La Delegazione Tuscia e Sabina onora il patrono San Giorgio Martire ad Oriolo Romano

Su invito della Comunità parrocchiale e delle Autorità civiche di Oriolo Romano, una qualificata rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, guidata dal Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gran Croce de Jure Sanguinis con Placca d’Oro, domenica 4 maggio 2025 ha preso parte alla tradizionale Processione in onore di San Giorgio Martire, patrone della Sacra Milizia e della ridente cittadina dell’Alto Lazio. Oriolo Romano è un piccolo paese al confine tra la provincia di Roma e quella di Viterbo di cui fa parte, a soli 50 km da Roma. Il territorio comunale si espande su una zona collinare ricca di boschi d’alto fusto, lungo la via Clodia, antica strada che congiungeva il nord dell’agro romano con la Tuscania, oggi in parte parallela alla via Braccianese e alla via Cassia. Come da tradizione, i Cavalieri Costantiniani hanno prestato scorta d'onore alla statua di San Giorgio Martire.
San Giorgio

La Processione in onore di San Giorgio Martire si è formata al termine dei solenni Vespri celebrati nella Chiesa Madre di San Giorgio Martire in piazza Claudia, presieduta dal Parroco Don Giorgio Pollegioni.

Dopo aver percorso tutto il centro storico, al termine la Processione ha sostato di fronte al palazzo Alieri. Il Delegato per la Tuscia e Sabina ha preso la parola per ringraziare il Parroco, il Sindaco e la Confraternita di San Giorgio, per l’invito esteso ai Cavalieri Costantiniani, manifestando altresì vivo compiacimento per la profonda devozione che viene tramandata dal popolo oriolese verso il Santo Martire della Cappadocia. Al Delegato per la Tuscia e Sabina è stata consegnata una targa ricordo, in ringraziamento per la costante presenza Costantiniana all’evento religioso.

Preghiera a San Giorgio Martire

In questo giorno a te dedicato
il popolo Oriolese eleva questa preghiera

O potentissimo Patrono guarda e benedici il nostro paese, non permettere che si formino coscienze contrarie ai valori della vita, del rispetto, del dialogo e della comprensione.

Fa, o San Giorgio, che ogni Oriolese sia d’esempio di Amore e Carità fraterna nella famiglia, nel lavoro, nella Chiesa.

Ottieni da Dio la salute per gli ammalati, il conforto per chi è nel dolore, la speranza per chi è abbandonato e solo.

Ti affidiamo le famiglie in difficoltà, i disoccupati, gli anziani i bambini, gli iscritti alla confraternita, la nostra comunità civile e parrocchiale, le vite consacrate. Per noi tutti, Tu sia di costante protezione e aiuto.

Come ultima cosa ti chiediamo di proteggere gli oriolesi che sono lontani, giunga a Dio la nostra preghiera per loro.

Apri i nostri cuori alla generosità, alla gioia, fa che oggi e sempre scenda sopra di noi e su ogni abitante di Oriolo, per tua intercessione, la Benedizione di Dio nostro Padre, per mezzo del Signore Gesù Cristo.

Amen! Amen! Amen!

Approfondimenti

Oriolo Romano

Il toponimo, che è stato semplicemente Oriolo fino al 1872, deriva probabilmente dal latino aureus (d’oro), forse in riferimento alla fecondità del terreno, oppure dal nome di persona Aureolus. Quanto alla specificazione, essa si giustifica con la precedente appartenenza del comune alla provincia di Roma.

La cittadina venne fondata nel 1560 da Giorgio III Santacroce, ricevuto il feudo in donazione dalla famiglia Orsini, a livello urbanistico, sociale e politico. Il Signore ha saputo creare un esempio di piccolo stato, espressione forse di un pensiero, riscaldato da un particolare sentimento, di cui lo stemma, che il fondatore scelse, è la traccia: “D’azzurro, al Pellicano con la sua pietà d’argento”, con il motto su listello bifido, svolazzante e arcuato: “In hoc consistit verus amor”.

Volendo disboscare la selva preesistente, Giorgio III Santacroce dava vita ad una comunità ricalcando i criteri idealistici del Tardo Rinascimento. Nelle sue intenzioni si doveva costruire una città ideale, a misura d’uomo, e le felici intuizioni dell’epoca risaltano all’occhio anche del visitatore contemporaneo.

La famiglia Santa Croce era presente a Roma dal Mille, abitava nel rione Sant’Angelo dal XII secolo; si dice fosse piuttosto turbolenta, spesso coinvolta nelle lotte baronali e nelle risse violente del Quattrocento, specialmente contro la famiglia Margani di Roma con cui si registrarono diversi scontri e fatti di sangue in un’autentica faida medioevale. Papa Sisto IV cacciò i Santa Croce da Roma e distrusse le loro case. Ma, appena l’aria divenne più respirabile, sotto Papa Innocenzo VIII i Santa Croce ritornarono e fu allora che Antonio fece costruire il palazzetto di Roma sui resti delle case: fu questa la base della loro rinascita. In origine erano mercanti, ma riuscirono ad introdursi nell’ambiente curiale, vantando quattro cardinali.

