La rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina, guidata dal Delegato, era composta dal Vice Delegato Nob. Dott. Sandro Calista, Cavaliere de Jure Sanguinis con Placca d’Oro; il Cavaliere con Placca d’Argento Prof. Bruno Dimitri; e i Cavalieri di Merito Prof. Stefano Piacenti, Dott. Alessio Marzo, Gen. Dott. Maurizio Marchetti, Magg. Dott. Gabriele Riccioni e Dott. Giuseppe Musicco.

La Santa Messa è stata presieduta dal Vicario Generale della Diocesi di Viterbo, Don Luigi Fabbri. La Prima Lettura è stata letta dal Cav. Stefano Piacenti, e il Salmo dal Cav. Maurizio Marchetti, che hanno assistito anche alla proclamazione del Vangelo. I Cavalieri Costantiniani hanno prestato anche il servizio d’onore all’antico reliquiario esposto per l’occasione alla venerazione di fedeli. «Celebrare la festa di un martire, – ha sottolineato Don Fabbri -, ci ricorda che la testimonianza è la parte essenziale per essere Cristiano. Il Cristiano è un martire cioè un testimone: “Sarete testimoni fino al confine della Terra”. La consegna di Gesù, ed essere testimoni di lui, è la nostra vocazione. Non di quello che abbiamo appreso da altri, ma di quello che abbiamo sperimentato nella nostra relazione personale e profonda. Tutto ciò ci permetterà di affrontare le varie avversità della vita». Al termine della celebrazione, Don Fabbri ha rivolto un ringraziamento ai partecipanti, che hanno condiviso il momento di preghiera, e un augurio al seminarista Lorenzo che ha seguito l’organizzazione della cerimonia, per poi impartito la benedizione con la reliquia di San Lorenzo.



















Perché San Lorenzo nella comunità Cristiana di Viterbo ha sempre goduto tanta venerazione? Gli studiosi hanno avanzato un’ipotesi suggestiva, che peraltro viene confermata dalla storia e dalla devozione. Essi dicono che la festa di San Lorenzo, martirizzato il 10 agosto 258, assunse subito le funzioni di una festa dell’estate trionfante, perché nello stesso periodo, il 12 agosto, nel mondo romano pagano si svolgeva una festa in onore di Ercole, Invitto o Trionfatore, in ricordo della sua mitica venuta nel Lazio come liberatore. il dio Ercole era una personificazione del sole. È risaputo come la Chiesa primitiva nel suo costume di Cristianizzare le feste pagane, era solita erigere delle chiese sulle rovine di templi pagani. Chi meglio di San Lorenzo, morto nel periodo del solleone, poteva sostituire il dio pagano Ercole, festeggiato come l’emblema del sole? È storico che sul colle dove oggi sorge la cattedrale dedicata a San Lorenzo, anticamente c’era un tempio dedicato ad Ercole.
La vita di San Lorenzo Martire
come diaconato perenne
Il diacono e martire San Lorenzo ha assunto nel corso dei secoli una fama e una devozione veramente cattolica, universale, e ha saputo incarnare un modello concreto di servizio senza compromessi, tale ad essere additato come paradigmatico della diaconia in Cristo. Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di Papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa di Roma. Assiste il Papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.

Il dipinto si trovava nella seconda stanza del Magistrato del Sale sopra al Tribunale nella prima nicchia vicino le finestre, assieme ad altri dipinti che fanno parte della decorazione del Palazzo dei Camerlenghi. Pervenne alle Gallerie nel 1812 ma, già nel 1838 fu spedito a Vienna dove rimase fino al 1919. Reca gli stemmi e le iniziali di Lorenzo Falieri e Alvise Malipiero i committenti dell’opera.
Nel 237-38 d.C., regnando l’Imperatore Filippo detto l’Arabo, vennero celebrati solennemente i mille anni della Città di Roma. Poco dopo le feste, Filippo viene detronizzato e ucciso da Decio, duro persecutore dei Cristiani, che muore in guerra nel 251. L’impero è in crisi, minacciato dalla pressione dei popoli germanici e dall’aggressività persiana.
Contro i Persiani combatte anche l’Imperatore Valeriano, salito al trono nel 253: sconfitto dall’esercito di Shapur I, morirà in prigionia nel 260. Nel 257 ordina la persecuzione dei Cristiani, che dapprima non sembra accanita come ai tempi di Decio. Vieta le adunanze di Cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani. Ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana.
Però, al principio dell’agosto 258 emana un editto, secondo il quale tutti i vescovi, i presbiteri e i diaconi dovevano essere messi a morte. L’editto fu eseguito immediatamente a Roma, al tempo in cui Daciano era prefetto dell’Urbe. Così il vescovo Cipriano di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato. La stessa sorte tocca ad altri vescovi e allo stesso Papa Sisto II, sorpreso mentre celebrava l’Eucaristia nelle catacombe di Pretestato, fu ucciso il 6 agosto insieme a quattro dei suoi diaconi, tra i quali Innocenzo. Quattro giorni dopo, il 10 agosto fu la volta di Lorenzo, che aveva 33 anni.

