La Delegazione Tuscia e Sabina partecipa alle celebrazioni in onore di Sant’Antonio di Padova ad Orte e a Viterbo

La Delegazione della Tuscia e Sabina del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio ha partecipato, giovedì 12 giugno 2025 a Viterbo e venerdì 13 giugno 2025 ad Orte Scalo, ai festeggiamenti in onore di Sant’Antonio di Padova, nella ricorrenza della sua memoria liturgica. Su invito dei Frati Minori Conventuali, che da otto secoli officiano la basilica di San Francesco alla Rocca in Viterbo, una rappresentanza della Delegazione, guidata dal Delegato, il Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gran Croce de Jure Sanguinis con Placca d’Oro, ha partecipato il 12 giugno ai Vespri solenni in onore di Sant' Antonio da Padova, la cui artistica statua lignea è esposta alla venerazione di fedeli nel primo altare della navata destra del tempio, presieduti dal Parroco Fra Damian Frunza, O.F.M. Conv. Inoltre, su invito della Diocesi di Civita Castellana, il Delegato ha partecipato venerdì 13 giugno 2025  presso la chiesa di Sant’Antonio ad Orte Scalo alla solenne Celebrazione Eucaristica in onore del patrono della cittadina, presieduta dal Vescovo diocesano, Mons. Marco Salvi, testimoniando l’attualità dei valori Cristiani della comunità cittadina.
Sant'Antonio di Padova

Sant’Antonio di Padova, al secolo Fernando Martins de Bulhões, noto in Portogallo come Antonio da Lisbona, già Canonico Regolare di Sant’Agostino, entrò nell’Ordine dei Minori da poco fondato, per attendere alla diffusione della fede tra le popolazioni dell’Africa, ma esercitò con molto frutto il ministero della predicazione in Italia e in Francia, attirando molti alla vera dottrina. Predicava la Verità senza compromessi, convertiva i peccatori, condannava gli errori e “martellava gli eretici”. Scrisse sermoni imbevuti di dottrina e di finezza di stile e su mandato di San Francesco insegnò la teologia ai suoi confratelli, finché a Padova fece ritorno al Signore. Proclamato santo da Papa Gregorio IX nel 1232 e dichiarato Dottore della Chiesa nel 1946.

  • «Come l’oro è superiore a tutti i metalli, così la scienza sacra è superiore a ogni altra scienza: non sa di lettere chi non conosce le “lettere sacre”» (Sant’Antonio di Padova).
  • «Qui, in Terra, l’occhio dell’anima è l’amore, il solo valido a superare ogni velo. Dove l’intelletto s’arresta, procede l’amore che con il suo calore porta all’unione con Dio» (Sant’Antonio di Padova).

Debitore a Sant’Agostino nel pensiero, Sant’Antonio ha coniugato in modo originale mente e cuore, ricerca della speculazione ed esercizio della virtù, studio e preghiera. Dottore della Chiesa, a Padova viene semplicemente chiamato “il Santo”.

I Vespri a Viterbo

Nella sua omelia, Fra Damian Frunza ha invitato a riscoprire la speranza come dono di Dio, che illumina la vita e sostiene l’impegno quotidiano. «Siamo tutti convenuti in questa basilica per onorare Sant’Antonio, per chiedere una grazia o semplicemente per dire grazie», ha esordito Fra Frunza. Guardando alla figura di Sant’Antonio, ha ripercorso poi le tappe della sua vita, da Lisbona a Coimbra, dal Marocco alla Sicilia, fino a Padova. «La sua testimonianza – ha affermato – ci conferma che siamo nella via giusta: la fede retta, la speranza certa, la carità perfetta». Ha poi concluso con un invito alla preghiera: «Chiediamo a Sant’Antonio che interceda presso il Signore perché le nostre scelte, ogni giorno, abbiano il segno della speranza Cristiana e della carità. Perché solo nell’amore la speranza si fa concreta. La nostra vita, come pellegrinaggio, è chiamata a crescere soprattutto in santità. Che sant’Antonio ci aiuti a percorrere questo itinerario con il germe della vita nuova».

La basilica di San Francesco alla Rocca

La basilica di San Francesco alla Rocca è una chiesa di Viterbo, retta dai Frati Minori Conventuali, elevata al rango di basilica minore nel 1949 da Pio XII, le cui insegne si trovano sopra il portale. All’interno si trovano i sepolcri di due Papi, Clemente IV e Adriano V. Fu costruita a partire dal 1237, su un terreno che Papa Gregorio IX aveva donato ai Francescani, e il preesistente palazzo detto degli Alemanni, risalente al 1208, fu inglobato nel complesso conventuale adiacente alla chiesa. L’edificio fu restaurato nel corso del XVI secolo e ancora nel XVII secolo. Questi rifacimenti portarono ad aggiunte barocche che coprirono gli originali elementi romanici.

