







Il Cavalieri e i postulanti della Delegazione della Tuscia e Sabina, su richiesta dei Padri Agostiniani, hanno prestato anche servizio d’ordine nel corso di tutta la giornata, insieme ai volontari parocchiali, accogliendo nella chiesa e nel chiostro conventuale i fedeli devoti della grande Taumaturga Agostiniana. Inoltre, hanno prestato servizio liturgico nel corso delle Sante Messe celebrate al mattino e nel pomeriggio.

Nella sua omelia (di cui riportiamo di seguito il testo integrale), Don Luigi Fabbri, dopo aver salutato i fedeli e in particolare i Cavalieri Costantiniani, si è soffermato sul significato della devozione del popolo Cristiano verso Santa Rita. Ha presentata la santa come modello di unione profonda con Gesù Cristo e guida spirituale per i fedeli. Ha sottolineato che i santi non devono essere considerati fine a sé stessi, ma amici e fratelli maggiori che conducono a Cristo. Anche se il nome di Santa Rita non compare nella Liturgia della Parola, la sua vita incarna pienamente il messaggio della Parola di Dio. La santa visse infatti nella preghiera, nel sacrificio nascosto e nella partecipazione amorosa alla Passione di Cristo, simboleggiata dalla spina sulla fronte. Richiamando le parole del Vangelo – “Io sono la vite e voi i tralci” – Don Fabbri ha evidenziato che, come Santa Rita, anche i cristiani devono restare uniti a Gesù attraverso la Fede e la preghiera, fonte della vita spirituale. San Paolo invita inoltre alla perseveranza nella preghiera, indispensabile per mantenere questo legame con Cristo. Per questo, Don Fabbri ha indicata la festa di Santa Rita soprattutto come una giornata di intensa preghiera e di rinnovata comunione con il Signore.

Costante è stata la devozione dei Cavalieri Costantiniani verso Santa Rita. Ricordiamo il Pellegrinaggio effettuato il 17 ottobre 2015 dalla Delegazione della Tuscia e Sabina, insieme ad una rappresentanza della Delegazione delle Marche e Romagna, a cui presenziò anche il compianto Presidente del Real Commissione per l’Italia, S.E. il Duca Don Diego de Vargas Machuca. Durante la Solenne Celebrazione Eucaristica, presieduta da S.E.R. Mons. Giovanni D’Ercole, allora Vescovo di Ascoli Piceno, Cappellano Gran Croce di Merito della Sacra Milizia, furono benedetti i mantelli dei nuovi Cavalieri.

