La Liturgia della Parola
Gesù continua ad aprirsi con i suoi nei giorni che precedono la Passione (Vangelo secondo Giovanni: Gv 16,23-28 – Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto). Gli piace anticipare le realtà sublimi che otterrà per i suoi attraverso la sua ormai prossima morte e la sua risurrezione. Cristo, Mediatore tra Dio e gli uomini, ha reso possibile che ci fosse una sola famiglia nel cielo e sulla terra, la famiglia dei figli di Dio. Il Padre eterno è nostro Padre, il suo regno, la sua casa e la vita divina del Cristo sono anche nostri. “Il Padre – posso dire con Gesù – mi ama”. È in questo nuovo ordine che la preghiera cristiana trova il suo posto. Noi prima non sapevamo chiedere, e non potevamo farlo. Non si tratta di pregare ma “di avere una relazione di amicizia con colui che, noi lo sappiamo, ci ama” (Teresa di Gesù, Vita 8). Noi, prima, non sapevamo domandare e non potevamo farlo. Ma, attualmente, dato che il Padre ci ama e desidera la nostra amicizia, possiamo essere sicuri di essere ascoltati, e di ricevere una grande gioia da quella amorosa comunicazione con lui, che è la preghiera. La nostra preghiera non è soltanto nostra, essa è anche e soprattutto quella di Cristo. Così terminano le preghiere della liturgia e così deve terminare la nostra: per Cristo nostro Signore.
Mons. Paolo Ricciardi

Mons. Paolo Ricciardi (Roma, 14 marzo 1968) è stato nominato Vescovo di Jesi da Papa Francesco il 28 gennaio 2025.
Fu nominato Vescovo titolare di Gabi e Vescovo ausiliare della Diocesi di Roma da Papa Francesco il 23 novembre 2017, assegnandogli l’ambito della pastorale sanitaria. Il 6 gennaio 2023, con l’entrata in vigore della Costituzione apostolica In ecclesiarum communione, Papa Francesco gli ha affidato l’ambito per la cura del diaconato, del clero e della vita religiosa. Poi, il 1º marzo 2024, Papa Francesco gli ha affidato gli incarichi di Vescovo ausiliare per il Settore Est e di Responsabile dell’ambito della Chiesa “ospitale e in uscita”. Attualmente è membro della Commissione per il Servizio della carità e la salute della Conferenza Episcopale Italiana ed è stato Vescovo delegato per la Pastorale della salute nella Conferenza Episcopale Laziale.
La Chiesa di San Giovanni Battista

La Chiesa di San Giovanni Battista, comunemente detta di San Filippo, sorge sul corso Matteotti, principale arteria di Jesi, ed è considerata una delle più importanti chiese in stile barocco della Regione Marche.
Di origine antichissima, compare per la prima volta nei documenti nel 1221 in un Praeceptum di Federico II a favore del Monastero di Fonte Avellana. Nel XVI secolo venne officiata dai Frati Apostolici del Terz’Ordine Agostiniano, che la ricostruirono intorno al 1590. Nel 1659 la chiesa fu affidata ai Padri Filippini per volontà del Cardinale Alderano Cybo-Malaspina, Vescovo di Jesi.
Furono proprio i Filippini a ricostruire e decorare l’edificio secondo il gusto barocco, con una ricca ornamentazione di ascendenza berniniana, mantenendo tuttavia una sobrietà coerente con la spiritualità contemplativa di San Filippo Neri. La chiesa venne realizzata a navata unica con tre cappelle per lato e copertura a volta a botte lunettata.
Particolare rilievo assume la cappella dedicata a San Filippo Neri, con affreschi raffiguranti episodi della vita del Santo e di San Giovanni Battista. Le opere dedicate a San Filippo furono realizzate dal frate filippino Arcangelo Aquilini, mentre quelle relative al Battista sono dello jesino Antonio Massi.

Nel 1688 venne collocata sull’altare maggiore la pala di Giovanni Peruzzini raffigurante la Madonna in Gloria col Bambino e i Santi Agnese, Teresa d’Avila, Francesco Saverio e Giovanni Battista.

La facciata in cotto fu completata nel 1678 dall’architetto Mannelli e la chiesa venne consacrata nel 1694 dal Cardinale Pier Matteo Petrucci, anch’egli appartenente all’Ordine filippino.

Nel 1798 la chiesa fu elevata a sede parrocchiale e accolse alcuni preziosi affreschi provenienti dalla vicina chiesa di San Nicolò, fra cui l’Icona del Sangue Giusto, rara opera del 1333 attribuita a Pietro da Rimini, ancora oggi custodita nella chiesa e oggetto di particolare devozione.
