille migliaia e diecimila volte diecimila», scrive Daniele (7,10). Lo Pseudo-Dionigi Areopagita, nel De coelesti hierarchia del V secolo, successivamente San Gregorio Magno (Moralia XXXII, 38) e infine San Tommaso d’Aquino nella Summa theologiae (Capitoli VI-VII) hanno sottolineato il numero vertiginoso degli Angeli, tentandone una sistemazione gerarchica. Dionigi, in particolare, spiega che tra Dio e l’uomo vi è la gerarchia celeste, costituita dal mondo angelico, in posizione intermedia fra il mondo umano e Dio, tuttavia talmente connessa all’umano, da farlo diventare esso stesso immagine del mondo angelico. La gerarchia celeste è come una sorta di Scala di Giacobbe che permette agli uomini di salire fino a Dio attraverso l’imitazione degli Angeli.
Nel Duecento, la Legenda Aurea del domenicano Iacopo da Varazze riprende tra gli altri anche San Gregorio Magno e i Sermones di San Bernardo di Chiaravalle, mentre Dante Alighieri nella Divina Commedia costruisce il suo viaggio oltremondano attraverso un paesaggio complesso popolato di angeli, rifacendosi esplicitamente allo Pseudo-Dionigi. E sempre il poeta, nel Paradiso, trasfigura la donna amata, Beatrice, proiettando in lei le funzioni angeliche di custode.
Ognuno di noi ha un Angelo Custode proprio, una creatura celeste che ha il compito di illuminare, custodire, reggere e governare la nostra vita, come hanno affermato molti scrittori e santi della Chiesa, come Agostino, Tertulliano, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Girolamo e Gregorio di Nissa. Questa affermazione si fonda sulla Bibbia, nella quale il riferimento alla custodia angelica è esplicito. Nell’Esodo (23,20), Dio dice: «Ecco, io mando un Angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato», un tema ripreso nel Salmo (91,11): «Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie». In Matteo (18,10), è Gesù stesso a parlare degli Angeli Custodi: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
Molti poeti come Rainer Maria Rilke, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba e Trilussa dedicano versi al loro Angelo Custode: che però è «volato via», oppure con un senso di quasi tremenda lontananza o di mortifero abbandono. Nella prospettiva della Fede, tuttavia, questo sentimento di abbandono non significa che la custodia angelica sia venuta meno.
L’Angelo Custode è un compagno di viaggio e protettore invisibile lungo la strada da intraprendere nella vita e non ci abbandona mai. Guida l’anima verso il bene e la salvezza, rispettando la libertà umana. L’Angelo Custode è segno della sollecitudine di Dio verso gli uomini e del suo immenso amore, fatto di misericordia e tenerezza, ma spetta a noi ascoltarlo.
Dallo strumento del supplizio
all’albero della vita

L’opera non raffigura uno specifico episodio storico legato al ritrovamento o alla restituzione della Vera Croce, ma propone una complessa rappresentazione allegorica della Croce come strumento universale della Redenzione.
Il sacro legno, scuro e circondato da raggi dorati, domina la composizione e congiunge simbolicamente la terra al cielo. In alto appare la Santissima Trinità, mentre gli angeli mostrano diversi strumenti della Passione di Cristo. Sopra la Croce, il pellicano che si ferisce il petto per nutrire i piccoli con il proprio sangue richiama il sacrificio del Salvatore e il mistero dell’Eucaristia.
Ai piedi del legno, il teschio e le ossa alludono ad Adamo e alla tradizione secondo la quale il Calvario sarebbe sorto nel luogo della sua sepoltura: Cristo, nuovo Adamo, redime con il proprio sangue il peccato dell’umanità. Le corone e gli altri segni del potere deposti a terra esprimono la sottomissione di ogni autorità alla signoria salvifica della Croce.
Tra le figure raccolte in adorazione si riconoscono anche esponenti della spiritualità francescana, probabilmente San Bonaventura e Sant’Antonio di Padova.
Nel trattamento allungato ed elegante delle figure permane il gusto manierista, mentre la ricchezza delle dorature annuncia uno dei caratteri più riconoscibili della pittura cusqueña dell’età vicereale.
Il 14 settembre molti Cristiani d’Oriente e d’Occidente celebrano la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, una ricorrenza di antichissima origine gerosolimitana, legata alla dedicazione del complesso basilicale della Risurrezione edificato per volontà dell’Imperatore Costantino e al ritrovamento, secondo la tradizione, della reliquia della Croce di Cristo da parte di Sant’Elena, madre dell’Imperatore, nel IV secolo.
Nel luogo del ritrovamento Costantino fece edificare un grande complesso comprendente l’Anastasis, la rotonda in corrispondenza del Santo Sepolcro, il triportico attorno alla roccia del Golgota e il Martyrium. La dedicazione delle basiliche costantiniane veniva celebrata a Gerusalemme con grande solennità e, in tale occasione, era proposta alla venerazione dei fedeli la reliquia della Croce del Signore. Progressivamente questa venerazione assunse un rilievo tale da dare origine alla Festa dell’Esaltazione della Santa Croce.
La tradizione della Chiesa ricorda anche la restituzione della preziosa reliquia a Gerusalemme da parte dell’Imperatore Eraclio, dopo che la Croce era caduta nelle mani dei Persiani durante la conquista della Città Santa nel 614.
In Occidente veniva celebrata anche il 3 maggio la festa dell’Inventio Crucis, dedicata al ritrovamento della Vera Croce, ricorrenza che non figura più nel calendario liturgico romano. Nella tradizione bizantina, invece, l’«Universale Esaltazione della Croce preziosa e vivificante» del 14 settembre conserva un’importanza particolare; la Santa Croce viene inoltre venerata in altri momenti dell’anno liturgico, tra cui il 1° agosto e la terza domenica della Grande Quaresima.
Con la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce non viene esaltata la crudeltà di uno dei più terribili strumenti di supplizio dell’antichità, ma l’Amore che Dio ha manifestato agli uomini attraverso il sacrificio di Cristo. Pur essendo Dio, Cristo umiliò se stesso facendosi servo. Questa è la gloria della Croce di Gesù.
La Croce, già segno di morte e di ignominia, diventa per il Cristiano albero della vita, trono e altare della Nuova Alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo, che sulla Croce dona se stesso per la salvezza dell’umanità, nasce il popolo della Nuova Alleanza. La Croce diventa così segno della signoria di Cristo e della vocazione di quanti, attraverso il Battesimo, sono configurati a Lui nella morte per partecipare alla sua Risurrezione e alla sua gloria.
«Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).
Al centro dell’evangelizzazione apostolica vi è Cristo crocifisso. Accogliere questo annuncio significa per il Cristiano seguire il Signore e portare quotidianamente la propria croce. La sofferenza, vissuta nell’unione con Cristo e non ricercata per se stessa, può essere trasfigurata dalla speranza cristiana e diventare partecipazione al mistero della sua morte e Risurrezione.
È questo il significato profondo di una festa che la Sacra Milizia Costantiniana sente in modo particolarissimo come propria. La Glorificazione della Croce costituisce infatti una delle finalità fondamentali del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, insieme alla Propaganda della Fede e alla Difesa di Santa Romana Chiesa.
