La Delegazione Tuscia e Sabina partecipa alle celebrazioni in onore di Maria Santissima Liberatrice in Viterbo

“Evviva la Madonna Santissima Liberatrice!”: il grido corale che ha concluso domenica 25 maggio 2025 nella chiesa della Santissima Trinità-Santuario cittadina di Santa Maria Liberatrice, il trasporto della Sacra Icona della Madre di Dio invocata dal popolo viterbese sotto quel titolo da otto secoli, celeste patrona e protettrice di Viterbo e della Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, i cui membri nell'aderire alla Sacra Milizia si sono impegnati a diffondere la Sua devozione. Si è rinnovato il forte legame che unisce la Città dei Papi alla sua celeste protettrice, iniziando alle ore 17.30 in piazza del Plebiscito con il saluto e il discorso del Priore della Comunità Agostiniana, Padre Vito Logoteto, O.S.A., e l'indirizzo di omaggio alla Madonna Liberatrice del Sindaco di Viterbo, Chiara Frontini. È seguita la tradizionale processione, che partita alle ore 18.00 da piazza del Plebiscito, ha raggiunto il santuario mariano cittadino nel cuore del quartiere San Faustino, al termine di un appuntamento sempre sentito e partecipato che unisce fede, storia e identità cittadina.
Manifesto

Padre Vito Logoteto ha detto: «Maria ha liberato Viterbo e la libera ancora oggi, perciò dopo 700 anni siamo ancora qui a dirle “grazie”. È bello fermarsi e riunirsi insieme come oggi, in questo anno giubilare di grazia e speranza. La Madonna Liberatrice ci accompagni in questi tempi che vogliono toglierci la speranza. A lei affidiamo il Papa Leone, il Vescovo Orazio Francesco, il Sindaco, le Istituzioni tutte, i Viterbesi, a partire dai giovani».

Poi, Chiara Frontini ha ricordato quando Papa Leone XIV come Priore generale degli Agostiniani è venuto a Viterbo in visita al convento della Trinità e ha venerato l’icona della Liberatrice, fortemente auspicando una Sua visita nella Città dei Papi.

L’immagine della Vergine, posta su una macchina impreziosita da un baldacchino settecentesco alto circa due metri, è stata trasportata a spalla dai Portatori di Maria Santissima Liberatrice e dai Facchini di Santa Rosa, simboli della devozione popolare viterbese, che si sono alternati lungo il percorso in segno di fratellanza e comunione di valori. Preceduta dai musicisti e sbandieratori del Pilastro, figuranti in abiti storici, la storica processione ha attraversato le vie del centro storico, accompagnata dai Cavalieri Costantiniani, che hanno prestato scorta d’onore alla Madonna, dalle confraternite, dalle associazioni religiose e civili, e dal corteo storico.

Oltre al Vescovo di Viterbo, Mons. Orazio Francesco Piazza e a diversi sacerdoti, ha partecipato anche Padre Stefan Bobita Vasile, della comunità ortodossa, Presenti alla manifestazione, oltre al Sindaco di Viterbo Chiara Frontini, il Presidente della Provincia Alessandro Romoli, l’Assessore Katia Scardozzi e il Consigliere Ugo Poggi, il Presidente del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa Massimo Mecarini, diverse Autorità civili e militari.

Lungo via Madonna Liberatrice una pioggia di petali di fiori accoglie il passaggio dell’Icona, lanciati da fedeli e residenti affacciati alle finestre e ai bordi della strada. All’ingresso alla chiesa della Santissima Trinità, i portatori hanno abbassato con attenzione il baldacchino per consentirne il passaggio, in un gesto che richiama la cura e l’amore con cui da secoli viene custodita l’effigie della Madonna dagli Agostiniani.

“Chiediamo la grazia della pace e concordia”

Ad accogliere il corteo sacro il Vescovo diocesano che prima di impartire la benedizione alla città, ha tenuto la catechesi, pronunciando delle parole toccanti, invitando tutti a liberarsi dai due mali della contemporaneità: superficialità ed egocentrismo, invitando ad imitare la Vergine nel seguire Gesù, praticando le virtù Cristiane della fede e della carità: «In questo mondo in sofferenza su più fronti, chiediamo alla Madonna la grazia della pace e della concordia. Di un cuore che diventa il centro della nostra vita e da cui parte ogni nostro impegno. Un cuore che sia realmente pieno di speranza, come pieni di speranza sono la chiesa e il convento della Santissima Trinità, custoditi dagli Agostiniani. La Madonna ci liberi dall’io, che non è mai la risposta. La soluzione è sempre il noi, dove c’è anche l’io ma senza superficialità».

Dopo l’Atto di affidamento della Città a Maria Santissima Liberatrice, davanti all’altare della cappella in cui gli Agostiniani curano la devozione mariana, i fedeli hanno intonato l’inno Mira il tuo popolo.

