La Delegazione Napoli e Campania al Solenne Pontificale in onore di San Matteo a Salerno

Lunedì 21 settembre 2026 la Città di Salerno e l’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno hanno vissuto una significativa giornata in onore di San Matteo Apostolo ed Evangelista, Patrono della Città e dell’Arcidiocesi.

Nella Cattedrale primaziale metropolitana di Santa Maria degli Angeli, San Matteo e San Gregorio VII è stato celebrato il Solenne Pontificale, momento centrale della festa patronale, presieduto dal Prefetto del Dicastero per i Vescovi, S.E.R. Mons. Filippo Iannone, arcivescovo di origine napoletana. Hanno concelebrato l’Arcivescovo metropolita di Salerno-Campagna-Acerno, S.E.R. Mons. Andrea Bellandi, Primate dell’antico Principato della Lucania e del Bruzio; S.E.R. Mons. Alfonso Raimo, già Vescovo ausiliare di Salerno, nominato Vescovo di Terni-Narni-Amelia lo scorso 15 settembre; sacerdoti diocesani e religiosi.

A conferma del profondo legame che unisce Salerno al proprio Patrono, hanno partecipato le autorità religiose e civili del territorio, insieme ai vertici provinciali e regionali delle Forze dell’Ordine e ai rappresentanti della Guardia di Finanza, dei Carabinieri, della Polizia di Stato, della Polizia Locale, della Capitaneria di Porto, dell’Esercito, della Marina e dei Vigili del Fuoco. Le comunità ecclesiale e civile si sono così ritrovate unite nel segno della Fede, della tradizione e della devozione al Santo Patrono.

Alla celebrazione hanno preso parte anche delle rappresentanze della Delegazione di Napoli e Campania del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, del Sovrano Militare Ordine di Malta, dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, e delle congreghe, confraternite e associazioni religiose e laiche del territorio, in una giornata vissuta nel segno della pace e della fraternità.
Copertina

La comunità salernitana riunita
attorno al proprio Patrono

La celebrazione, particolarmente partecipata, ha rappresentato ancora una volta un momento nel quale l’identità religiosa e quella civile della comunità salernitana si sono ritrovate unite attorno alla figura di San Matteo, richiamando l’esempio dell’apostolo e la sua testimonianza evangelica. «San Matteo, dono di Dio, ci parla dell’esperienza del suo incontro con Gesù»: questo il filo conduttore che ha accompagnato la giornata.

Tra i rappresentanti delle istituzioni erano presenti il Sindaco di Salerno, On. Vincenzo De Luca, insieme ad alcuni Sindaci della Provincia di Salerno, tra cui il Sindaco di Pellezzano e Presidente di ANCI Campania, Francesco Morra; il Sindaco di Mercato San Severino, Antonio Somma; il Sindaco di Vietri sul Mare, Giovanni De Simone; il Sindaco di Montecorvino Pugliano, Alessandro Chiola; il Sindaco di Pontecagnano, Giuseppe Lanzara; e il Sindaco di Nocera Inferiore, Paolo De Maio.

Erano inoltre presenti il Deputato On. Piero De Luca; il Procuratore di Salerno, Dott. Rocco Alfano; il Prefetto Francesco Esposito; il Questore di Salerno, Dott.ssa Olimpia Abbate; il Comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri, Tenente Colonnello Livio Rocchi; e il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Salerno, Generale di Brigata Luigi Carbone.

Hanno partecipato anche il Presidente della Camera di Commercio e di Unioncamere, Dott. Andrea Prete; rappresentanti delle Amministrazioni e dei Consigli comunali dei Comuni del territorio; nonché esponenti delle Giunte e dei Consigli provinciale e regionale. In prima fila era presente anche una rappresentanza della Salernitana, con l’Amministratore Delegato Umberto Pagano e l’allenatore Serse Cosmi. Alla celebrazione hanno preso parte anche i Corpi di soccorso, tra cui la Croce Rossa Italiana, e la Protezione Civile.