Una lapide murata nella facciata informa che la chiesa, semidistrutta dai bombardamenti alleati del 17 gennaio 1944, fu ricostruita dalla Sovrintendenza ai Monumenti del Lazio e riaperta al pubblico nell’aprile del 1953. Gli interventi di ricostruzione hanno portato alla totale rimozione degli elementi barocchi e al ripristino dell’antica struttura romanica.

Di particolare interesse storico è l’annesso convento, oggi sede del distretto militare di Viterbo, che ha visto ospitare, nel corso della sua storia, vari santi, papi ed imperatori; fino all’esproprio del 1873 era sede dell’Università Teologica Francescana.

La facciata presenta un portale romanico con colonne tortili. Sopra ci sono tre finestre monofore ed un oculo. L’originale facciata romanica presentava anche un portico ed era decorata da diversi affreschi. All’angolo destro vi è un pulpito a pianta esagonale, eretto nel 1428 a ricordo della predicazione a Viterbo di San Bernardino da Siena. La chiesa è affiancata da un campanile a vela, con una campana datata al 1259.

La Santa Messa ad Orte Scalo

L’origine del culto di Sant’Antonio di Padova ad Orte Scalo nasce centoquattro anni fa, nella primavera del 1921, quando nel pieno della campagna elettorale che porterà il fascismo al potere, nei pressi della stazione ferroviaria, avviene il grave ferimento del figlio del capostazione Giovannini. Versò per molti in giorni in pericolo di vita ed i genitori disperati si rivolsero a Fra Geremia, allora Parroco amatissimo di Orte Scalo, per ottenerne da Sant’Antonio di Padova la guarigione, esprimendo il voto di donare una statua del Santo all’erigenda chiesa parrocchiale. Il giovane ben presto guarì ed i coniugi Giovannini mantennero il voto offrendo al Parroco la statua che ancora oggi è oggetto di devozione da parte di tutta la cittadinanza. La chiesa venne solennemente consacrata il 12 giugno 1954 e dedicata a Sant’Antonio.

Nella sua omelia, il Vescovo Marco Salvi ha affermato che «Sant’Antonio è un nome di umiltà, di amore per i poveri, di vicinanza agli ultimi, di guarigione, di speranza. Un nome che parla di Vangelo, di una fede operante, della passione per la predicazione dell’amore e della misericordia di Dio per ogni uomo, ed è bello riunirsi, insieme nel suo nome qui ad Orte, nella chiesa a lui dedicata, dove si perpetua la devozione verso di lui diffusa dai Frati. Minori. Amante della divina sapienza contenuta nelle Sacre Scritture e ricercata nello studio della teologia, Antonio viene affascinato dal Vangelo vissuto fino al martirio da cinque frati di Francesco, decapitati in Marocco dove si erano recati a predicare. Sedotto dal Vangelo incarnato fedelmente dal Poverello d’Assisi, il somigliantissimo a Cristo fino a portare nel suo corpo i segni della passione del Signore. Professore di teologia, fu addetto in convento a lavori umili e faceva tutto con amore, senza pensare ad altro perché sapeva che qualsiasi cosa si fa, se fatta con umiltà, fa crescere, edifica, genera vita, rigenera. Per questo amore a Cristo, alla sua persona di Figlio di Dio, Parola eterna fattasi carne per amore di noi uomini, incontrato assiduamente nella Santa Eucaristia e nelle Sacre Scritture lette, studiate, contemplate e assimilate nella mente del cuore, il nostro Santo è diventato “patrono dei poveri e dei sofferenti” e operatore di giustizia. Vivendo allora secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo”. Vivere secondo la verità è vivere nella carità! “La nostra testimonianza sarebbe insopportabilmente povera, sei noi per primi non fossimo contemplatori del volto di Gesù”. Ecco che cos’è stato Sant’Antonio e che cos’è ancora oggi per tanti, per tutti coloro che si avvicinano a lui per chiedere la sua intercessione presso Dio e ricevere una grazia».