In occasione del Sacro Rito, la rappresentanza della Delegazione della Tuscia e Sabina, guidata dal Delegato, il Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gran Croce de Jure Sanguinis con Placca d’Oro, ha reso omaggio a Mons. Orazio Francesco Piazza, che si è benignato riservare una speciale benedizione a tutta la Sacra Milizia e posare per una foto ricordo nel chiostro rinascimentale degli Agostiniani, unitamente al Priore Provinciale e ai Padri della Comunità Agostiniana.

L’origine della devozione alla Liberatrice in Viterbo

1. Il fatto miracoloso del 1320

Nel mese di maggio del 1320 (sul giorno i cronisti non sono concordi) un avvenimento straordinario terrorizzò gli abitanti di Viterbo e li spinse nella chiesa della Santissima Trinità a far voti per la loro liberazione dinanzi all’immagine della Madonna. Un testimone oculare, Giovan Giacomo Sacchi, così racconta: “Ricordo come a dì 28 maggio 1320 apparsero in Viterbo nell’aere grandissimi segni che derno terrore a tutto il populo con tenebre horribili et figure de demoni, che parea che subissasse il mondo; et apparse miraculo di una figura di Nostra Donna ne la Cappella del Campana in Santo Agustino sopra Faule et per sua gratia fommo liberati”.

Sacchi non entra nei particolari del fatto, a differenza degli altri cronisti del tempo, ma descrive le sensazioni che l’avvenimento ha suscitato in lui e nei suoi concittadini. Ha comunque ricordato il giorno, l’anno, i segni straordinari che terrorizzarono i Viterbesi, le orribili tenebre e le immagini diaboliche, e la liberazione miracolosa per grazia della Vergine che apparve nella cappella, fondata dal Signor Campano, nella chiesa degli Agostiniani. Cosa successe veramente?

Sembra che dal Bullicame siano uscite ceneri e gas che abbiano riempito e oscurato il cielo, e che terremoti continui abbiano scosso la terra.

I Viterbesi ritennero di essere stati liberati per intercessione della Madonna che si venera nella chiesa della Santissima Trinità e per questo poi venne sempre invocata come Liberatrice del popolo viterbese.

Fu un avvenimento così strepitoso che lo scorrere del tempo, la fantasia popolare, l’interpretazione degli artisti e degli scrittori, possono aver abbellito di particolari, ma non possono aver alterato la sostanza del fatto. Tanto più che questo avvenimento, ritenuto miracoloso, coinvolse le autorità ecclesiastiche e civili, e quindi fu istituita una festa per commemorarlo solennemente ogni anno.

2. La grande processione alla chiesa della Santissima Trinità

Lo Statuto delle processioni, riformato nel 1344, descrive in modo splendido come veniva solennizzata la festa e ordinata la processione alla chiesa della Santissima Trinità. Innanzitutto lo statuto ordina che la festa della Madonna sia equiparata, come solennità, alle feste maggiori della città, cioè al Corpus Domini e all’Assunta, e che si celebri il lunedì dopo la solennità di Pentecoste. Otto giorni prima il Podestà e gli Otto del Popolo, al suono di tromba, bandivano per la città la solenne ricorrenza. Intanto per il giorno della festa la città veniva ornata con archi trionfali, con pergolati di rami verdi, con festoni e addobbi vari. Il lunedì mattina, al suono della campana del Comune, si adunavano nella piazza antistante i nobili, i rettori delle Arti e il popolo tutto, e si snodava quindi una lunghissima processione. Lo statuto ne specifica anche l’ordine: precedeva il clero, che usciva dalla chiesa di Sant’Angelo, seguiva subito dopo il Podestà con gli Otto del Popolo, poi il Prefetto con la nobiltà, i giudici, i medici, i notai e i mercanti; seguivano poi le Corporazioni delle Arti e quindi tutto il popolo. Dalla piazza del Comune la processione sfilava verso il Duomo, dove si univano ad essa i Canonici, e si procedeva direttamente alla chiesa della Santissima Trinità.