La partecipazione
della rappresentanza Costantiniana

La rappresentanza della Delegazione di Napoli e Campania, che ha partecipato al Sacro Rito su invito dell’Arcivescovo metropolita Andrea Bellandi e del Parroco del Duomo, Don Felice Moliterno, è stata guidata, in vece del Delegato, Conte Don Gianluigi Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Duchi di Laurenzana, Patrizio Napolitano, Cavaliere di Giustizia, dal Segretario Generale ad interim, Nob. Antonio Masselli, Cavaliere de Jure Sanguinis, con il Responsabile alla Cultura ad interim, Nob. Avv. Antonino Sersale dei Marchesi Sersale, Cavaliere di Giustizia.

Hanno inoltre partecipato l’Avv. Gesualdo Marotta, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento; l’Arch. Carlo Iavazzo, Cavaliere di Merito; e i Confratelli salernitani Prof. Italo Valente e LgT Raffaele Sguazzo, Cavalieri di Merito.

Presso l’altare maggiore è stato predisposto un picchetto d’onore composto da militari della Guardia di Finanza, di cui San Matteo è Patrono. Due agenti della Polizia Locale, in alta uniforme, hanno prestato servizio d’onore al Labaro della Città di Salerno, recante lo stemma cittadino con la figura del Santo Patrono.

L’animazione liturgico-musicale della celebrazione è stata affidata al Coro della Diocesi di Salerno e alla «Schola Cantorum Matthæana» della Cattedrale, riuniti per l’occasione, diretti dal Maestro Remo Grimaldi e accompagnati dall’orchestra.

Il saluto dell’Arcivescovo Andrea Bellandi

All’inizio del Sacro Rito, Mons. Andrea Bellandi ha rivolto un sentito ringraziamento a Mons. Filippo Iannone per aver accolto l’invito a presiedere le celebrazioni in onore del Patrono e per la vicinanza manifestata alla comunità salernitana. Rivolgendosi al Prefetto del Dicastero per i Vescovi, l’Arcivescovo ha espresso sentimenti di rispetto e obbedienza, richiamando il particolare legame con il Successore di Pietro.

Mons. Bellandi ha quindi sottolineato il valore della festa patronale per la comunità salernitana: «La festa di San Matteo rappresenta l’identità stessa di questo popolo tanto che lo stesso gonfalone della città porta in sé raffigurata l’immagine del patrono».

Nel corso del suo intervento, l’Arcivescovo ha posto al centro la figura dell’Apostolo e il significato della sua chiamata: «San Matteo come dono di Dio conquistato attraverso l’incontro con Gesù. Matteo lasciò i guadagni terreni per cercare un altro tesoro». Un messaggio che richiama la forza trasformante della grazia di Dio e la possibilità, per ogni persona, di intraprendere un nuovo cammino attraverso l’incontro con Cristo.

La Liturgia della Parola e l’omelia

La Prima Lettura (Ef 4,1-7.11-13 – Cristo ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere evangelisti) e il Salmo Responsoriale (Sal 18 [19] – Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio) sono stati letti da alcuni ministranti.

Il Vangelo secondo Matteo (Mt 9,9-13 – Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori) è stato proclamato da uno dei diaconi della Cattedrale, che hanno prestato servizio liturgico.

Nella sua omelia, Mons. Filippo Iannone ha offerto una meditazione incentrata sulla figura dell’Apostolo ed Evangelista Matteo. A partire dal racconto della sua chiamata, ha sviluppato alcuni temi fondamentali della vita cristiana: la vocazione, la misericordia, la conversione del cuore, il sacrificio come dono di sé e l’Eucaristia quale compimento dell’offerta cristiana. Non si tratta di temi separati, ma di un unico itinerario spirituale, che parte dallo sguardo di Cristo sull’uomo e conduce alla piena partecipazione al suo sacrificio e alla missione nel mondo.

Soffermandosi sui temi del sacrificio e della conversione, il Prefetto del Dicastero per i Vescovi ha spiegato: «Il sacrificio perfetto è quello che comincia con la conversione del cuore», evidenziando come il sacrificio di Cristo e quello del credente trovino nella celebrazione eucaristica il loro punto d’incontro: le piccole offerte di ciascuno vengono infatti unite al sacrificio della Croce.

Nel giorno dedicato a San Matteo, Mons. Iannone ha richiamato anche la scena evangelica di Gesù a tavola con i peccatori: «Come fece nella casa di Matteo, ci ha dato la sua parola di vita e ora ci spezza il suo pane». Da questa immagine è scaturito l’invito a una Chiesa chiamata ad annunciare e testimoniare il Vangelo attraverso la concretezza della vita, in un mondo segnato dalla violenza, dal disprezzo per la vita, dalla prevaricazione e dalla chiusura del cuore.

