Il cammino meditato



I partecipanti si sono messi in cammino lungo un percorso che, tra suggestivi scorci immersi nella quiete di questo luogo, ha toccato alcune tra le principali cappelle che compongono il complesso del Sacro Monte, dove superbi gruppi scultorei illustrano la storia della Salvezza.

Significativamente il cammino è iniziato dalla cappella dedicata al peccato originale: ai piedi dell’albero della conoscenza del bene e del male, tra i cui rami è avvinghiato il tentatore, Eva porge ad Adamo il frutto di cui il Creatore ha proibito loro di cibarsi. Sulla parete di fondo, gli affreschi illustrano Dio Padre che cerca i progenitori dopo il peccato da loro commesso, e la conseguente loro cacciata dal giardino.
«Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Rm 5,12). Con queste parole l’Apostolo Paolo spiega come nella colpa del primo uomo si rispecchi quella dell’intera umanità e nella sua disobbedienza quella di tutti. Ma nell’istante stesso in cui il peccato entra nella storia, la Misericordia di Dio già aveva disposto il disegno di Salvezza: «Se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5,15).


Ecco, quindi, che il percorso è proseguito sostando dinnanzi alle cappelle raffiguranti alcuni segni che Gesù ha compiuto, così come descritti nei Vangeli: l’episodio della donna di Samaria al pozzo di Giacobbe, la guarigione del paralitico. Tutto concorre a ricordare al fedele che compie questo cammino, che Gesù è il Cristo; Egli è la Salvezza, la risposta data da Dio al peccato dell’uomo. Quel Dio talmente innamorato del genere umano, da inviare il suo Figlio unigenito a morire sulla Croce per vincere la morte, entrata nella storia a causa del peccato.
Sostando in modo particolare dinnanzi alle scene dedicate alla Passione e Morte del Signore, Don Lorenzo Marchetti ha aiutato i partecipanti a preparare il proprio cuore per vivere in pienezza i Misteri Pasquali, invitando a calarsi nel “qui ed ora” delle scene rappresentate dai gruppi scultorei custoditi nei tempietti, ad essere parte dei quegli eventi non come se fossero relegati in un passato lontano, ma pienamente presenti e attuali.
La Celebrazione Eucaristica
Luogo dell’incontro con il Signore Risorto

Una delle ultime cappelle visitate dai partecipanti presenti all’esperienza del Sacro Monte, rappresenta l’istituzione dell’Eucarestia da parte del Maestro durante la sua Ultima Cena. Secondo la sensibilità ed il linguaggio artistico propri del XVII secolo, la scena si svolge in un ambiente riccamente decorato da fregi e false architetture barocche. Al centro della sala, sotto un lampadario in cristallo di rocca, una grande mensa rotonda accoglie i dodici Apostoli con al centro Gesù. Sulla tovaglia finemente intagliata, sono disposte una gran varietà di cibi dall’alto valore simbolico: pani, pesci arrostiti (rimando al miracolo della moltiplicazione descritto nei Vangeli); uova, simbolo di nuova vita; una grande varietà di frutta, tra cui abbondanti ciliegie, che nel linguaggio iconografico tradizionalmente richiamano il sangue di Cristo, probabilmente in virtù del loro colore; così come l’uva, comunemente ricondotta alla specie eucaristica del vino. Al centro della tavola, in posizione rialzata, spiccano tre melograni, la cui struttura formata da un’innumerabile quantità di chicchi riuniti in uno stesso frutto, richiamano a quell’unità nella diversità che caratterizza la Chiesa.
La ricchezza di questa raffigurazione sembra contrastare con l’asprezza di quelle che rimandano ai momenti della Passione e Morte di Gesù: i damaschi finissimi che rivestono la mensa dell’Ultima Cena lasciano il posto alla ruvida nudità del legno della croce ed al semplice lino del sudario che accoglie il corpo martoriato del Signore. Tutto riporta alla realtà del Mistero pasquale: sin dal suo nascere la Chiesa, attraverso l’insegnamento dei Padri, indica l’unione indissolubile dell’Eucarestia, istituita da Cristo durate l’Ultima Cena, con il sacrificio della Croce. La Divina Liturgia è memoriale, ossia ripresentazione incruenta, dell’unico sacrificio di Cristo sulla Croce. Sull’altare Egli si rende presente con il suo corpo ed il suo sangue, offrendosi al Padre per mezzo del sacerdote.
Ecco quindi come la liturgia sia “luogo” dell’incontro tra la Chiesa ed il suo Maestro Risorto e vivo, tra ogni singolo Cristiano ed il Signore.

