Podcast 3-42 – La paideia Cristiana In Sant’Agostino – Terza parte
Agostino e la pedagogia Cristiana
Terza parte
Un diacono di Cartagine, Deogratias, scrive ad Agostino per fargli conoscere le difficoltà che incontra nell’iniziare i nuovi convertiti alla conoscenza del messaggio Cristiano. La risposta di Agostino fu un prezioso opuscolo, composto intorno al 400, il De catechizandis rudibus, in cui sviluppa una teoria della catechesi per “principianti” con finissime osservazioni psicologiche e metodologiche.
Le citazioni seguenti sono tratte dall’opuscolo di cui sopra. Nella prima parte Agostino confida alcune sue esperienze e illustra, unitamente al contenuto della catechesi, scandito nella narratio e nella exhortatio, il metodo che giudica migliore; nella seconda propone due schemi di catechesi, un modello lungo e uno breve.
Prima di tutto occorre adeguarsi agli interlocutori e non scoraggiarsi: in primo luogo bisogna sapere bene chi siano i principianti, per adeguare alle loro esigenze il tipo di iniziazione Cristiana. Se numerosi, occorre rivolgere loro una specie di discorso; se pochi, è preferibile una semplice conversazione.
E qual è il loro grado di istruzione?
Se si tratta di gente «il cui spirito è aperto ai grandi problemi» (15,23), è bene parlare brevemente, fuggendo ogni apparenza di ricercatezza, evidenziando la sublime semplicità della Scrittura.
A quelli di media cultura, talvolta tentati di essere pretenziosi, si farà gustare la solidità del messaggio biblico e l’utilità di andar oltre la lettera per afferrare lo spirito di esso (5,9 e 6,10). «Sappiano che debbono preferire i discorsi più veri a quelli più eloquenti, così come è meglio avere amici saggi piuttosto che belli e che per Dio non vi è altra voce che il sentimento del cuore (9,3)».
Il catechista fa bene a preoccuparsi se non riesce a rendere attivamente partecipe l’uditorio, ma sbaglia di grosso se cede allo scoraggiamento. Tre sono i motivi che spiegano un tale stato d’animo.
Il primo è la differenza tra ciò che intuiamo e ciò che riusciamo a dire. Ciò che la mente capta d’un balzo, non esce dalla bocca se non con perifrasi lente e sinuose (2,3) e se «piace istruire in modo originale, dispiace invece discorrere banalmente» (2,4). Intuizione ed espressione si implicano a vicenda, ma non sono coincidenti. È opera di un amore umile il rivestire i propri pensieri della forma adatta a farli comprendere dagli altri. È questo il metodo stesso dell’incarnazione. Fu l’amore che indusse il figlio di Dio ad assumere la carne umana; sarà l’amore che permetterà al maestro di discendere in basso senza umiliarsi, rendendo anzi nello stesso tempo sempre più solida la conoscenza di ciò che è nel profondo.
Una seconda ragione proviene dal fatto che sappiamo da tempo ciò che dobbiamo dire ed «ai fanciulli bisogna adattarsi con amore di fratello, di padre, di madre, perché quando ci saremo stretti al loro cuore, le cose che prima ci sembravano vecchie e noiose sembreranno nuove anche a noi» (12,17). Delle grandi verità non si sa mai abbastanza e si possono cercare sempre più adeguate motivazioni. Insegnare una verità è per il catechista riscoprirla a un più profondo livello.
L’apatia dell’ascoltatore costituisce la terza causa di scoraggiamento. Spesso il tedio dell’uditore dipende dallo scarso entusiasmo di chi gli parla: qui non ardescit non incendit. Ci si deve chiedere: che sappiamo noi di preciso di quello che avviene nell’intimo di colui che esteriormente può pure apparirci distratto? È comunque possibile ravvivare l’interesse, e nei modi più diversi.
Prima di tutto si deve tener conto della stanchezza fisica di chi ascolta in piedi. Perché non invitarli a sedere, come si fa nelle chiese d’oltremare? Come i principianti debbono convincersi che la Fede è una scelta di vita e non una convenzione puramente umana, così il catechista non deve lasciarsi assorbire da altre preoccupazioni al punto da non dare l’importanza che ha l’annuncio delle verità che bisogna credere per esser cristiani. «È necessario fugare con discrezione e delicatezza l’eccessivo timore che impedisce al principiante di esprimere il suo giudizio, facendogli capire che si trova in una società fraterna, aiutandolo a rendersi conto della sua intelligenza, sollecitandolo con opportune domande. Occorre dargli la sicurezza che può parlare liberamente, se gli pare che qualche punto debba esser discusso» (13,18).