Mons. Filippo Iannone si è rivolto alla comunità nel suo insieme e a ciascuno nella quotidianità dei rapporti personali: «A noi spetta gettare le reti con fede. Il Signore fa il resto».

Ha infine affidato la comunità all’intercessione di Maria, Regina degli Apostoli, richiamando tutti alla disponibilità a seguire Cristo sull’esempio di San Matteo.

Di seguito sono riportati una sintesi dell’omelia e il riferimento al testo integrale in formato PDF.

I saluti al termine della celebrazione

Al termine del Sacro Rito, la rappresentanza Costantiniana ha rivolto un saluto a Mons. Filippo Iannone e a Mons. Andrea Bellandi, trasmettendo in particolare i saluti del Delegato e i ringraziamenti per il gradito invito, che ha consentito ai Cavalieri Costantiniani di vivere una giornata di particolare intensità spirituale e di Fede.

Mons. Bellandi ha ricambiato i saluti, esprimendo vivo apprezzamento e ringraziando la Delegazione per la partecipazione dei Cavalieri Costantiniani alle celebrazioni.

I cordiali rapporti tra l’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno e la Delegazione di Napoli e Campania del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio si sono consolidati, in particolare, in occasione della Santa Messa presieduta da Mons. Andrea Bellandi il 18 giugno 2021, durante il Pellegrinaggio della Delegazione presso il Sepolcro di San Matteo Apostolo ed Evangelista, custodito nella cripta del Duomo di Salerno, il 18 giugno 2021.

La giornata ha confermato ancora una volta il profondo legame che Salerno mantiene con San Matteo, figura che attraversa la storia, la Fede e la vita della comunità cittadina.

Con la conclusione del Pontificale, il Duomo si è progressivamente svuotato, ma la festa patronale non si è conclusa tra le mura della Cattedrale. Per Salerno, infatti, la celebrazione è proseguita nelle strade della città, nell’attesa della tradizionale processione dei Santi: il momento nel quale la Fede si manifesta anche al di fuori della Cattedrale e incontra la comunità, rinnovando pubblicamente il legame tra la Città e il suo Patrono.

Alcune fotografie sono state scattate dai Cavalieri Antonio Masselli e Italo Valente. Per le altre si ringraziano Salerno Today, L’Occhio di Salerno, Cronache di Salerno, l’Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno e l’Unità Pastorale Centro Storico Salerno.

«Misericordia io voglio»:
la chiamata di Matteo e il dono di sé
Sintesi dell’omelia di Mons. Filippo Iannone

Uno sguardo che chiama

Il punto di partenza è il Vangelo della chiamata di Matteo. Gesù passa, vede un uomo seduto al banco delle imposte e gli rivolge una parola semplice e decisiva: «Seguimi» (Mt 9,9).

Matteo è un pubblicano, un uomo che, per la sua professione, era guardato con sospetto e disprezzo. Eppure è proprio su di lui che si posa lo sguardo di Gesù. Mons. Iannone richiama, a questo proposito, la celebre espressione di San Beda il Venerabile: «Vidit ergo Iesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me»: Gesù vide un pubblicano e, poiché lo vide con misericordia e lo scelse, gli disse: «Seguimi». In queste parole è racchiuso un insegnamento fondamentale sulla vocazione cristiana. Dio chiama non perché l’uomo abbia già raggiunto la perfezione, ma perché il suo sguardo misericordioso è capace di trasformarlo.

La vocazione, dunque, nasce sempre da un’iniziativa di Dio. Prima ancora che Matteo possa decidere qualcosa, è Cristo che lo vede, lo conosce e lo chiama. La grazia precede la risposta dell’uomo. È questo uno degli aspetti più consolanti della Fede: Dio non attende che siamo perfetti per venirci incontro. Ci raggiunge nella nostra situazione concreta, con le nostre fragilità, le nostre contraddizioni e le nostre povertà, e proprio lì ci rivolge il suo «Seguimi».