All’esterno di un tempio, sulla sinistra, il Santo è circondato da una folla di ammalati verso i quali egli cerca di prodigare bene con le mani protese verso di loro. Alcuni sono inginocchiati, altri riversi per terra. In alto è lo sfondo azzurro del cielo.
Era stato infisso, a mo’ di quadro riportato, nel soffitto della sacrestia della cattedrale di Viterbo, dove tutt’oggi esiste la ricca cornice che lo inquadrava. Attualmente è presente lungo la navata sinistra della chiesa. Ricordato sempre dalle guide come San Carlo che cura gli ammalati, il dipinto deve invece rappresentare San Lorenzo tra gli ammalati. La figura del santo, infatti, per nulla rispondente a quella individuabilissima di San Carlo Borromeo, è riferibile invece alla tipologia di San Lorenzo.
Il quadro, inoltre, sempre dalle stesse guide riferito a Carlo Maratta, deve essere ritenuto opera di Marco Benefial, che lo eseguì prima del gruppo delle 10 tele, in un momento in cui fortemente subiva l’influsso marattesco, ricordo molto sentito della giovanile educazione.
Lorenzo nacque a Osca (Huesca) in Spagna nel 226 da nobilissimi e santi genitori. Tanti furono i doni che ricevette nei Sacramenti del Battesimo, Cresima ed Eucaristia, che sembrò prevenuto dalla grazia; mentre era ancora bambino s’astenne sempre da ogni divertimento puerile e fu a tutti modello di docilità e santa innocenza. Ricevuta la prima istruzione in patria, passò a Saragozza per apprendere lettere, ed in questa celebre Università i suoi progressi furono così rapidi e meravigliosi, che era ritenuto il migliore di tutti gli allievi. In questo tempo il Vescovo di quella città, vedendo in lui un tal candore di vita, gli conferì gli ordini dell’Ostiariato, del Lettorato ed Esorcistato.
Trovandosi nella penisola Iberica il futuro Papa Sisto II, allora Arcidiacono della Chiesa Romana, avendo udito parlare delle virtù di Lorenzo, lo condusse con sé a Roma, centro della Cristianità, dove personalmente ebbe cura della sua formazione. All’età di 17 anni, per il suo progresso nella scienza e nella virtù, la sua pietà, carità verso i poveri e l’integrità di costumi, fu da Papa Fabiano ordinato accolito, sei anni dopo suddiacono e quindi diacono: aveva 27 anni. Nel 258, essendo stato eletto alla Cattedra di Pietro, Sisto II, Lorenzo divenne Arcidiacono della Chiesa Romana, carica che corrisponde all’attuale dignità cardinalizia. Doveva sovrintendere all’amministrazione dei beni, accettare le offerte e custodirle, provvedere ai bisognosi, agli orfani e alle vedove. Per queste mansioni Lorenzo fu uno dei personaggi più noti della prima Cristianità di Roma ed uno dei martiri più venerati, tanto che la sua memoria fu ricordata da molte chiese e cappelle costruite in suo onore nel corso dei secoli.
Ma mentre la Chiesa lavorava e si espandeva fra i pagani, specie per l’infuocata predicazione di Lorenzo, si scatenò la persecuzione di Valeriano che al dire di San Dionisio fu delle più terribili.
Lorenzo fu catturato dai soldati dell’Imperatore Valeriano il 6 agosto 258 nelle catacombe di San Callisto assieme al Papa Sisto II ed altri diaconi. Mentre il Pontefice e gli altri diaconi subirono subito il martirio, Lorenzo fu risparmiato per farsi consegnare i tesori della Chiesa. Nella persecuzione sembra non mancare un intento di confisca.
Mentre il Pontefice veniva barbaramente trascinato dai soldati, gli si fece incontro Lorenzo che col volto bagnato di lacrime incominciò ad esclamare: «Dove vai, o Padre, senza tuo figlio? Per dove ti incammini, o santo sacerdote, senza il tuo diacono?». Sisto gli rispose: «Io non ti lascio né ti abbandono, o figlio, ma a te spettano altri combattimenti… Dopo tre giorni mi seguirai… Prendi le ricchezze ed i tesori della Chiesa e distribuiscili a chi tu meglio credi».
Lorenzo fece diligente ricerca di quanti poveri e chierici poté trovare nei quartieri di Roma e distribuì loro tutte le ricchezze. Poi, salutati per l’ultima volta i Cristiani, si portò da Valeriano che già l’aveva fatto chiamare, ed all’intimazione di recargli i beni della Chiesa, promise che entro tre giorni glieli avrebbe mostrati. Percorse le vie della città, raccolse un gran numero di poveri e glieli condusse dicendo: «Ecco qui i beni della Chiesa!». Ma quell’uomo irritato gridò: «Come hai tu potuto beffarti di me? Io so che tu brami la morte, ma non credere di morire in un istante, poiché io prolungherò i tuoi tormenti».
In seguito Lorenzo fu dato in custodia al centurione Ippolito, che lo rinchiuse in un sotterraneo del suo palazzo. In questo luogo buio, umido e angusto si trovava imprigionato anche un certo Lucillo, privo di vista. Lorenzo confortò il compagno di prigionia, lo incoraggio, lo catechizzò alla dottrina di Cristo e, servendosi di una polla d’acqua che sgorgava dal suolo, lo battezzò. Dopo il battesimo Lucillo riebbe la vista. Il centurione Ippolito visitava spesso i suoi carcerati; avendo constatato il fatto prodigioso, colpito dalla serenità e mansuetudine dei prigionieri, e illuminato dalla grazia di Dio, si fece Cristiano ricevendo il battesimo da Lorenzo. In seguito Ippolito, riconosciuto Cristiano, fu legato alla coda di cavalli e fatto trascinare per sassi e rovi fino alla morte.

