La liturgia del Giovedì Santo
L’Antifona d’ingresso ha richiamato il mistero della Croce quale fonte di salvezza: «Non ci sia per noi altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati» (Gal 6,14).
La Liturgia della Parola ha accompagnato i fedeli nel cuore del mistero pasquale:
- Prima lettura: Es 12,1-8.11-14 – Prescrizioni per la cena pasquale.
- Salmo responsoriale: Sal 115 – Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza.
- Seconda lettura: 1Cor 11,23-26 – Ogni volta che mangiate questo pane, annunciate la morte del Signore.
- Vangelo: Gv 13,1-15 – Li amò sino alla fine.

Momento particolarmente significativo è stato quello della lavanda dei piedi, gesto umile e potente con cui Cristo si fa servo, indicando ai discepoli la via dell’amore autentico e del servizio reciproco.
Al termine del Sacro Rito, i Cavalieri Costantiniani hanno accompagnato processionalmente il Celebrante nella reposizione del Santissimo Sacramento.





La solenne reposizione del Santissimo Sacramento presso l’altare della reposizione ha dato inizio al tempo dell’Adorazione silenziosa, segno della partecipazione dei fedeli all’agonia del Signore nell’Orto degli Ulivi, a cui hanno partecipato i Cavalieri Costantiniani, mentre la chiesa è rimasta aperta fino alla mezzanotte.
La celebrazione si è conclusa con la spogliazione dell’altare, segno della spoliazione di Cristo nella sua Passione.
Il mistero del Triduo Pasquale
Il Triduo Pasquale è il cuore dell’anno liturgico, annuncio e memoriale del desiderio ardente del cuore di Cristo, un roveto che brucia senza consumarsi. «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Come scrive Sant’Agostino commentando il passo dell’evangelista Giovanni: “Questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte. Questa è un’opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte”. Perciò quest’espressione “va intesa nel senso che li amò tanto da morire per loro”, ossia “che fu proprio l’amore a condurlo alla morte”.
Durante l’Ultima Cena, Cristo istituisce l’Eucaristia, rendendosi presente per sempre nella Chiesa. Come afferma Sant’Ambrogio: «Chi mangia la Vita, non può morire». E ancora Sant’Agostino invita i fedeli a riconoscere nel pane e nel vino consacrati il Corpo e il Sangue di Cristo, segno e realtà dell’unione con Lui.
Il gesto della lavanda dei piedi rimane una delle più alte espressioni del Vangelo: Dio che si fa servo dell’uomo, insegnando che nella Chiesa la vera grandezza consiste nel servizio. «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13,14).
Il Giovedì Santo
Il Giovedì Santo si articola in due momenti liturgici principali:
- la Messa del Crisma, celebrata al mattino dal Vescovo nella cattedrale, durante la quale vengono consacrati gli oli santi;
- la Messa vespertina in Coena Domini, che commemora l’Ultima Cena del Signore con i suoi apostoli.
In essa si intrecciano memoria, sacramento e profezia: memoria della Pasqua ebraica e della liberazione dall’Egitto; istituzione dell’Eucaristia come nuovo sacrificio; anticipazione della Passione.
Cristo, nella notte in cui fu tradito, non si limita a parlare d’amore, ma lo rende visibile nei gesti: spezza il pane, offre il calice, lava i piedi ai discepoli. E consegna alla Chiesa il comando nuovo: vivere nella carità, nell’umiltà e nella comunione.
Un invito alla conversione
La celebrazione del Giovedì Santo invita ogni fedele a interrogarsi sul proprio rapporto con Cristo: tra fedeltà e tradimento, tra debolezza e conversione. L’esempio degli apostoli – da Giuda a Pietro fino a Giovanni – interpella ciascuno.
Il desiderio più profondo del Cristiano è quello di unirsi a Cristo nell’amore, fino a poter dire con san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
In questo spirito, la partecipazione della Delegazione Tuscia e Sabina si inserisce nel cammino di fede e testimonianza dell’Ordine Costantiniano, rinnovando l’impegno a vivere concretamente i valori evangelici della carità, del servizio e della devozione eucaristica.

Foto di copertina: Juan Vicente Macip, L’ultima cena, circa 1562, olio su legna, 116×191 cm, Museo del Prado, Madrid.
