Il Cardinal Battaglia ha proseguito: «Vorrei una pace che si possa toccare, una pace con le ginocchia sbucciate, come i bambini che giocano nei vicoli. Una pace che sa di pane e di sale, che si impasta ogni giorno, che non arriva già pronta. Vorrei una pace che non sia una tregua stanca, che non sia solo un intervallo tra due colpi. Vorrei una pace che non abbia bisogno di spiegarsi troppo, perché la riconosci dal rumore. Quando arriva la pace, cambia il suono del mondo».
Il Cardinal Battaglia ha aggiunto inoltre, che «noi possiamo pregare quanto vogliamo — e dobbiamo pregare — ma se la preghiera non ci cambia le mani, diventa un rito senza carne. Una bella cornice senza quadro».
Il giorno precedente, in un’intervista a cura di Antonio Musella su Fanpage del 31 gennaio 2026, il Cardinale Domenico Battaglia ha avvertito, che «rischiamo di perdere ciò che ci rende davvero liberi: l’umanità». Alla domanda su come difendersi dalla barbarie che incombe su tutti noi, ha risposto: «La violenza, quella comunitaria soprattutto, non arriva mai tutta insieme. Si insinua lentamente, attraverso una cultura dell’odio, un linguaggio duro, privo di empatia, segnato dall’indifferenza, dal cinismo, dalla catalogazione e dalla stigmatizzazione dell’altro, che così perde un nome e diventa un’etichetta. È per questo che occorre resistere, non dimenticando mai i nomi e le storie delle persone, coltivando spazi di umanità e relazione, allenando lo sguardo e il cuore a non diventare insensibili. Ogni volta che riduciamo una persona a un numero, a una categoria, a un problema da gestire, stiamo già cedendo terreno».

David Grossman ha ricevuto il Premio “Pellegrini di Pace” per il suo impegno contro i conflitti. Ha risposto alle domande di tre ragazzi e ha dialogato con il Cardinal Battaglia. Parlando di pace, lo scrittore israeliano, che alla risposta umana ai conflitti ha dedicato la sua carriera, ha ribadito di non voler cedere alla paura e alla frustrazione, né di alzare muri al dolore.
La consegna del Premio a Grossman ha rappresentato la prima edizione di un progetto dall’orizzonte lontano, come ha dichiarato Marisa Laurito, che ha condotto la serata: «Questo Premio sfocerà in una marea di manifestazioni, speriamo presto e con l’aiuto anche di tante altre associazioni che arriveranno successivamente. Faremo rete con la città e con le periferie per fare sì che Napoli diventi città della pace. Quale città, se non Napoli, è capace di trasformare le ferite in canto e i conflitti in dialogo? Napoli città della pace, non come slogan ma come dichiarazione culturale». Laurito ha quindi letto una pagina tratta da *Il volto della pace* di Paul Éluard.
Napoli vuole diventare la città che promuove la pace, ha ribadito Laurito. Lo ha sottolineato con decisione anche Nino Daniele, Coordinatore del Comitato scientifico del Premio: «Napoli può e deve darsi una missione: diventare città della pace. La pace non è soltanto assenza di guerra, ma è dialogo, fraternità e comunità. Ce la metteremo tutta con una serie di iniziative che non saranno soltanto il Premio della Pace, ma che si articoleranno nel corso dell’anno e che sicuramente incarneranno questo obiettivo».



L’evento è stato scandito da un programma musicale, che ha visto la partecipazione di numerosi artisti dell’eccellenza napoletana. Ad aprire la serata è stato Luca Rossi con la sua tammorra, seguito da Fiorenza Calogero, una delle più profonde interpreti della canzone tradizionale napoletana, accompagnata da Ziad Trabelsi. È stata poi la volta di Dario Sansone, cantautore impegnato nel sociale e per la pace, e di Giovanni Block, giovane flautista e compositore cresciuto tra musica e teatro. In chiusura, Enzo Gragnaniello, uno dei più importanti cantautori napoletani contemporanei, quattro volte vincitore della Targa Tenco, accompagnato dal mandolinista Piero Gallo. Fuori programma, l’intervento di Enzo De Caro, che ha prestato la voce alla poesia La mia città del teologo Giovanni Matino.