Secondo un’antica “passione”, raccolta da Sant’Ambrogio, San Lorenzo fu bruciato sopra una graticola: un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. La Leggenda Aurea del Beato Jacopo da Varazze ne ha in modo significativo sigillato la pietas popolare con la narrazione dei suoi ultimi momenti. Mentre fu arrostito lentamente, nel cuore del Martire ardeva un incendio ben maggiore. Quando fu bruciato da una parte, il carnefice ordinò che lo rivoltassero, ed avendo gli aguzzini ubbidito, il Martire con volto sereno disse: «Ecce, miser, assasti tibi partem unam, regira aliam et manduca» (Ecco, da questa parte, sono cotto, rivoltatemi e mangia). Nuovi insulti uscirono dalla bocca del Prefetto, ma il Martire, cogli occhi rivolti al cielo si offriva al Signore invocando su Roma la divina misericordia, per incoraggiare ancora una volta i Cristiani presenti. Tra questi spasimi spirò la sua grande anima.
Invece, gli studi (v. Analecta Bollandiana 51, 1933) dichiarano leggendaria questa tradizione. Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri.
Il martirio di San Lorenzo è datato dal martirologio romano il 10 agosto 258. A ricordare questi avvenimenti furono erette a Roma tre chiese: San Lorenzo in Fonte, luogo della prigionia; San Lorenzo in Panisperna, luogo del martirio; e San Lorenzo al Verano, luogo della sua sepoltura al Campo Verano, nelle catacombe di Santa Ciriaca (la basilica fu costruita da Costantino, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III, e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943).
Seguendo l’esempio di Roma che dedicò al santo amatissimo e compatrono di Roma ben 34 chiese (di cui sette rimaste), i Viterbesi intestarono a San Lorenzo addirittura la loro cattedrale. Anzi, ricordando che il santo diacono era al servizio di Papa Sisto II, che lo aveva condotto con sé a Roma ordinandolo diacono, gli antenati dei Viterbesi pensarono di dedicare a lui anche una delle più belle e antiche chiese cittadine, quella appunto di San Sisto a Porta Romana.