Omelia di Don Luigi Fabbri
Chi è Santa Rita? Che cosa ci insegna Santa Rita? Io penso come voi, che affollate così numerosi e attenti la Chiesa della Santissima Trinità, vi interessiate a queste due domande: chi è e che cosa ci insegna Santa Rita? Ebbene la risposta noi l’abbiamo sentita. L’abbiamo sentita nella Parola di Dio che è stata proclamata in questo momento nelle tre Letture: una del Libro dell’Apocalisse (3,14.20-22), una dalla Lettera di San Paolo ai Romani (12,9-19a.20a.21) e una dal Vangelo di San Giovanni (15,1-8). Ma qualcuno penserà: “In queste tre Letture, io non ho sentito il nome di Santa Rita”. Davvero non c’è il nome di Santa Rita in queste tre Letture. L’abbiamo invocata nella preghiera d’inizio. Ma in queste tre Letture non c’è il nome di Santa Rita. E allora? Ecco, io dico che noi troviamo la risposta a queste domande: chi è Santa Rita, cosa ci insegna Santa Rita? Nella Parola di Dio, nella Parola di Gesù, perché i santi, tutti i santi, ci conducono a nostro Signore Gesù Cristo. La devozione ai santi è autentica, è buona, se non si ferma ai santi. Ma i santi sono gli amici, i fratelli maggiori che ci prendono per mano per condurci a Gesù Cristo. Ed è soltanto così che Santa Rita può gradire stasera l’omaggio della nostra devozione e della nostra preghiera.
In realtà, quando guardiamo un momento a quello che ha fatto Santa Rita, per quel poco che ne possiamo sapere, è facile capire che tutto essa ha fatto unicamente per Gesù Cristo e per i suoi fratelli. La sua fu una vita di preghiera, una vita di sacrificio nascosto, fu soprattutto una partecipazione dolorosa e amorosa alla Passione di nostro Signore Gesù Cristo. Quella spina e quella corona di spine con cui noi la vediamo raffigurata, ci richiamano appunto questo fatto, che Gesù volle farla partecipare nel modo più intimo alla sua Passione. Allora noi comprendiamo quelle parole che Gesù ci ha rivolto un momento fa nel Vangelo: “Io sono la vite e voi i tralci” (Gv 15,5). Il tralcio deve rimanere unito alla vite se vuol portare frutto. Il tralcio che viene staccato dalla vite non può essere buono se non ad essere gettato nel fuoco e bruciato. Così noi dobbiamo essere uniti a Gesù come Santa Rita, uniti a Gesù perché lui solo è il nostro Salvatore, lui solo è il nostro Maestro; uniti a Gesù con la Fede, uniti a Gesù come il tralcio che, unito alla vite, vive della medesima linfa che sorge su dalle radici e dal tronco e si comunica a tutti i tralci. Di conseguenza, dobbiamo pregare per essere uniti a Gesù.
San Paolo ci ha avvertiti un momento fa che dobbiamo essere perseveranti nella preghiera. È la preghiera che ci unisce a Gesù. Così la festa di Santa Rita è essenzialmente giornata di preghiera.
La vita di Santa Rita da Cascia
Nell’iconografia Santa Rita da Cascia è raffigurata con una rosa, un crocifisso e una spina sulla fronte.
Negli ultimi quindici anni di vita, Rita ebbe sulla fronte la stigmata di una delle spine di Gesù, completando così nella sua carne i patimenti di Gesù. Il suo desiderio di essere compartecipe ai dolori di Cristo crocifisso fu esaudito: mentre pregava davanti al Crocifisso, dalla corona di spine di Gesù se ne staccò una, che si conficcò nella fronte di Rita, provocandole una ferita che mai si rimarginò. Per questo motivo è chiamata Santa della Spina.
Gravemente malata, prima di morire chiese a sua cugina di portarla dei fichi e una rosa rossa dal giardino della sua casa a Roccaporena. Essendo inverno la richiesta sembrò piuttosto strana ma la donna uscì in giardino e trovo una rosa rossa fiorita nonostante il freddo e due fichi. Per questo motivo è chiamata Santa della Rosa.