Se la bocca dell’ascoltatore si apre non per lodare, ma per sbadigliare, vuol dire che ha bisogno di esser rianimato con battute «condite di onesto buon umore attinenti all’argomento trattato», o raccontando qualche cosa che parli al suo cuore e «soprattutto che riguardi lui personalmente, in modo che, toccato nei propri sentimenti, si faccia più attento» (13,19). Perché la noia non sopraggiunga, «il discorso sia breve, soprattutto quando è una digressione» (ibid.).
Tre virtù debbono caratterizzare in modo eminente l’azione del catechista: l’umiltà, la simpatia che nasce dalla benevolenza, la letizia (hilaritas).
Chi è umile è nella verità e, sapendo che le sue parole non sono mai all’altezza dell’eterna luce del Verbo, non cessa mai di muovere alla ricerca della più grande fedeltà ad essa, non si chiude mai in una pretesa autosufficienza (Confessioni X,36,59). Chi siede in cattedra può anche commettere uno sbaglio, ma conserva la sua autorità se sa serenamente correggersi (De catechizandis rudibus 11,16). Come siamo disposti a rimproverare noi stessi in silenzio, così dobbiamo, quando è necessario, riconoscere i nostri errori in pubblico. Chi può dire di non aver mai pronunciato una parola che avrebbe preferito non aver detto? (Epistole 143,2-3). Chi non reca di continuo un contributo alla critica di se stesso non va molto avanti.
Il secondo connotato dell’educatore è la benevolenza magnanima verso coloro che sono affidati al suo amore. La potenza della simpatia che si radica nella volontà di bene è così grande che suscita una vera comunione di intenti, di sentimenti, di volontà tra docenti e discenti (De catechizandis rudibus 12,17). In virtù di una disposizione d’animo abitualmente desiderosa di rendere il servizio più alto a chi è affidato a noi, occorre saper trovare le vie più idonee per dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno e nei modi più adeguati (15,23). Il bisogno di essere amati è troppo grande nel cuore degli uomini: «un cuore intorpidito si risveglia quando sente di essere amato e uno che ardeva si accende ancora di più quando sente di essere riamato» (4,7). «Nessun invito ad amare è maggiore che farsi avanti amando; è troppo duro il cuore che, non volendo accingersi ad amare, non voglia neppure ricambiare l’amore» (4,7). L’affetto dei discepoli è ricompensa grande per i docenti e tuttavia «di molto più grande amore si infiamma l’inferiore quando si accorge di essere amato dal superiore: là infatti è più gradito l’amore, ove non sgorga dall’arsura della necessità, ma trabocca per benefica abbondanza» (4,7). Il miracolo dell’amore infinito di Dio esige un rapporto assoluto con l’Assoluto, un amore di Dio e del prossimo senza misura, che impegni tutto l’uomo. L’amore cristiano non è un sedativo e non sfuma nel sentimentalismo. È cibo ed è fuoco. «La carità deve avere a fondamento la stessa divina severità» (5,9), precisa Agostino e questo pensiero sarà ripreso e svolto ampiamente da Kierkegaard. Meritatamente celebri sono i passi in cui Agostino esalta il valore della hilaritas nel rapporto educativo e come clima che rende efficace l’azione didattica. La letizia nasce dalla stessa gioia dell’elargire disinteressatamente. «Veramente siamo ascoltati più volentieri quando anche noi godiamo della nostra opera di insegnamento. Vibrando della nostra medesima gioia, allora anche il nostro eloquio riesce più facile e persuasivo» (2,4). Se «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7) le ricchezze materiali, a maggior ragione ama il donatore gioioso di ricchezze spirituali. Agostino aveva scritto stupendamente nelle Confessioni: «nutre veramente l’anima solo ciò che la rallegra» (quippe animus pascitur unde laetatur, XIII,27,42).
Alla domanda «che cosa bisogna insegnare e con quale ordine», Agostino risponde collegando il contenuto della catechesi alle partizioni proprie della scuola di retorica, la narratio e la exhortatio.
Coloro che cercano la Verità cristiana debbono essere tenuti lontani dalle complicazioni, dalle astrattezze, dalle pretese di una prematura sistematicità: la dottrina cristiana deve essere esposta non in forma teorica, ma in concomitanza con i fatti, esemplificata sugli avvenimenti, verificata in essi. Bisogna dare l’idea di insieme del messaggio cristiano sotto forma di una narrazione che sviluppi il tema centrale dell’amore di Dio attraverso i mirabiliora, cioè i punti culminanti e le svolte decisive che costituiscono l’ossatura della storia della salvezza.