Fin dai primi secoli del Cristianesimo, Lorenzo viene generalmente raffigurato come un giovane diacono rivestito della dalmatica, con il ricorrente attributo della graticola o, in tempi più recenti, della borsa del tesoro della Chiesa romana da lui distribuito, secondo i testi agiografici, ai poveri. Gli agiografi sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma. In particolare insieme a Santo Stefano e San Vincenzo, Lorenzo è per antonomasia modello perfetto del diacono, il servizio alla Chiesa vista come popolo in cammino che nel suo grembo riconosce Cristo presenti in particolare nei poveri e nei sofferenti.
San Lorenzo è patrono di diaconi, cuochi e pompieri.

La Cattedrale di San Lorenzo
Secondo la tradizione la Cattedrale di San Lorenzo venne costruita sulle rovine di un tempio pagano dedicato ad Ercole. Le notizie più antiche circa la presenza di un edificio di culto dedicato a San Lorenzo Martire sull’attuale Colle del Duomo risalgono all’Alto medioevo. Già nel 775 si parla di una pieve di San Laurentii e di Petrus, suo presbitero, e in una bolla di Papa Leone IV del 852 appare ancora un riferimento alla stessa. Successivi lavori portarono all’edificio romanico ancora visibile. La completa consacrazione arriverà nel 1192, anno in cui Papa Celestino III riunì Viterbo, Blera, Tuscania e Cencelle in un’unica diocesi insignendo la chiesa con il titolo di cattedrale.
Tra il XIV e XV secolo furono programmati importanti interventi sull’impianto della Cattedrale di San Lorenzo che, tuttavia, rimasero inespressi (Antonio da Sangallo). Il campanile, modificato nel 1369, ricorda lo stile gotico ed è caratterizzato dalla classica bicromia.
La cattedrale fu più volte ristrutturata. Nel corso del Cinquecento si registrarono interventi cospicui sulla struttura. Nel 1560 fu demolita l’abside maggiore per creare la nuova cappella del coro. Tra il 1568 e il 1570 il Cardinale Giovan Francesco De Gambara iniziò la costruzione di dieci cappelle laterali, otto delle quali furono richiuse dopo la seconda guerra mondiale. Le grandi arcate murate che si notano percorrendo le navate minori corrispondono agli ingressi di questi ambienti oramai non più fruibili. Nel 1570 fu realizzata la facciata.
Anche durante il XVII secolo assistiamo ad una fervente opera di rimodernamento, che porterà alla trasformazione definitiva dell’impianto romanico, prima dei restauri post bellici. Anche il duomo, come molti edifici storici viterbesi, fu colpito dai bombardamenti del 1944, pertanto parte della chiesa è stata ricostruita e i lavori, volti a ripristinare la prima fase, hanno portato la Cattedrale ad assumere l’aspetto complessivamente romanico che è possibile ammirare oggi.
Nel 1650 il Cardinale Francesco Maria Brancaccio diede avvio ai lavori della sagrestia e nel 1681 il suo successore, Stefano Brancaccio, fece costruire le volte sulle navate facendo rialzare quelle laterali e trasformando le finestre di quella centrale. A questi lavori si aggiungeranno quelli del Vescovo Sacchetti, che procedette alla demolizione dei muri che fiancheggiavano l’abside maggiore, al fine di ampliare il coro. Gli interventi successivi al XVII secolo, almeno fino ai restauri post bellici, saranno volti esclusivamente alla manutenzione e al restauro della struttura.