La venerazione della Santa cominciò subito dopo la morte, come è attestato dal sarcofago ligneo e dal Codex Miraculorum, documenti che sono entrambi del 1457. Numerosi furono gli avvenimenti prodigiosi avvenuti con l’intercessione di Rita e per tale motivo venne chiamata anche la Santa degli Impossibili. Si dice che ogni qualvolta Rita interceda per un miracolo il suo corpo emani profumo di rosa. Il suo corpo si trova tutt’ora nella Basilica di Cascia, all’interno di una teca di vetro.
La tradizione ci tramanda che Rita da Cascia, portata alla vita religiosa, fu data in sposa ad un uomo violento che, convertito da lei, venne in seguito ucciso per una vendetta. I due figli giurarono di vendicarlo ed ella, non riuscendo a dissuaderli, pregò Dio a farli piuttosto morire. Quando ciò si verificò, Rita si ritirò nel monastero delle Monache Agostiniane di Cascia, dove condusse una santa vita con una particolare spiritualità in cui veniva privilegiata la Passione di Cristo. Durante un’estasi ricevette uno speciale stigma sulla fronte, che le rimase fino alla morte. La sua esistenza di moglie e di madre cristiana, segnata dal dolore e dalle miserie umane, è ancora oggi un esempio di alta santità per il Popolo di Dio.
La rosa, come uno dei simboli più profondamente associati a Santa Rita da Cascia, è espressione dell’amore di Dio, della fiducia nella preghiera e della dolcezza della grazia in mezzo alla sofferenza. La rosa viene offerta a Santa Rita come espressione di Fede, come richiesta di grazia o come ringraziamento per un favore ricevuto. Ogni 22 maggio, giorno della sua festa liturgica, la benedizione delle rose è un momento culminante: le rose, portate dai fedeli, vengono benedette e conservate come segno di protezione e speranza. La rosa rappresenta una Fede incarnata e concreta, un fiore impossibile in un inverno umano, che sboccia grazie alla potenza della Grazia. Santa Rita, rosa di pazienza e speranza, avvocata dell’impossibile, specchio di perdono e riconciliazione, prega e intercedi per noi.
Rita non ci ha lasciato scritti, ma l’esempio vissuto nella quotidianità della sua vita semplice.
Rita figlia (1381–1397)
Il vero nome di Santa Rita da Cascia è Margherita Lotti, figlia di Antonio Lotti e Amata Ferri. La piccola Margherita di Roccaporena, frazione a 5 km da Cascia, sboccia nel 1371, altri ritengono la data del 1381. Le ipotesi sono due: per la nascita 1371 o 1381, per il trapasso (rispettivamente) 1447 o 1457. Le date 1381-1457 sono state riconosciute come ufficiali da Papa Leone XIII quando proclamò Rita Santa. In un clima di fragile calma, Antonio e Amata svolgono la funzione di “pacieri”. I genitori di Rita sono particolarmente stimati e gli statuti del libero comune di Cascia affidano loro l’arduo incarico di pacificare i contendenti o almeno evitare stragi cruenti tra famiglie in conflitto.
Rita moglie e madre (1397-1406)
Come per tante ragazze, anche per la giovane Rita arriva il momento di farsi una famiglia. Il giovane che s’innamora di lei, e che lei ricambia, si chiama Paolo di Ferdinando di Mancino. Non è un giovane violento, come descritto in qualche vita, ma un ghibellino risentito e basta. Rita, quindi, non “ammansisce” affatto Paolo, piuttosto lo aiuta a vivere con una condotta più autenticamente cristiana. Sarà questo il frutto di un amore incondizionato e reciproco illuminato dalla benedizione divina.
Rita vedova (1406-1407)
Paolo di Ferdinando di Mancino viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, dove si era trasferito con Rita e i suoi due figli. La tradizione colloca l’accaduto intorno al 1406. Rita se ne accorge, accorre ma non le resta che cogliere il rantolo finale del marito e affrettarsi a nascondere la camicia insanguinata, perché i figli, vedendola, non finiscano col covare vendetta.

Rita monaca (1407-1457)
Dopo l’assassinio del marito e la tragica morte dei suoi due figli, Rita si rifugia nella preghiera. È in questo momento che deve aver maturato con forza il desiderio di elevare il suo amore ad un altro livello, ad un altro sposo: Cristo. All’età di circa 36 anni, Rita bussa alla porta del Monastero di Santa Maria Maddalena. Superate le mille difficoltà, con l’aiuto della preghiera ai suoi tre protettori Sant’Agostino, San Nicola Da Tolentino e San Giovanni Battista, finalmente corona il suo desiderio.

Rita sale al Cielo (1457)
Nell’inverno precedente la sua scomparsa, gravemente ammalata, Rita trascorre lunghi periodi nella sua cella. Probabilmente la nostalgia per la sua Roccaporena, il ricordo di Paolo e dei figli si fa sentire vivo. Forse Rita, che ha sempre pregato per le loro anime, ora che sente avvicinarsi la fine, avverte una pena in cuore: sapere se il Signore abbia accolto le sue sofferenze e preghiere in espiazione dei peccati dei suoi cari. Chiede un segno all’Amore e il cielo le risponde.