Nel 1267 il Comune aveva allargato la cerchia muraria conglobando tutto il colle della Trinità. In questo modo rimase conglobata anche la porta Quadriera, detta anche Portella, o Porticella, che era prospiciente la chiesa degli Agostiniani. Orbene, quando la processione sfilava dalla piazza del Comune fino alla chiesa della Santissima Trinità ed arrivava alla Portella, doveva passare sotto una lunga galleria, chiusa e oscurata da ogni parte con rami e verdure, e il tratto di strada era rischiarato solo dai lumi della processione. Questa simpatica trovata, come si leggeva in una tavola posta un tempo nel Santuario, serviva a ricordare le tenebre che avevano avvolta la città, quando avvenne il miracolo. Una volta giunti in chiesa, il Podestà e ciascuno degli Otto offriva due ceri di venti libbre l’uno. Col tempo la Magistratura offrì alla Vergine anche una riproduzione della città in argento dal peso di 14 libbre, che veniva portata ogni anno in processione dagli stessi Magistrati. Ma il ricco ex-voto sparì con molti altri argenti al tempo della invasione napoleonica e della soppressione del convento. Una riproduzione simile della città in argento venne rifatta e posta nella parte più alta dell’altare della Madonna, e da sempre venne ritenuta di grande valore. Negli anni Settanta la si volle tirare giù per portarla in processione come succedeva nel passato. Furono i pompieri che con una lunga scala tolsero la riproduzione dal suo posto, ma si scoprì che era un’opera in legno ricoperta da una leggera foglia d’argento. Ora la medesima immagine è collocata sulla parete sinistra dell’altare.

Nel corso dei secoli la festa perse molto della solennità primitiva e alla processione ad un certo punto incominciarono a mancare le arti e poi il clero. Solo la Magistratura non volle mai mancare al suo voto, e intervenne sempre ufficialmente alla processione per cinque secoli e mezzo, fino al 1870. La processione riprese nel dopoguerra, naturalmente in una forma diversa, ma certamente con il rinnovo dell’antica devozione.

3. L’immagine della Madonna Liberatrice

L’affresco della Madonna con il Bambino, non si sa con precisione in quale anno sia stato eseguito e neppure con assoluta certezza chi ne sia stato l’autore. Possiamo senz’altro supporre che sia stato dipinto qualche decennio prima del fatto miracoloso. Oggi, sulla base degli studi svolti dallo storico Corrado Buzzi negli archivi viterbesi, viene attribuito a Gregorio e Donato, due pittori aretini, operanti tra la fine del secolo XIII e la prima metà del XIV nel territorio della Tuscia. Tuttavia, chiunque ne sia stato l’autore, o gli autori, questa immagine, alla quale è legato il fatto portentoso del 1320, divenne ben presto oggetto di culto e devozione per tutta la Città.

La devozione popolare volle avere il prodigio per sempre davanti agli occhi per conservare nel cuore la dovuta riconoscenza. Fu così che il prodigio venne riprodotto in due grandi affreschi nella chiesa della Trinità. Di ambedue queste pitture si sono conservate le incisioni in rame, fatte eseguire dal Comune nel 1727, quando si demolì l’antica chiesa per innalzare l’attuale. Le ha comunque riprodotte il Bussi nella Storia di Viterbo a pag. 189. È difficile stabilire attraverso le approssimative riproduzioni del Bussi a che periodo possano risalire. Non dovrebbero comunque essere molto posteriori ai fatti che rappresentano.

La Cappella della Madonna divenne ben presto luogo di grande devozione per tutta la città e le sue pareti si arricchirono di numerosi ex voto. Uno tra i più curiosi, e che spicca notevolmente tra quelli appesi nella cappella della Madonna, è una lunga e grossa catena di ferro. Si vuole che a questa catena fossero stati legati venticinque Cristiani prigionieri dei Saraceni. Costoro, avendo saputo dei molti miracoli che si operavano in Viterbo nel Santuario della Madonna Liberatrice, fecero voto che, se fossero stati liberati, sarebbero venuti a Viterbo a portare la lunga catena alla loro Liberatrice.

Accanto all’icona della Vergine, a cura della Delegazione della Tuscia e Sabina, nel 2018 è stato posto un ritratto dell’Infante di Spagna S.A.R. Don Carlos di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Calabria, alla presenza del figlio e successore nel Magistero Costantiniano, S.A.R. Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie e Orléans, giunto nella Città dei Papi per inaugurare nella stessa chiesa della Santissima Trinità la cappella Costantiniana dedicata al Crocifisso.

4. Preghiera a Maria Santissima Liberatrice

Santa Madre di Gesù, dolce Madonna Liberatrice, in Te noi confidiamo e a te ci consacriamo.
Sii presente in ogni casa ad ispirare l’amore fedele degli sposi, il rispetto per la vita, la gioia sana degli affetti familiari.
Guidaci nel cammino della vita Cristiana, conforta gli ammalati e gli anziani, e fa’ che nessuno si senta solo, dimenticato o abbandonato per colpa nostra.
Affidiamo a Te le nostre parrocchie, i sacerdoti, il seminario, le comunità religiose insieme al bisogno e alla speranza di nuove vocazioni per il sacerdozio e la vita consacrata.
A Te affidiamo la nostra Città perché cresca nella concordia, sempre fedele alle tradizioni cristiane.
Proteggila da ogni pericolo e dona a tutti salute, lavoro, serenità o nostra cara Maria Santissima Liberatrice.

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