


Nella sua omelia, commentando il brano del Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,1-15), Mons. Marco Tasca ha invitato a contemplare Gesù che si spoglia e lava i piedi ai discepoli, sottolineando l’amore estremo e il servizio. Ha evidenziato l’umiltà di Dio come via da seguire, contrapposta alla vanità mondana. Inoltre, ha ricordato che in questo giorno viene messo in luce il duplice carattere di gloria e di sofferenza, proprio del mistero pasquale.
A un Dio umile non ci si abitua mai, ha detto Mons. Tasca. La via di Gesù è quella dell’umiltà e non esiste umiltà senza umiliazione. È quello che ha vissuto Gesù. La mondanità oggi è la via della vanità e del successo: non è questa la via da seguire. Seguiamo l’esempio di chi ogni giorno rinuncia a se stesso per servire gli altri, nel silenzio e nel nascondimento.
Mons. Tasca ha evidenziato che per Il Signore era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, e li amò sino alla fine. Ha ricordato in particolare la scelta fatta da Gesù di preferire la via della croce. Nell’ultima notte trascorsa con i suoi, ricorda Mons. Tasca, Gesù sente il bisogno di stare con loro, di aprire il suo cuore, e si mette in ginocchio per lavare i piedi, in un gesto misterioso ma ricco di significato. Questo è il gesto che dobbiamo fare gli uni agli altri, sull’esempio di Gesù, ha detto Mons. Tasca, concludendo, che nell’ultima cena Gesù si abbandona nelle nostre mani e si fida di noi. Ci faccia dunque la grazia di affidarci sempre di più, nella nostra fede e nella nostra comunità.

Terminata l’omelia, Mons. Tasca ha proceduto alla lavanda dei piedi, ad un gruppo di persone assistite dalla Comunità di Sant’Egidio, ringraziando ciascuno per la propria presenza.




A conclusione della Santa Messa, recitata la preghiera dopo la Comunione, Mons. Tasca ha posto l’incenso nel turibolo, si è inginocchiato e ha incensato il Santissimo Sacramento. Quindi, indossato il velo omerale, ha preso la pisside, l’ha ricoperto con il velo. Poi, in processione scortato da otto Cavalieri con il baldacchino, ha portato il Santissimo Sacramento per la reposizione nella cappella di San Giovanni. Successivamente è stata svolta l’Adorazione del Santissimo Sacramento.
Omelia dell’Arcivescovo Marco Tasca

Cari fratelli e sorelle,
Ringraziamo il Signore che ci ha regalato anche questa sera di vivere insieme l’Eucaristia, il rendimento di grazie in questo inizio del Triduo pasquale, per la Messa in Cena Domini.
Abbiamo ascoltato il Vangelo secondo Giovanni, al capitolo 13, e la reazione di Simon Pietro di fronte alla lavanda dei piedi.
Sappiamo bene come Pietro, insieme a tutti i discepoli, abbia fatto molta fatica ad accettare lo scandalo della croce.
Oggi forse ci appare qualcosa di già sentito, quasi familiare, e per questo rischiamo di non cogliere più lo scandalo che i discepoli, e Pietro in particolare, hanno vissuto.
È uno scandalo che non finirà mai di sorprenderci e anche di metterci in crisi: a un Dio umile non ci si abitua mai.
Non abbiamo l’idea di un Dio umile. A un Dio umile non ci si abitua mai.
Sarebbe interessante immaginare come abbia vissuto la lavanda dei piedi Giuda, quando nel suo cuore aveva già deciso di consegnare Gesù.
Pietro protesta, ma poi accetta subito quel gesto quando comprende che in esso c’è la salvezza.
È la salvezza che convince Pietro ad accogliere il Signore che lava i piedi. Questo Dio umile è, prima di tutto, lo stile di Dio. Lo vediamo anche nella storia dell’Esodo: il Signore ascolta le mormorazioni e le lamentele del popolo. Erano rivolte contro Mosè, ma in realtà erano rivolte contro Dio. Se la prendevano con Dio che li aveva liberati dalla schiavitù e li guidava nel deserto verso la terra promessa. È questo lo stile di Dio.
Domani, nel Venerdì Santo, vedremo il disprezzo dei capi, il tradimento di Giuda, Gesù arrestato, percosso, oltraggiato. Ascolteremo il rinnegamento di Pietro e le grida della folla che chiede la liberazione di Barabba.
È lo stile di un Dio umile, al quale facciamo fatica ad abituarci. Questa è la via di Dio: la via dell’umiltà, la strada di Gesù. Non sembra essercene un’altra. E non esiste umiltà senza umiliazione. Una parola difficile oggi, ma Gesù l’ha vissuta fino in fondo.
Esiste però una strada opposta: quella che Papa Francesco chiama “mondanità”. La mondanità propone la via della vanità, dell’orgoglio, del successo, dell’avere ragione. È un’altra via. È la via che il maligno propose a Gesù nelle tentazioni nel deserto, ma Gesù la respinse senza esitazione. Solo con la grazia di Dio anche noi possiamo vincere queste tentazioni, non solo nelle grandi scelte, ma nella vita quotidiana.
Ci aiutano tanti uomini e donne che, nel silenzio, ogni giorno rinunciano a se stessi per servire gli altri. Servono un malato, un anziano solo, vivono una carità concreta e nascosta. Pensiamo anche a chi, per fedeltà al Vangelo, subisce discriminazioni. Pensiamo ai cristiani perseguitati: i martiri di oggi. Non rinnegano Gesù, sopportano con dignità insulti e oltraggi, e lo seguono sulla sua via.
Il Signore Gesù insegna anche a noi, oggi, a seguirlo sulla strada che Lui per primo ha percorso.
La liturgia del Giovedì Santo
L’Antifona d’ingresso ha richiamato il mistero della Croce quale fonte di salvezza: «Non ci sia per noi altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati» (Gal 6,14).
La Liturgia della Parola ha accompagnato i fedeli nel cuore del mistero pasquale:
Prima lettura: Es 12,1-8.11-14 – Prescrizioni per la cena pasquale.
Salmo responsoriale: Sal 115 – Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza.
Seconda lettura: 1Cor 11,23-26 – Ogni volta che mangiate questo pane, annunciate la morte del Signore.
Vangelo: Gv 13,1-15 – Li amò sino alla fine.
Momento particolarmente significativo è stato quello della lavanda dei piedi, gesto umile e potente con cui Cristo si fa servo, indicando ai discepoli la via dell’amore autentico e del servizio reciproco.