Dopo aver meditato e contemplato “per immagini” la Storia della Salvezza attraverso il cammino tra le cappelle del Sacro Mote, i partecipanti hanno vissuto realmente l’incontro con il Signore nella Santa Messa, presieduta da Mons. Gianpiero Rampin, Cappellano di Merito, celebrata nella Basilica dell’Assunzione di Maria Santissima, la “cappella” che chiude il percorso devozionale del Complesso Sacro contemplando il destino di bellezza e di gloria di cui già partecipa la Madre di Dio e a cui è chiamato ogni Cristiano, reso nuova creatura in Cristo Risorto.
Commentando il Vangelo proclamato (Gv 7,40-53 – Il Cristo viene forse dalla Galilea?), Mons. Rampin ha illustrato come questo brano si apra con un “dissenso” tra la gente circa l’identità di Gesù: alcuni sostenevano fosse un grande profeta, altri riconoscevano in Lui il Messia atteso. Le stesse guardie, inviate per arrestarlo, rinunciarono davanti all’autorevolezza del Maestro e dei suoi insegnamenti. Intervennero i capi religiosi arrogandosi la capacità di discernere, con la loro autorità, ciò che viene da Dio e cosa no: «Ha forse creduto in Lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!»
Accecati dalla loro presunzione, essi non si lasciarono guidare dallo Spirito nel riconoscere in Gesù il Salvatore annunciato dai Profeti nelle Scritture di cui vantavano la conoscenza. Il Nazareno non corrisponde all’immagine del Messia che essi stessi si erano creati. Da qui il parallelo presentato da Mons. Rampin, con il rischio in cui incorriamo anche noi oggi: rischiamo di essere come costoro, di lasciarci dominare dal dubbio se le nostre aspettative restano disattese e la nostra volontà irrealizzata.
Mons. Rampin ha concluso la sua omelia con l’invito rivolto ai Cavalieri e alle Dame della Sacra Milizia in modo particolare, di domandare al Padre di rendersi capaci di ascoltare la sua voce nella Parola e riconoscerlo come Signore, così da rendere la propria vita e il servizio nell’Ordine Costantiniano testimonianza autentica di Cristo Risorto.
Il Sacro Monte di Varallo
Il Sacro Monte di Varallo, in Provincia di Vercelli e nella Diocesi di Novara, è il più antico dei nove Sacri Monti edificati sulle Alpi piemontesi e lombarde. Esso sorge sulla sommità di uno sperone roccioso, immerso nel verde dei boschi ai piedi del Monte Rosa.
Verso la fine del XV secolo, il frate francescano Bernardino Caimi, già Custode del Santo Sepolcro a Gerusalemme, progettò la realizzazione di una Nuova Gerusalemme, per consentire ai fedeli di vivere la spiritualità del pellegrinaggio in Terra Santa riproponendone fedelmente i luoghi simbolo. Il percorso si snoda tra vie e piazzette con 44 cappelle dedicate ai misteri della Vita, Passione e Morte di Gesù Cristo e della vita della Vergine Maria, con la basilica dell’Assunta come stazione finale.






All’interno delle cappelle, statue e dipinti danno forma e voce, “qui e ora”, ai misteri contemplati. Più di ottocento sculture in legno o terracotta a grandezza naturale e oltre tremila affreschi formano quello che Giovanni Testori definì il “Gran Teatro Montano”. Tutto concorre ad aiutare il fedele ad immedesimarsi nella storia narrata nelle Sacre Scritture, favorendo un coinvolgimento emotivo capace di assicurare un’autentica esperienza di Fede e di catechesi.


Il complesso monumentale del Sacro Monte di Varallo appare oggi come una vera e propria cittadella fortificata, cinta da mura e caratterizzata da vie, piazze, palazzi e giardini alla cui realizzazione lavorarono, nel corso dei secoli, alcuni tra i principali nomi del panorama artistico piemontese e non solo: Gaudenzio Ferrari, architetto, scultore e pittore originario proprio della Valsesia e formatosi tra Milano e Roma; Galeazzo Alessi di Perugia; i fratelli Giovanni, Melchiorre e Tanzio d’Enrico, quest’ultimo definito il “Caravaggio delle Alpi”. Con la loro opera essi portarono all’apice il connubio tra scultura e pittura, infondendo un intenso senso di teatralità, particolarmente caro al linguaggio artistico e devozionale del Barocco.
Il Sacro Monte di Varallo è riconosciuto dal luglio 2003 come bene di interesse mondiale tutelato dall’UNESCO.