«Bisogna abbracciare l’insieme per sommi capi e in genere scegliere le cose più mirabili, che si ascoltano con più diletto e che costituiscono la stessa articolazione del racconto. Così i punti a cui vogliamo dare maggior rilievo risaltano meglio per la omissione delle altre parti» (3,5).
I momenti di maggior valore devono essere messi in luce, ripresi, sviluppati, offerti all’osservazione e all’ammirazione degli ascoltatori, come si fa con un rotolo di pergamena non mostrato in fretta e non rinchiuso subito nella sua custodia (3,5). Il filo conduttore nel quale sono infilate le perle preziose della storia della salvezza è sempre e solo l’annuncio che «Dio è amore». Sta al catechista far sì che l’epopea dell’amore di Dio risplenda e desti l’amore nel cuore degli ascoltatori. L’exhortatio è più direttamente rivolta a suscitare il mutamento di mentalità e di atteggiamento pratico.
Nel momento in cui ci si rapporta a Cristo, nasce per ognuno l’impegno all’imitazione, a seguire Cristo, a divenire suoi discepoli. I pre-catecumeni devono esser sollecitati ad approfondire le verità finali (giudizio e resurrezione), a vivere la speranza cristiana, a superare positivamente la possibilità dello scandalo. Gli scandali possono venire da chiunque, ma soprattutto dai cattivi cristiani. Il convertito deve esser preparato a non porre nessun uomo al posto di Dio, a imitare gli uomini buoni, a sopportare i cattivi, come fa Dio stesso, ad amare tutti. «Tu non sai che cosa sarà domani colui che è cattivo oggi. Non amare certo la sua ingiustizia, ma amalo perché egli apprenda la giustizia» (27,55).
L’autore propone infine due esempi di istruzione-tipo per uomini di media cultura.
Il primo, abbastanza dettagliato, va dalla creazione alla descrizione dello stato attuale della chiesa. Agostino mette in rilievo il valore della libertà, i doveri civici che impegnano la coscienza cristiana (21,37), il senso di appartenenza alla Chiesa.
La catechesi di tipo breve è incentrata sul tema dell’immortalità, sul rapporto tra il primo e il secondo Adamo così come tra l’Antico e il Nuovo Testamento, sulla connessione tra preannuncio e compimento, profezia ed evento.
Indice dei podcast trasmessi.

Foto di copertina: Jan van Schorel, Agostino insegna retorica. S’imbarca per Roma (dettaglio della pala d’altare Ciclo sulla vita di Sant’Agostino), 1520, olio su tavola, Sacrestia della Chiesa di Santo Stefano, Gerusalemme.
L’ambientazione mostra un interno rinascimentale con il santo seduto in cattedra circondato da studenti.
La tavola Ciclo sulla vita di Sant’Agostino del pittore neerlandese è importante nella storia iconografica agostiniana, poiché è un po’ il riassunto di ciò che gli artisti del XV secolo hanno inventato o preferito nelle loro opere. Schorel aveva visto i cicli di San Gimignano e Gubbio, da cui ha tratto una sintesi della vita di Agostino. Al centro di tutte le scene si trova l’ordinazione episcopale del santo.
Jan van Schorel (Schoorl, 1485 – Utrecht, 1562) lavorò a Gerusalemme dove si era recato nel 1520 in pellegrinaggio. Viaggiò a lungo in Germania, dove incontrò Dürer, e in Italia, dove diventò conservatore del Belvedere di Roma e lavorò in Vaticano. L’occasione gli fu offerta da Papa Adriano IV da Utrecht dopo il 1520 quando assunse la prestigiosa carica che era stata di Raffaello. Le opere di questo periodo rivelano influssi veneti, tedeschi e romani: tornato nei Paesi Bassi, rappresentò il primo manierismo, diffuso poi per un’intera generazione. È uno dei principali artefici della svolta epocale che si verificò nell’arte fiammingo-neerlandese durante i primi decenni del XVI secolo. Il tramonto dell’ultima generazione dei grandi maestri della tradizione quattrocentesca lascia spazio a una corrente di forte rinnovamento, basato soprattutto sull’aggiornata interpretazione delle novità artistiche italiane. Alcuni pittori, come Schorel, compiono viaggi di studio a Venezia e a Roma, acquisendo un senso classico, monumentale e sintetico che viene messo a confronto con l’eredità minuziosamente realistica della pittura nordica. La grande città portuale di Antwerpen si avvia a diventare il principale centro culturale dei Paesi Bassi, prendendo il posto di Brugge e Gent. L’incarico a Roma di van Schorel sarà la spinta definitiva verso l’adozione, nell’arte fiammingo-neerlandese, di modelli formali del manierismo italiano.