Sulla facciata del palazzo Santa Croce, oggi noto come palazzo Altieri, erano presenti alcune parole che possono essere considerate l’atto di nascita del Paese: “Giorgio Santa Croce Quinto Signore di Viano, figlio di Onofrio, disboscò la selva di Manziana, e condottovi i coloni nell’anno 1562, rese frequentata la strada Claudia, dotò di mura il castello di Oriolo, edificò la chiesa di San Giorgio (1570), edificò questo palazzo”.

A prescindere da questa epigrafe, oggi non più presente sulla facciata, la data di fondazione del paese è da considerarsi quella del 15 aprile 1560. Infatti, in tale data fu stipulato, a rogito notaro Ser Pietro di Viano, il Contratto fatto con li primi habitori dell’Oriolo con il quale Giorgio III Santacroce invitò nelle sue terre contadini e boscaioli, detti capannari, provenienti soprattutto dalla Toscana e dall’Umbria, da Pistoia e Siena in particolare. Giorgio III concesse enfiteusi e mise a disposizione case per gli abitanti con l’obbligo di disboscare macchie e di coltivare terre, corrispondendo il quinto di quanto raccolto. A seguito del primo contratto Giorgio III promulgò un secondo atto, a rogito stesso notaro, col quale, il 19 maggio 1562 stabilì Capitoli e convenzioni fra l’Illustrissimo Signore Giorgio Santacroce e i rappresentanti dei primi abitanti di Oriolo. Da un successivo scritto Per maggior confermazione e corroborazione delli soprascritti contratti è citato un istrumento di Messere Hercole Rafanelli del mese di dicembre 1576 che raccoglieva le volontà di Giorgio II, nel quale faceva donazioni e atti di liberalità alla popolazione, si deduce che i primi abitanti di Oriolo Romano erano chiamati oriolani anziché oriolesi come poi furono in seguito e fino a oggi inspiegabilmente appellati.

L’origine umbra dei primi abitanti di Oriolo risulta ancora oggi, a distanza di secoli, in talune inflessioni dialettali, usi culinari e folcloristici che si possono osservare nell’attuale popolazione.

Nel 1606 il feudo ritornò alla famiglia Orsini, che nel 1671 lo vendette alla famiglia Altieri. Il feudo restò agli Altieri fino al 1922, anno in cui fu definitivamente smembrato in base alle leggi che facilitavano l’affrancamento degli “usi civici”. L’Università Agraria, associazione di contadini residenti nata nei primi anni del ‘900 in seguito all’emanazione di una legge nazionale, distribuì gli usi civici delle terre affrancate ai residenti.

Risale al XVI secolo anche la chiesa parrocchiale di San Giorgio, in seguito rimaneggiata in stile barocco e contenente una grande tela raffigurante San Giorgio a cavallo che uccide un drago.

Il patrimonio storico-architettonico annovera anche il convento di Sant’Antonio, e la seicentesca chiesa di Sant’Anna.

Vivere Oriolo significa riscoprire il disegno urbanistico originario, con le piazze da cui partono le vie larghe e diritte, visitare palazzo Altieri, con le stratificazioni architettoniche e pittoriche dei vari signori e l’essenziale galleria dei Papi, passeggiare per il viale signorile delle Olmate, penetrare nella natura di villa Altieri, il giardino principesco per anni interdetto restituito da poco alla comunità, poter meravigliarsi delle chiese, la barocca chiesa San Giorgio, la nascosta Sant’Anna, fino al suggestivo Convento di Sant’Antonio, fatto costruire da Papa Clemente X nel 1675, per poi immergersi nel verde della Faggeta, un sito naturalistico protetto caratterizzato da faggi vetusti che sorgono a un’altezza inusuale, a soli 450 metri invece dei soliti 700-800, o nella tranquillità del parco della Mola, con le cascate, il mulino e i canali voluti dallo stesso Giorgio Santacroce per permettere alla popolazione di macinare il grano, e le polle di acqua sulfurea e ferruginosa.

Oriolo Romano, che da anni ormai ha sposato la missione dell’Associazione Comuni Virtuosi, può vantare una percentuale di raccolta differenziata stabilmente intorno all’80%, che si riscontra anche nelle numerose sagre e feste, dove i visitatori incontrano i prodotti locali utilizzando stoviglie completamente recuperabili. Si può partecipare alla celebrazione dei festeggiamenti patronali in onore di San Giorgio e del Ferragosto in venerazione della Madonna della Stella, si possono degustare i porcini piatto forte della Sagra del Fungo Porcino il secondo e il terzo fine settimana di settembre, ci si può divertire con il Muso Festival, una tre giorni di musica indipendente che si svolge il terzo week-end di luglio.