Lasciare il passato per una vita nuova

La risposta di Matteo è immediata: «Ed egli si alzò e lo seguì» (Mt 9,9). Quel gesto, apparentemente semplice, racchiude una vera svolta esistenziale. Matteo non si limita ad ascoltare una parola: si mette in cammino. Lascia il banco delle imposte e inizia una nuova vita alla sequela di Cristo. L’incontro con Gesù, infatti, non può lasciare l’uomo come prima. La vocazione è sempre anche un cammino di trasformazione.

Matteo scopre che la propria esistenza può assumere un significato nuovo e che la vera gioia non nasce dal possesso o dalla sicurezza personale, ma dall’incontro con Cristo. Naturalmente, la sequela non elimina le difficoltà. Anche il discepolo incontra prove, incomprensioni, delusioni e momenti di fatica. Cambia, però, la prospettiva con cui affronta tutto questo: la speranza sostituisce il pessimismo e la fiducia in Dio permette di continuare il cammino anche quando i risultati non sono immediatamente visibili.

La vocazione Cristiana non è quindi soltanto un momento iniziale, ma un continuo lasciarsi trasformare dall’amore di Cristo.

Una casa aperta alla misericordia

Il primo frutto della conversione di Matteo è sorprendente: egli apre la propria casa e prepara un banchetto per Gesù. Attorno alla tavola si ritrovano molti pubblicani e peccatori. È proprio questo a suscitare lo scandalo dei farisei, che domandano ai discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?» (Mt 9,11). Gesù risponde con parole che costituiscono il cuore del racconto evangelico: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,12-13). Qui appare con chiarezza la missione di Cristo. Egli viene incontro all’uomo ferito, non per approvare il peccato, ma per guarire il peccatore e restituirgli la possibilità di una vita nuova.

La misericordia non significa dunque negare il male o considerarlo irrilevante. Significa guardare la persona oltre il suo peccato e offrirle la possibilità della conversione. È la logica stessa del Vangelo: Cristo non si allontana da chi è ferito, ma gli si fa vicino.

«Misericordia io voglio e non sacrificio»

L’espressione pronunciata da Gesù riprende le parole del profeta Osea: «Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6). Non viene condannato il sacrificio in quanto tale. Ciò che viene rifiutato è una religiosità ridotta a pratiche esteriori, nella quale il rito rischia di sostituire la conversione del cuore. La vera relazione con Dio non può essere separata dalla relazione con il prossimo. Il profeta e Gesù ricordano così che Dio non desidera un culto che rimanga sulle labbra mentre il cuore resta chiuso. La fede deve diventare vita e la liturgia deve trasformare l’esistenza.

Per questo il Salmo proclama: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 50,19). Il sacrificio gradito a Dio è dunque anzitutto quello di un cuore che riconosce la propria povertà, si lascia convertire e diventa capace di misericordia.

Il sacrificio alla luce di Cristo

Da qui prende avvio uno dei passaggi più profondi dell’omelia: che cosa significa realmente «sacrificio» per il Cristiano? La risposta viene dalla persona stessa di Gesù. Nell’Antico Testamento il sacrificio era spesso espresso attraverso l’offerta di animali, dei frutti della terra e di altri doni. La Scrittura, tuttavia, aveva già preparato una comprensione più profonda del sacrificio.

Il Salmo afferma: «Tu non gradisci il sacrificio; se offro un olocausto, tu non lo accetti» (Sal 50,18). E la Lettera agli Ebrei, applicando a Cristo le parole del Salmo, proclama: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. […] Allora ho detto: “Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10,5-7).

Qui si trova il centro della teologia Cristiana del sacrificio: Cristo non offre semplicemente qualcosa, ma offre sé stesso. Il sacrificio Cristiano non consiste primariamente nella privazione, nella sofferenza ricercata o nella rinuncia fine a sé stessa. Il suo significato più autentico è il dono della propria persona a Dio e agli altri, nel compimento della volontà del Padre.

Per questo la Lettera agli Ebrei afferma: «Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre» (Eb 10,10). E ancora: «Egli, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio» (Eb 10,12).

Cristo è dunque il compimento di ogni sacrificio. La sua Croce non è semplicemente una sofferenza subita, ma l’offerta libera e amorosa della propria vita al Padre per la salvezza dell’umanità.

«Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente»

La Pasqua di Cristo coinvolge anche la vita del credente. San Paolo, nella Lettera ai Romani, rivolge ai cristiani un invito preciso: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). Il Cristiano è quindi chiamato a partecipare al dono di Cristo. Ma come si realizza concretamente questa offerta?