Nel ricordare poi la tradizionale distribuzione del pane benedetto al temine della Santa Messa, il Vescovo di Civita Castellano ha esortato a “divenire pane per altri. Per tutti. Per i prediletti dal cuore di Dio Padre: i suoi figli più piccoli e fragili. La vocazione di noi Cristiani è amare Dio con tutte le forze e amarlo, riconoscerlo e servirlo negli uomini e nelle donne, sua immagine. E per questo scegliamo come unico principio di vita il servizio. Amare come ha amato il Signore che ha dato la vita, è morto per noi. Ricordiamolo sempre! Sant’Antonio è grande, perché la sua sapienza e scienza si è incarnata e si incarna nei libri della vita delle persone che lo hanno incontrato e che ancor oggi lo invocano. Chiediamo questa grazia a Sant’Antonio di amare Dio e gli altri come ha fatto lui. Per contribuire a costruire una città capace di uno “sguardo dal basso”, di ripartire sempre dagli ultimi, dagli scarti che produce per l’indifferenza e la brama di potere e di denaro».

Al temine del Sacro Rito, il Delegato Avv. Roberto Saccarello si è intrattenuto con il Vescovo Marco Salvi, illustrandogli le attività caritatevoli e culturali del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nella Tuscia e Sabina.

La chiesa di Sant’Antonio

La chiesa di Sant’Antonio è per tutti il simbolo di Orte Scalo. La sua storia rappresenta uno dei più interessanti esempi di architettura liturgica del Novecento. Edificata con una struttura portante in cemento armato e tamponata con tufo locale, si presenta molto imponente e maestosa sia nella forma che nelle dimensioni. Il complesso ingloba anche la casa canonica ed i locali per l’oratorio sia interni che esterni. L’accesso avviene dalla via principale che conduce alla stazione ed è consentito da una bella scalinata marmorea. Tre bei portali caratterizzano la facciata e fanno da preludio alla divisione interna in tre navate. La facciata principale costituisce un esempio dello stile liberty degli inizi del Novecento, un neo-gotico molto espressivo e vivace con le sue colonnine, paraste, capitelli. Archi acuti e policromie. Internamente lo spazio appare assai dilatato in altezza ma anche in larghezza. Sulle pareti si trova la riproposizione dello stile della facciata con l’intento di rappresentare uno spazio caldo ed accogliente. Notevole è l’abside con il bellissimo organo a canne e la volta a pennacchi con costoloni finemente decorati. La pavimentazione in marmi bianchi alternati a composizioni policrome conferisce prestigio a tutta la costruzione.

Del tipo a torre, il campanile consiste in una struttura muraria mista con tufo e laterizio a pianta quadrata con copertura a cuspide. Le coperture sono capriate in legno di castagno, travi principali e secondarie in legno di castagno, pianelle in cotto, tegole e coppi alla romana. Le fondazioni sono del tipo continuo con setti portanti e pareti di collegamento in tufo. L’impianto strutturale è caratterizzato da strutture portanti verticali costituite da uno scheletro in calcestruzzo armato. Volte ogivali delle navate e dell’abside in conglomerato cementizio alleggerito. Tamponature verticali in blocchi di tufo locale. L’impianto è a tre navate a terminazione absidale poligonale in corrispondenza della navata centrale. Alla sinistra del presbiterio si trova la sagrestia ed il collegamento all’edificio che ospita i locali pastorali e la Canonica al piano primo.

Nel 1966, secondo le disposizioni del Concilio Vaticano II, è stato posizionato un nuovo altare in marmo al centro del presbiterio e posto un ambone sul lato destro, arredi costruiti con i pezzi marmorei della balaustra rimossa per l’occasione. Nel 2006 è stata sostituita la vecchia sede con una nuova in legno e affiancata da due nuove sedute per concelebranti.

Note biografiche di Sant’Antonio di Padova

Fernando Martins de Bulhões nasce a Lisbona in Portogallo in una nobile famiglia nel 1195, si suppone il 15 agosto. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo dei Canonici Regolari di Sant’Agostino. Si prepara al sacerdozio a Coimbra, nel monastero della Santa Croce. Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato sacerdote. Viene indirizzato alla carriera di teologo e filosofo, ma medita una vita religiosa più severa. La svolta avviene nel 1220, quando nella chiesa della Santa Croce giungono le spoglie di cinque frati francescani torturati e decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco. Ottenuto il permesso dal Provinciale francescano di Spagna e dal Priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Frati Minori e sceglie di farsi chiamare Antonio, per imitare il santo anacoreta egiziano.

Matura una forte spinta alla missione e con questo ideale parte alla volta del Marocco. Ma contrae una malattia e, costretto al riposo forzato, non può predicare. Non gli resta che rientrare in Italia. La nave sulla quale è imbarcato naufraga e giunge in Sicilia. Antonio viene curato.

Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva nel 1221 con altri Francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Questo incontro fortifica la scelta della sequela di Cristo nella fraternità e minorità francescana e viene inviato in Romagna, all’eremo di Montepaolo. Qui si dedica soprattutto alla preghiera, alla meditazione, alla penitenza e ai lavori umili. Per circa un anno e mezzo vive nell’eremo di Montepaolo.

Nel settembre 1222 Fra Antonio è invitato a predicare a Forlì: è la rivelazione del suo talento. Dalle sue parole emergono la profonda cultura biblica e la semplicità d’espressione. Racconta L’Assidua, la prima biografia di Sant’Antonio: “La sua lingua, mossa dallo Spirito Santo, prese a ragionare di molti argomenti con ponderatezza, in maniera chiara e concisa”. Da allora Antonio comincia a percorrere il Nord Italia e il Sud della Francia, predicando il Vangelo a genti e Paesi spesso confusi dalle eresie del tempo, senza risparmiare parole di correzione per la decadenza morale di alcuni esponenti della Chiesa.

L’anno dopo a Bologna è maestro di teologia per i frati in formazione; a conferirgli l’incarico è lo stesso Francesco che in una lettera lo autorizza ad insegnare, raccomandandogli di non trascurare la preghiera.

Per i talenti che dimostra di saper mettere a servizio del Regno di Dio, Antonio, all’età di 32 anni, nel 1227 viene nominato provinciale dell’Italia settentrionale. Non si risparmia nelle visite ai numerosi conventi sotto la sua giurisdizione e ne apre di nuovi. Intanto continua a predicare e ad attirare grandi folle, a trascorrere diverse ore nel confessionale e a riservarsi momenti per ritirarsi in solitudine.

Sceglie di risiedere a Padova, nella piccola comunità francescana della chiesa di Santa Maria Mater Domini e, pur sostandovi per brevi periodi, instaura con la città un fortissimo legame, prodigandosi anche per i poveri e contro le ingiustizie. E proprio a Padova sarebbero stati scritti i Sermones, un trattato per formare i confratelli alla predicazione del Vangelo e all’insegnamento dei sacramenti, soprattutto la penitenza e l’eucaristia. La predicazione nella Quaresima del 1231 è considerata il suo testamento spirituale, cui è da includere la sua amorevole dedizione, per ore e ore, alle confessioni. Celebrata la Pasqua, Antonio, già provato da problemi di salute e logorato dalle fatiche, acconsente a ritirarsi per un periodo di convalescenza; poi, con altri confratelli, accoglie l’invito a un periodo di riposo e meditazione in un piccolo romitorio a Camposampiero, a pochi chilometri da Padova. Chiede che gli venga adattato un semplice rifugio sopra un grande albero di noce, per trascorrere le giornate in contemplazione e dialogando con la gente semplice del borgo di campagna, rientrando nell’eremo solo la notte. È qui che avviene la visione di Gesù Bambino.

Il 13 giugno 1231 Fra Antonio è colto da un malore; capisce che la sua ora è vicina e domanda di poter morire a Padova. Viene trasportato su un carro trainato da buoi, ma giunto al convento dell’Arcella, borgo alle porte della Città, spira mormorando: “Vedo il mio Signore”.

Il periodo trentennale (1190-1220), in cui Fernando di Martino de’ Buglioni visse in Portogallo, coincide con il periodo a cavallo tra la fine del XII secolo e la prima parte del XIII secolo. È uno spazio di tempo in cui l’intera Europa vive dei profondi cambiamenti sociali e culturali, storici e religiosi, economici e politici. Basti pensare alla nascita dei Comuni e delle società urbane; alla trasformazione della produzione agricola; allo sviluppo del commercio specialmente via mare; alla nascente borghesia con la costituzione di notai e avvocati, che si aggiungevano alle già presenti classi dei cavalieri, dei nobili e del clero.

In questo periodo, anche l’Istituzione della Chiesa vive profondi cambiamenti di rinnovamento spirituale, culturale e artistico. Ne sono un esempio il richiamo alle origini della fede evangelica; la costruzione di cattedrali di stile gotico, attorno alle quali gravitavano le diverse attività sociali; il fenomeno delle Crociate per la conquista dei luoghi Santi; la coincidenza di grandi Papi, come Innocenzo III e Gregorio IX, sia per la difesa del potere della Chiesa, sia per l’attuazione della grande riforma dalle più profonde fondamenta della Cristianità, come mostrano la nascita di Ordini sia contemplativi, come i Cistercensi, sia apostolici, come i Canonici Regolari di Sant’Agostino, e, in particolare, come gli Ordini Mendicanti dei Domenicani e dei Francescani.

Avanzamento lettura