I primi miracoli per intercessione di Rita (1457)
Nel 1457, per iniziativa delle autorità comunali, i primi miracoli per intercessione di Rita cominciano ad essere riportati nel Codex miraculorum (il Codice dei miracoli). Fra questi, troviamo quello cosiddetto maxime, ovvero il più straordinario: il miracolo di un cieco che riebbe la vista. Il corpo di Rita non è mai stato sepolto, proprio per il forte culto nato immediatamente dopo la sua morte. Da subito, infatti, grazie alle sue virtù, cominciano ad arrivare gli ex voto portati dai devoti. Vedendo tanta venerazione, le monache, decidono di riporre il santo corpo in una cassa. È a questo punto che Mastro Cecco Barbari s’incarica di costruire (più probabile: far costruire) la prima bara detta “cassa umile”.

Beatificazione e Canonizzazione (1626-1900)
Se tra i concittadini la venerazione è stata rapida, non altrettanto rapido è il cammino di ascesa agli altari. Il processo di beatificazione ha inizio il 19 ottobre 1626, sotto il pontificato di Urbano VIII, che ben conosce la Santa essendo stato vescovo di Spoleto fino al 1617.
Fra i principali sostenitori della causa di beatificazione, oltre alla famiglia Barberini, c’è il Cardinale Fausto Poli, nativo di Usigni, villaggio del territorio casciano. È lui a interessarsi anche dei luoghi ritiani di Roccaporena, trasformando nel 1630 la casa-domuncola in capella.
Il processo si svolge a Cascia, nella chiesa di San Francesco, con capillarità minuziosa. In seguito al processo casciano, il 2 ottobre 1627, Urbano VIII concede alla diocesi di Spoleto e ai religiosi agostiniani la facoltà di celebrare la messa in onore della beata Rita. Il 4 febbraio 1628 dispone che tale messa possa essere celebrata nelle chiese agostiniane anche dal clero secolare. Con queste iniziative che autorizzavano il culto,si sanciva la beatificazione anche se non nella forma solenne e canonica tradizionale.
Nel 1737 gli Agostiniani e il comune di Cascia intendono premere per la canonizzazione. Per una lunga serie di vicissitudini, il processo canonico viene più volte interrotto e ripreso, fino alla riapertura del 1853 e alla svolta rappresentata dal miracolo ottenuto da Cosma Pellegrini di Conversano del 1887.
Il 25 febbraio 1896, viene finalmente redatto il decreto sulle virtù eroiche. Nel 1899, dopo aver preso in esame i vari miracoli, stimati utili per la canonizzazione, tra questi si approvano: il profumo che si diffonde dal corpo della santa, la guarigione della piccola Elisabetta Bergamini e quella di Cosma Pellegrini, che viene guarito da una malattia incurabile.
Finalmente il 24 maggio 1900, Leone XIII proclama Santa la Margherita di Cascia.
Giovanni Paolo II, nel grande giubileo del 2000, il 20 maggio concede udienza generale a una pellegrina speciale e ai suoi fratelli. Santa Rita da Cascia giunge di nuovo a Roma, volando con la polizia di stato, l’Arcivescovo diocesano Mons. Riccardo Fontana, il Rettore Padre Bolivar Centeno e Padre Giovanni Scanavino, il giorno 19 maggio. È subito scortata presso i suoi confratelli in Sant’Agostino in campo Marzio. L’intera giornata trascorre in preghiera, fino a notte fonda. Il giorno dopo, accompagnata da un tripudio di gente, mentre già i devoti l’attendono in piazza San Pietro, accorsi da ogni parte del mondo, si realizza l’incontro tra il Vicario di Cristo, l’umile Santa di Cascia ed i suoi fratelli; testimoniando al mondo che il messaggio d’amore e di pace deve ancora oggi trionfare. Da quest’incontro, per volontà del Sommo Pontefice, Santa Rita viene di fatto inserita nell’edizione tipica latina del messale romano del 2001.
La Basilica Santa Rita a Cascia