Mons. Iannone conduce la riflessione nel cuore dell’uomo. Il sacrificio Cristiano passa attraverso la conversione dell’«io» e il superamento dell’egoismo, dell’orgoglio, del desiderio di avere sempre ragione, della difficoltà a riconoscere i propri errori e della pretesa di porre sé stessi al centro.

Il primo sacrificio che Dio chiede è quello di un cuore che accetta di non essere il proprio dio. È un sacrificio quotidiano, spesso nascosto e silenzioso. Significa imparare a rinunciare a ciò che ci impedisce di amare; saper chiedere perdono; riconoscere le proprie responsabilità; rinunciare al rancore; accettare di fare spazio all’altro. In questo senso acquista pieno significato, ancora una volta, la parola del Salmo: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 50,19).

Il sacrificio genera misericordia

A questo punto, sacrificio e misericordia si rivelano non come due realtà opposte, ma come due dimensioni profondamente unite. Quanto più l’uomo impara a sacrificare il proprio egoismo, tanto più diventa capace di misericordia.

La rinuncia a sé stessi non conduce alla chiusura o alla durezza. Al contrario, libera spazio per l’altro. Chi non vuole mai rinunciare alle proprie ragioni difficilmente riesce a perdonare. Chi pretende sempre di essere riconosciuto difficilmente riesce ad accogliere. Chi è completamente ripiegato su sé stesso fatica a vedere la sofferenza degli altri. Il sacrificio cristiano, invece, è un cammino di liberazione dall’egoismo e di apertura all’amore.

Per questo la parola di Gesù, «Misericordia io voglio e non sacrificio», può essere compresa nella sua profondità: Dio non vuole sacrifici che rendano l’uomo più duro, ma un sacrificio che trasformi il cuore e lo renda più misericordioso.

Un sacrificio «per qualcuno»

Un’altra caratteristica essenziale del sacrificio Cristiano è che esso non è mai fine a sé stesso. Cristo si offre «per noi». La sua offerta è una vita donata. Ed è proprio questa la misura della vita cristiana: non chiedersi soltanto quanto si è capaci di rinunciare, ma per chi e per che cosa si è disposti a donarsi.

Anche qui l’esempio di Gesù è illuminante. Il Signore digiuna nel deserto e siede anche a tavola con Matteo e con i peccatori. Non c’è contraddizione. L’austerità verso sé stessi e la misericordia verso gli altri appartengono alla medesima logica dell’amore. La rinuncia Cristiana non ha lo scopo di renderci più duri, ma più disponibili al dono.

L’Eucaristia: il sacrificio di Cristo e il nostro sacrificio

Tutta la riflessione conduce naturalmente all’Eucaristia. Nella Messa non offriamo a Dio qualcosa che possa essere paragonato al sacrificio di Cristo. Il sacrificio di Cristo è unico e definitivo. La Chiesa, tuttavia, viene resa partecipe di quell’unico sacrificio.

Le nostre piccole offerte quotidiane – le fatiche, le rinunce, il servizio, le sofferenze, il perdono, la pazienza, il bene compiuto nel nascondimento – vengono unite all’offerta di Cristo.

È l’Eucaristia a dare al nostro dono il suo vero significato. In essa comprendiamo che la nostra vita non è chiamata semplicemente a «fare» qualcosa per Dio, ma a diventare dono con Cristo, in Cristo e per Cristo.

È in questo contesto che risuona una delle espressioni più significative dell’omelia di Mons. Filippo Iannone: «Cristo fa anche di noi un’Eucaristia per il Padre e per il mondo». È una frase che racchiude una profonda visione della vita cristiana. L’Eucaristia non termina con il congedo dalla celebrazione. Il Cristiano è inviato nel mondo per prolungare nella vita ciò che ha celebrato sull’altare. Ricevere Cristo significa essere chiamati a diventare, a nostra volta, pane spezzato e dono per gli altri.

Dalla casa di Matteo alla mensa eucaristica

A questo punto, la figura di Matteo ritorna come filo conduttore. Matteo apre la sua casa e invita Gesù. Attorno a quella tavola siedono uomini che hanno bisogno di misericordia.