L’interno è suddiviso in tre navate. Nella navata destra si possono ammirare il fonte battesimale del XV secolo, le cappelle di Santa Caterina verso l’entrata e quella dei Santi Valentino ed Ilario a metà della navata, e diversi dipinti del XVII secolo. La parte centrale conserva il pavimento cosmatesco anche se più volte restaurato.
I lavori di arredo della sacrestia, finanziati grazie alla munificenza del Cardinale Muzio Gallo (1785-1801), allora Vescovo di Viterbo, furono completati nel 1795, come ricorda l’iscrizione presente sopra il portale d’ingresso. Il rivestimento fu realizzato in radica di noce dall’ebanista Luigi Cappuccini su disegno di Giuseppe Antonini.
Il gusto neoclassico si manifesta nell’ampio utilizzo di colonne, paraste e lesene con capitello ionico, negli ovuli e nei festoni e, in generale, nell’ampio richiamo a forme decorative tipiche della classicità greco-romana. Proprio questi elementi furono evidenziati con l’utilizzo dell’oro.
La decorazione della volta fornisce un accentuato illusionismo prospettico legato all’uso di linee convergenti al centro del soffitto e dalla rastremazione della decorazione a finti lacunari.
Particolare attenzione merita il crocifisso in cartapesta del XVII secolo realizzato con inserimento di giunti in legno che permettono la mobilità di parti del corpo quali le braccia ed il capo. È possibile notare uno di questi giunti in legno emergere da una caduta nella cartapesta sul braccio destro del Cristo. La possibilità di movimento è intuibile anche grazie all’asola presente nella mano destra del Salvatore in prossimità del chiodo.
L’orologio a pendolo a doppio bilanciere, ancor oggi perfettamente funzionante, è in fase con la stessa decorazione e fu voluto dal Cardinale Gallo.
La ricostruzione post bellica dell’abside centrale ha creato un doppio abside con la parte barocca nascosta dietro a quello centrale; in questa zona si trova la volta affrescata da Giuseppe Passeri (XVII secolo) con il Giudizio Universale e le Virtù Cardinali e una tela del Romanelli con San Lorenzo in gloria e vi si può accedere solo con la visita guidata che parte dal Museo Colle del Duomo. Nella cappella di San Filippo Neri si ammira il monumento funebre realizzato per Papa Giovanni XXI [QUI], la Cappella di Santa Lucia con affreschi barocchi ed altre tele eseguite tra XVII e XVIII secolo. Meritevole di attenzione anche la cappella di San Giuseppe.
Nel coro barocco si possono ammirare gli affreschi realizzati nel 1683 dal pittore romano Giuseppe Passeri. Questi rappresenta San Lorenzo nella scena principale della volta contornato dalle personificazioni delle virtù.
Nel catino absidale la figura del Cristo in Gloria è circondata dalla rappresentazione di alcuni santi: San Paolo, defensor fidei, con la spada; San Pietro, con le chiavi del Paradiso; Santi Valentino e Ilario, evangelizzatori della Tuscia e compatroni di Viterbo; Santa Eudossia martire, seguace di Valentino e Ilario; Santa Rosa da Viterbo, nelle vesti di suora, patrona di Viterbo; San Giuseppe, raffigurato con la verga fiorita; San Girolamo, con in mano la Vulgata, la traduzione della Bibbia; San Filippo Neri, con la barba bianca; San Francesco Saverio, con colletto nero.
Nel catino absidale dell’area del coro barocco, la pala d’altare – integralmente restaurata nel 1999 – rappresenta la Gloria di San Lorenzo ed è stata realizzata nel 1648 da Giovan Francesco Romanelli, artista viterbese attivo a Roma e presso la corte del Re di Francia al seguito del Cardinale Mazzarino, suo mecenate. L’autore rappresenta l’iconografia classica del Santo rappresentato in veste arcidiaconale nell’atto di saltare sulla graticola, strumento del martirio. Nella mano destra impugna la palma, attributo di tutti i martiri.
Da menzionare anche la riproduzione della Madonna della Carbonara, conservata in originale al Museo Colle del Duomo, da dove iniziano le visite guidate che racchiudono in un unico percorso la Cattedrale e il Palazzo dei Papi. All’inizio della navata sinistra è collocata anche la tavola del Redentore Benedicente tra San Giovanni Evangelista, San Leonardo, San Benedetto e San Giovanni Battista (1472) di Gerolamo da Cremona.

Preghiera a San Lorenzo
O invitto martire San Lorenzo, chiamato ad essere il primo tra i sette diaconi della Chiesa di Roma, hai chiesto ardentemente ed hai ottenuto di seguire il Sommo Pontefice San Sisto nella gloria del martirio. E quale martirio hai sostenuto! Con santa intrepidezza hai sopportato gli slogamenti delle membra, i laceramenti della carne ed infine il lento e penoso arrostimento di tutto il tuo corpo su una ferrea graticola. Ma davanti ai tanti tormenti non hai indietreggiato, perché sostenuto da viva fede e da ardentissimo amore per Gesù Cristo nostro Signore. Deh! O glorioso Santo, ottienici pure la grazia di mantenerci sempre saldi nella nostra fede, malgrado tutte le tentazioni del demonio e di vivere così conformi a Gesù, nostro salvatore e maestro, di giungere così alla beata eternità in paradiso. Amen.
Il prossimo impegno istituzionale
della Delegazione della Tuscia e Sabina
Giovedì 28 agosto 2025
Viterbo
Chiesa della Santissima Trinità
Santa Messa
Memoria di Sant’ Agostino, vescovo e dottore della Chiesa