Il connubio tra la storia dei Comuni Virtuosi e l’idea del borgo di Oriolo Romano come città ideale ha permesso un fortunato incontro di tradizione e di innovazione: oggi il paese può servirsi di un piccolo mercato contadino animato da produttori locali, è consapevole che l’illuminazione pubblica utilizza, sia nei nuovi impianti sia nei più vecchi, le più recenti tecnologie disponibili per risparmiare e ridurre i consumi, sa che gli impianti sportivi e le scuole ricorrono a efficienti soluzioni energetiche fotovoltaiche e solari, in un’ottica complessiva tesa sempre a far coesistere le caratteristiche della comunità con gli stimoli che arrivano dall’esterno.

Cosa che non potrebbe non essere dato che Oriolo, che oggi conta circa 3800 abitanti, è facilmente raggiungibile tramite treno con la rete ferroviaria Roma-Viterbo, e giorno dopo giorno diventa sempre più luogo di ospitalità per i viaggiatori, siano essi a piedi, in bici o a cavallo.

Il palazzo Altieri

Nel borgo di Oriolo Romano sorge uno dei palazzi signorili più caratteristici del Lazio, il palazzo Santacroce cinquecentesco, poi divenuto palazzo Altieri, che costituisce la più illustre testimonianza storico-architettonica del luogo.

Costruito tra il 1578 e il 1585 per volontà di Giorgio III Santacroce e di suo figlio Onorio III, fu per un breve periodo proprietà degli Orsini e infine dal 1671 al 1971 degli Altieri, una delle più antiche e potenti famiglie principesche romane, che diede alla città anche un Papa, Clemente X.

La tradizione attribuisce la paternità architettonica a Jacopo Barozzi detto il Vignola, sebbene non ci siano prove sostanziali. Di certo sappiamo che una volta acquistato dagli Altieri, furono intrapresi importanti lavori di restauro per mano dell’Arch. Carlo Fontana, mentre per gli interni furono coinvolte maestranze della scuola di Taddeo Zuccari e si cita anche il nome dell’artista Giovanni Baglione, noto biografo del tempo.

Le numerose sale oggi visitabili, rendono bene l’idea del lusso e della moda del tempo. Tra le più importanti citiamo il salone degli Avi, fulcro del palazzo, dove sono presenti tutti i ritratti degli Altieri con i loro stemmi e blasoni; la sappella San Massimo opera degli Orsini; la sala delle Belle, dove rimangono nove degli undici ritratti delle sorelle Mancini dipinti da Jacob Ferdinand Voet o ancora la sala da pranzo che presenta dipinti tardo-settecenteschi che raffigurano i feudi circostanti, il palazzo e la via Altieri proprio ad Oriolo Romano.

Curiosità e particolarità assoluta del palazzo è la galleria dei Papi voluta da Clemente X con la serie di ritratti dei pontefici che si sono susseguiti nei secoli. Ideatore della collezione fu il Cardinale Paluzzo Paluzzi degli Albertoni Altieri, che commissionò nella seconda metà del XVII secolo a differenti artisti la realizzazione di queste particolari effigi tratte da antiche fonti iconografiche. Ciascun ritratto è inoltre corredato dallo stemma araldico della casata e da un cartiglio con le qualità del pontefice, gli eventi storici del suo pontificato e un motto in latino.

Passeggiando nella galleria è così possibile ammirare tutti i 270 ritratti che presentano uno dopo l’altro tutti i pontefici della storia, da San Pietro a Francesco. Questa curiosa “collezione” inoltre fu particolarmente importante per la ricostruzione della famosa serie di ritratti dei Papi conservata nella basilica di San Paolo fuori le Mura, andata in gran parte distrutta nell’incendio del 1823.

Quando negli anni Settanta del Novecento gli eredi Altieri a causa dei numerosi debiti dovettero vendere il palazzo, misero all’asta anche molti arredi originali, tra cui oggetti d’arte, mobili, libri, strumenti musicali: per questo l’interno presenta solo alcuni arredi seicenteschi, che rendono però l’idea del gusto e della raffinatezza degli ambienti del passato.

A coronare il fasto di questa villa principesca, c’è il grande parco oggi di proprietà comunale. La sua particolarità sta nel fatto di non seguire i canoni architettonici paesaggistici del manierismo tipico del “giardino all’italiana” allora molto in voga, ma grazie alla realizzazione di ampie aree di campagna con la presenza di alberi quali tassi e cedri del libano e viali alberati di lecci e olmi, anticipa di circa due secoli la forma del “giardino all’inglese”.

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