
I festeggiamenti in onore del patrono della città di Licata presso il Santuario diocesano di Sant’Angelo si sono svolti dal 26 aprile al 6 maggio 2026, nell’ambito dell’Ottavo Centenario 1226-2026 del Beato Transito di San Francesco d’Assisi e della prima approvazione da Papa Onorio III della Regola Carmelitana «formula vitae».



Il solenne Pontificale in onore di Sant’Angelo, momento centrale dei festeggiamenti patronali, è stato celebrato nel giorno della festa di Sant’Angelo, in vece dell’Arcivescovo metropolita di Agrigento, S.E.R. Mons. Alessandro Damiano, dal Vicario Generale, Don Giuseppe Cumbo, concelebranti i sacerdoti diocesani, alla presenza delle autorità civili e militari. Ha partecipato una rappresentanza della Delegazione della Sicilia Occidentale, guidata in vece del Delegato, il Nob. Prof. Avv. Salvatore Bordonali, Cavaliere di Gran Croce di Giustizia, dalla Referente per la Provincia di Agrigento, la Dott.ssa Maria Luisa Tornambè, Dama di Merito con Placca d’Argento; con il Referente per la Sezione di Caltanissetta, Dott. Giuseppe Anzalone, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento.
Nel corso della sua omelia, Don Giuseppe Cumbo ha proposto una riflessione prendendo spunto dalla Liturgia della Parola e dalla figura di Sant’Angelo Martire, sottolineando come il martirio non debba essere considerato soltanto come un evento storico del passato, ma come un esempio concreto di vita Cristiana ancora attuale.
Richiamando il brano della Prima Lettura dal Libro della Sapienza (Sap 3,1-9), Don Cumbo ha evidenziato come «la sofferenza dei giusti, agli occhi di Dio, non rappresenti una sconfitta ma un passaggio verso la pace e la vita eterna. Un messaggio che ribalta la visione umana del dolore e della morte, trasformandoli in segni di speranza».
Ha richiamato il brano della Seconda Lettura dalla Seconda Lettera di San Paolo a Timoteo (2Tim.2,4-10;3,10-12), soffermandosi sulla testimonianza dell’apostolo che, pur vivendo la prigionia e la persecuzione, continua ad annunciare con forza il Vangelo. «La Parola di Dio non può essere incatenata», ha ricordato Don Cumbo, esortando a vivere le difficoltà quotidiane con Fede e perseveranza, mantenendo sempre lo sguardo rivolto a Cristo Risorto.
Commentando il brano del Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 24-27) proclamato, Don Cumbo ha ricordato le parole di Gesù sulla necessità di prendere la propria croce e seguirlo. Un invito, ha spiegato, che non richiama la rassegnazione ma una scelta consapevole di amore e dono di sé. «Chi perde la propria vita per il Vangelo la ritroverà», ha sottolineato, evidenziando il valore della vita vissuta come servizio agli altri.
Don Cumbo ha così presentata la figura di Sant’Angelo, martire carmelitano, come esempio di coraggio, fedeltà e totale affidamento a Dio. Ha ricordato come il santo abbia saputo trasformare la sofferenza in testimonianza autentica, lasciando alla comunità Cristiana un messaggio ancora oggi attuale: vivere la Fede con coerenza, anche nelle prove e nelle difficoltà del tempo presente.

Il conviviale
La giornata si è conclusa con un momento conviviale tra i Membri dell’Ordine Costantiniano e i partecipanti, occasione di fraternità e condivisione nel segno del messaggio spirituale di Sant’Angelo, esempio di perdono, dedizione e amore verso il prossimo.
La processione

La processione dell’arca argentea di Sant’Angelo, che si svolge ogni anno dalle ore 20.00 alle 24.00 del 5 maggio e della domenica successiva al ferragosto, segna il momento culminante della festa in suo onore. L’urna viene posta su un fercolo sorretto da sei strani felini alati patinati d’oro con funzione di cariatidi e tra questi gruppi di tre putti argentati per ogni lato. Molto bello è il baldacchino damascato con lo stemma cittadino, ornato di frange triangolari che lasciano pendere delle campanelline d’argento.


Le reliquie del Santo Martire, vengono portate a spalla dai marinai, a piedi nudi, che sostituiscono i contadini che ne avevano il privilegio fino ad alcuni anni addietro. I portatori del fercolo indossano la candida divisa estiva della Marina Militare.
Un tempo, quando la processione giungeva in piazza della Vittoria, dove una volta si apriva la porta della Marina, i contadini consegnavano l’urna ai marinai. Qui la bara faceva una lunga sosta, necessaria anche per la cerimonia della benedizione del mare e per le preghiere propiziatorie rivolte a Sant’Angelo perché rendesse la pesca sempre più abbondante: “Santangilu è lu nostru protitturi, carma lu ventu e abbunazza lu mari”. Oggi questa tradizione si rinnova solamente ad agosto quando il fercolo viene portato presso la spiaggia della Giummarella e condotto in acqua.

Sant’Angelo da Gerusalemme
La storia di Sant’Angelo affonda le sue radici in una plurisecolare tradizione, che ha inizio a Gerusalemme alla fine del XII secolo. Nato da genitori ebrei che scelsero di abbracciare il Cristianesimo in seguito a una apparizione della Vergine Maria, Angelo sentì presto la chiamata religiosa, entrando nell’Ordine Carmelitano e venendo successivamente ordinato sacerdote.
La sua ricerca di Dio lo portò inizialmente nel deserto, dove trascorse cinque anni immerso in una penitenza aspra. Terminata questa esperienza e dopo una breve sosta ad Alessandria d’Egitto, decise di volgersi verso l’Occidente per dedicarsi alla predicazione del Vangelo. Giunto a Roma, visse un momento storico per la Cristianità, avendo l’opportunità di incontrare figure come San Domenico e San Francesco d’Assisi. Si narra che proprio durante questi incontri avvenne un profetico scambio: Angelo predisse le stimmate a San Francesco, ricevendone in cambio il preannuncio del proprio imminente martirio.
Da Roma, Angelo proseguì il suo viaggio verso il sud della Sicilia, stabilendosi infine a Licata dove portò alcune reliquie provenienti da Alessandria d’Egitto, tra cui una reliquia di San Giorgio Martire. Fu qui che la sua missione evangelica si scontrò con la dura realtà locale; mentre predicava con fervore contro la corruzione e l’immoralità, attirò l’ira di un signore del luogo, Berengario, che lo aggredì mortalmente. Anche nel momento estremo della morte, Sant’Angelo diede prova di santità, perdonando l’assassino e promettendo di intercedere presso Dio per la protezione della città.
Negli anni successivi, la sua tomba divenne meta di pellegrinaggio a causa dei numerosi miracoli a lui attribuiti. La gratitudine dei cittadini di Licata, che riconobbero in Sant’Angelo il loro difensore contro piaghe terribili come la fame, la peste, la guerra e il terremoto, si concretizzò nell’edificazione di un tempio grandioso. Ancora oggi, la devozione verso Sant’Angelo resta vivissima, e le sue reliquie sono custodite in una preziosa urna d’argento all’interno della chiesa a lui dedicata.
Il Santuario di Sant’Angelo, edificato sul luogo del martirio, è oggi la chiesa patronale di Licata e custodisce una lunga e significativa storia di Fede, devozione e arte. Elevato a santuario diocesano nel 2010, continua a rappresentare un centro vivo di spiritualità, affidato alla cura dei Padri Carmelitani, dove la memoria del santo offre ai fedeli un modello autentico di Fede, testimonianza e dedizione evangelica.