Il corpo di Rita, dal 18 maggio 1947, riposa nella Basilica Santa Rita a Cascia, dentro l’urna d’argento e cristallo realizzata nel 1930. Indagini mediche hanno accertato la presenza di una piaga ossea (osteomielite) sulla fronte, a riprova dell’esistenza della stigmata.
Visione araldica di Santa Rita da Cascia

«Mi fa piacere ricordare l’importanza dei simboli in una raffigurazione, specialmente in quella sacra o storica. Essa è fondamentale perché trasforma l’immagine da semplice ritratto a racconto visivo codificato. I simboli svolgono un ruolo cruciale per diverse ragioni: Identificazione immediata. Sostituiscono il nome: In passato, quando la maggior parte della popolazione era analfabeta, i simboli permettevano di riconoscere all’istante il personaggio raffigurato come ad esempi una chiave per San Pietro o una ruota per Santa Caterina.
Per Santa Rita da Cascia gli attributi iconografici sono legati alla sua straordinaria vita.
La rosa: Il simbolo per eccellenza. Secondo la tradizione, chiese una rosa e dei fichi dal suo orto a Roccaporena in pieno inverno; miracolosamente fiorirono, a simboleggiare l’amore di Dio e la salvezza dell’anima.
La spina sulla fronte: Rappresenta il culmine della sua devozione. Mentre pregava, una spina si staccò dal Crocifisso e si conficcò nella fronte della Santa, rimanendovi per tutta la vita come segno di partecipazione ai dolori di Cristo.
Le api: Richiamano la sua nascita (uno sciame le depose miele sulle labbra senza pungerla) e la sua morte (le api bianche e nere che, secondo la leggenda, apparvero sul suo letto).
L’abito agostiniano: Viene sempre raffigurata come monaca dell’Ordine di Sant’Agostino, con un abito nero e un velo che le copre il capo.
Il Crocifisso: Molto spesso è ritratta mentre lo stringe tra le mani o lo contempla, a testimonianza del suo amore per la Passione. La vite: Meno frequente ma importante, ricorda il miracolo dell’obbedienza: su ordine della badessa, bagnò per mesi un ramo di vite secco che rifiorì miracolosamente» (Enzo Modulo Morosini).

La Supplica a Santa Rita da Cascia
Oh gloriosa Santa Rita, raccolti attorno a te in questo giorno solenne, con cuore lieto e riconoscente, ancora una volta ci affidiamo alla tua preghiera che sappiamo potente presso Dio, Padre onnipotente e misericordioso.
Tu che hai vissuto le diverse condizioni della vita e conosci le preoccupazioni e le ansie del cuore umano, tu che hai saputo amare e perdonare ed essere strumento di riconciliazione e di pace, tu che hai seguito il Signore come il bene prezioso davanti al quale impallidisce ogni altro bene, ottieni per noi il dono della sapienza del cuore che insegna a percorrere la via del Vangelo.
Guarda alle nostre famiglie e ai nostri giovani, a quanti sono segnati dalla malattia, dalla sofferenza e dalla solitudine, ai tuoi fratelli e sorelle agostiniani, ai devoti che a te si affidano con speranza.
Chiedi per tutti la grazia del Signore, la fortezza e la consolazione dello Spirito, la forza nella prova e la coerenza nelle azioni, la perseveranza nella fede e nelle opere buone, perché possiamo testimoniare davanti al mondo, in ogni circostanza, la fecondità dell’amore e il senso autentico della vita, fino a quando, al termine del nostro pellegrinaggio terreno, saremo accolti nella casa del Padre, dove insieme con te canteremo la sua lode per i secoli eterni.
Amen.
Preghiera a Santa Rita da Cascia
Ti saluto, Rita, vaso di amore, donna di pace e modello di ogni virtù, fedele discepola di Gesù.
Santa della famiglia e del perdono, aiutaci a credere che a Dio tutto è possibile e soccorrici sempre in ogni necessità.
Amen.