Nell’Eucaristia, la Chiesa diventa a sua volta la casa nella quale Cristo convoca i peccatori e offre loro la sua misericordia. La tavola di Matteo anticipa così, in qualche modo, la mensa eucaristica. È lo stesso Cristo che continua a rivolgere all’uomo il suo sguardo misericordioso; è lo stesso Cristo che continua a chiamare; è lo stesso Cristo che continua a offrire sé stesso per la salvezza del mondo.

L’Eucaristia è pertanto il punto d’incontro tra la misericordia ricevuta e il dono che siamo chiamati a diventare.

Non partecipiamo alla Messa soltanto per ricevere consolazione. Partecipiamo perché Cristo trasformi la nostra vita e ci renda capaci di portare nel mondo la sua stessa logica di amore e di misericordia.

«Gettate le reti»: la missione della Chiesa

L’incontro con Cristo non può rimanere un fatto privato. Come Matteo, anche il cristiano è chiamato a diventare testimone. La grazia ricevuta chiede di essere condivisa. Da qui l’invito a non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà dell’annuncio. La Chiesa è chiamata a gettare le reti, a seminare il Vangelo, a testimoniare la fede con la parola e soprattutto con la vita.

Non tutto dipende dai risultati immediati. Il compito del discepolo è la fedeltà; il frutto ultimo è nelle mani di Dio. È una prospettiva profondamente evangelica: la missione nasce dalla fiducia nel Signore e non dalla presunzione di poter contare soltanto sulle proprie forze.

La comunità cristiana è chiamata perciò a essere una comunità accogliente, misericordiosa, capace di ascolto e di annuncio, nella quale chi è ferito possa incontrare non un giudizio di condanna, ma la possibilità di ricominciare.

Maria, donna dell’«Eccomi»

L’omelia si conclude affidando il cammino della comunità alla Vergine Maria.

Anche Maria, come Matteo, è raggiunta dallo sguardo e dalla chiamata di Dio. La sua risposta è racchiusa in una parola che rappresenta una delle espressioni più alte della fede biblica:

«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

L’«Eccomi» di Maria è la risposta di chi accoglie la volontà di Dio e si mette a sua disposizione. È la stessa disponibilità che ritroviamo, in forma diversa, nella risposta di Matteo al «Seguimi» di Gesù. Così il cammino si chiude là dove era iniziato: Dio guarda, Dio chiama, l’uomo risponde e la grazia trasforma la vita in dono.

Una vita trasformata dalla misericordia

La figura di San Matteo appare così come una vera icona della vita Cristiana.

Matteo è un uomo raggiunto da uno sguardo che non lo giudica secondo il suo passato, ma lo apre a un futuro nuovo. È chiamato non perché sia perfetto, ma perché Dio, nella sua misericordia, vede in lui la possibilità di una vita nuova. La sua risposta diventa sequela; la sequela diventa testimonianza; la testimonianza diventa accoglienza; l’accoglienza diventa misericordia. E la misericordia, a sua volta, conduce alla comprensione autentica del sacrificio: offrire a Dio non semplicemente qualcosa, ma la propria vita.

Tutto questo trova il suo compimento nell’Eucaristia, nella quale il sacrificio unico di Cristo coinvolge anche la sua Chiesa e trasforma le nostre piccole offerte quotidiane in partecipazione al suo stesso dono.

È questo, in definitiva, il grande itinerario proposto da Mons. Filippo Iannone: lasciarsi guardare da Cristo, accogliere la sua chiamata, convertirsi alla misericordia, imparare il dono di sé e vivere l’Eucaristia come sorgente e forma della propria esistenza Cristiana.

San Matteo ci ricorda che nessuna vita è troppo lontana perché Cristo non possa raggiungerla. Il Signore continua a passare, continua a guardare, continua a chiamare. E l’invito al quale il discepolo è chiamato a rispondere rimane sempre semplice e radicale: «Seguimi».

A noi è chiesto di alzarci, come Matteo, e di seguire Cristo; di aprire, come lui, la nostra casa; di accogliere la misericordia e di trasformarla in misericordia per gli altri. Così la nostra vita, unita a quella di Cristo nell’Eucaristia, può diventare davvero – secondo la suggestiva espressione dell’omelia – «un’Eucaristia per il Padre e per il mondo».

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