La solenne reposizione del Santissimo Sacramento presso l’altare della reposizione ha dato inizio al tempo dell’adorazione silenziosa, segno della partecipazione dei fedeli all’agonia del Signore nell’Orto degli Ulivi. La celebrazione si è conclusa con la spogliazione dell’altare, segno della spoliazione di Cristo nella sua Passione.
Il mistero del Triduo Pasquale
Il Triduo Pasquale è il cuore dell’anno liturgico, annuncio e memoriale del desiderio ardente del cuore di Cristo, un roveto che brucia senza consumarsi. «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Come scrive Sant’Agostino commentando il passo dell’evangelista Giovanni: “Questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte. Questa è un’opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte”. Perciò quest’espressione “va intesa nel senso che li amò tanto da morire per loro”, ossia “che fu proprio l’amore a condurlo alla morte”.
Durante l’Ultima Cena, Cristo istituisce l’Eucaristia, rendendosi presente per sempre nella Chiesa. Come afferma Sant’Ambrogio: «Chi mangia la Vita, non può morire». E ancora Sant’Agostino invita i fedeli a riconoscere nel pane e nel vino consacrati il Corpo e il Sangue di Cristo, segno e realtà dell’unione con Lui.
Il gesto della lavanda dei piedi rimane una delle più alte espressioni del Vangelo: Dio che si fa servo dell’uomo, insegnando che nella Chiesa la vera grandezza consiste nel servizio. «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13,14).
Il Giovedì Santo
Il Giovedì Santo si articola in due momenti liturgici principali:
- la Messa del Crisma, celebrata al mattino dal Vescovo nella cattedrale, durante la quale vengono consacrati gli oli santi;
- la Messa vespertina in Coena Domini, che commemora l’Ultima Cena del Signore con i suoi apostoli.
In essa si intrecciano memoria, sacramento e profezia: memoria della Pasqua ebraica e della liberazione dall’Egitto; istituzione dell’Eucaristia come nuovo sacrificio; anticipazione della Passione.
Cristo, nella notte in cui fu tradito, non si limita a parlare d’amore, ma lo rende visibile nei gesti: spezza il pane, offre il calice, lava i piedi ai discepoli. E consegna alla Chiesa il comando nuovo: vivere nella carità, nell’umiltà e nella comunione.
Un invito alla conversione
La celebrazione del Giovedì Santo invita ogni fedele a interrogarsi sul proprio rapporto con Cristo: tra fedeltà e tradimento, tra debolezza e conversione. L’esempio degli apostoli – da Giuda a Pietro fino a Giovanni – interpella ciascuno.
Il desiderio più profondo del Cristiano è quello di unirsi a Cristo nell’amore, fino a poter dire con san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
In questo spirito, la partecipazione della Delegazione Tuscia e Sabina si inserisce nel cammino di fede e testimonianza dell’Ordine Costantiniano, rinnovando l’impegno a vivere concretamente i valori evangelici della carità, del servizio e della devozione eucaristica.

Foto di copertina: Juan Vicente de Juanes, Ultima cena, circa 1555-1562, olio su tavola, 116×191 cm, Museo del Prado, Madrid.
Fu dipinta come pala d’altare per la Chiesa di San Esteban a Valencia. Influenzata dall’opera di Leonardo da Vinci.
La coppa sulla tavola è il Santo Calice della Cattedrale di Valencia.
Juan Vicente de Juanes, noto come Juan de Juanes o Juan Macip fu uno dei maggiori pittori del Rinascimento spagnolo.
