Podcast 3-43 – La responsabilità del Cristiano nella storia
Dietrich Bonhoeffer
nel 81°anniversario del martirio
La responsabilità del Cristiano nella storia
Stiamo vivendo un periodo storico che nessun analista avrebbe immaginato fino a relativamente pochi anni fa. La guerra tra Russia ed Ucraina e tra Stati Uniti e Israele e l’Iran, il turpe genocidio delle popolazioni palestinesi, le stragi dei Cristiani in tante parti del Mondo, il ripresentarsi di totalitarismi e l’imperversare di una economia folle e devastante sono eventi che si trovano davanti agli occhi di noi tutti che, pur non direttamente interessati, siamo chiamati tuttavia a prendere, responsabilmente, una posizione sia nel “foro interno” sia in quello “esterno”, ad assumerci la nostra responsabilità se non altro davanti a Dio.
Proprio un’etica della responsabilità caratterizza la vita e l’opera di Dietrich Bonhoeffer, che, insieme a Karl Barth, Henri de Lubac e Joseph Ratzinger, è da annoverarsi tra i teologi più influenti del XX secolo. La visione teologica di questo pensatore poliedrico si presenta aperta, stimolante e dinamica, una “teologia biografica”, poiché è stato un uomo che ha fuso la sua vita e le sue opere, radicandole profondamente nel contesto storico in cui ha vissuto, non ci offre soluzioni, ma piuttosto ci impone la responsabilità di continuare a cercare.
Dietrich Bonhoeffer è un “uomo compiuto” perché ha saputo armonizzare la sua riflessione teologica con la sua esistenza, fornendo una testimonianza di resilienza e fede dal valore perenne. Il tema principale e nodale della sua vita e del suo pensiero è: “Chi è Cristo per me, per noi, oggi?”. A partire da questa domanda, Bonhoeffer ha saputo coniugare diversi elementi tra loro: teologia, ecclesiologia, antropologia, conferendo a questi ambiti una dimensione strettamente esistenziale e civile. E scrive nella sua opera fondamentale Resistenza e Resa: “Tutti sappiamo che Cristo di fatto è stato eliminato dalla nostra vita: gli si costruisce un tempio, ma poi ciascuno rimane a vivere in casa propria; Cristo è diventato affare della chiesa o di un ristretto gruppo di uomini che frequentano la Chiesa, non della vita […]. La religione di Cristo non è lo sfizio di gola dopo un pasto abbondante, è il pane quotidiano o niente o la fame. Questo è il minimo che si dovrebbe capire e ammettere, se ci si chiama Cristiani. […] Gesù spinge a una decisione senza compromessi”.
In queste riflessioni emerge la radicalità e la centralità di Cristo che Bonhoeffer gli attribuisce, criticando con ciò una certa idea distorta di Dio tutt’oggi diffusa. Si tratta dell’idea che Dio venga ridotto a mero “strumento”, un “tappabuchi” di cui l’essere umano si serve a proprio piacimento, in particolar modo quando vive situazioni di difficoltà e sofferenza. Bonhoeffer ritiene che Dio è presente ed operante nella storia e nella vita umana a prescindere e con il suo amore e la sua grazia propone il suo Regno di amore, giustizia e libertà affinché ogni persona interpellata nel profondo dal suo messaggio si decida per la Fede e sperimenti la salvezza.
Una tesi centrale nel pensiero bonhoefferiano è la seguente: l’umanità, giunta a un punto di maturità, autonomia e mondanità, frutto della secolarizzazione e delle conquiste scientifiche e tecnologiche, sembra poter vivere come se Dio non esistesse. Questo “progresso”, però, non è visto da Bonhoeffer come un ostacolo, ma come un’opportunità per riscoprire il valore educativo e salvifico della Fede, separata da una religiosità formale e vuota. L’uomo, secondo Bonhoeffer, può avvicinarsi a Dio attraverso un impegno “incarnato” nella società, volto ad accogliere il Regno di Dio che viene nel “qui ed ora” della storia. L’amore, per il teologo, è il fulcro della Fede. Amare Dio significa amare il prossimo, praticando l’uguaglianza, la giustizia e opponendosi al male e all’oppressione sociale. La lotta di Bonhoeffer contro il nazismo ne è un esempio lampante: egli ha proclamato l’incompatibilità assoluta tra la Fede Cristiana e l’ideologia totalitaria.
Il Cristiano, per Bonhoeffer, deve “riscoprire” la fedeltà alla terra, come suggeriva Nietzsche, per ritrovare la vera patria del cielo. Questo si realizza attraverso un impegno sociale profondo, trasformando gli insegnamenti ricevuti dal modo di vivere di Cristo, più certi delle parole a lui attribuite da altri, in un’etica sociale e politica per costruire, “qui ed ora”, la civiltà dell’amore, una fede in “azione”, dinamica e trasformante.
Non bisogna scandalizzarsi dell’invisibilità di Dio, ma piuttosto riconoscere che spetta ai Cristiani renderlo visibile attraverso le loro azioni. Per Bonhoeffer, Cristo è presente e operante come comunità. La sua cristologia e la sua ecclesiologia sono profondamente interconnesse. Il fulcro della rivelazione divina è Gesù Cristo, che si manifesta in forma sociale nella Chiesa, intesa come una comunità di santi e peccatori che hanno bisogno di ricevere e donare perdono. La Chiesa è animata dalla presenza di Cristo e, di conseguenza, è caratterizzata dall’essere con Cristo per servire l’umanità.
Secondo questo teologo tedesco, la verità della Fede deve essere incarnata nella realtà del mondo. La Fede in Cristo deve essere resa tangibile e percepibile in tutti gli aspetti della vita quotidiana. La fraternità Cristiana, ad esempio, non si limita alla condivisione di esperienze religiose, ma implica il vivere insieme le gioie e le sfide della vita, sostenendosi a vicenda con stima e supporto reciproco. In questo modo, la Fede in Cristo si traduce in azioni concrete che arricchiscono la vita di ogni giorno.
Bonhoeffer incarna il concetto di “resistenza”. Ha combattuto il totalitarismo tedesco per tutta la vita, dimostrando che la Fede può restare viva ed operante anche nelle avversità più atroci. Immerge6rsi nella lettura delle sue opere significa intraprendere un viaggio straordinario alla scoperta di uno dei teologi più importanti del XX secolo. Attraverso la sua vita e i suoi scritti, Bonhoeffer ha lasciato un’eredità teologica e culturale inestimabile. Le sue idee aiutano a comprendere il messaggio Cristiano e a interpretare la complessità del tempo attuale. Può essere utile tornare ad ascoltare questa straordinaria voce del Novecento che ha testimoniato la necessità di assumere la responsabilità nella propria ora storica, con il pensiero e con l’azione (sarà infatti giustiziato dai nazisti per la sua opera di resistenza attiva al regime, nel campo di concentramento di Flossenbürg, il 9 aprile 1945, esattamente 81 anni fa).
La responsabilità è così il centro della sua riflessione, svolta, per così dire, sul campo, non nella sedentaria tranquillità accademica, che oramai, in Europa, il soffio della guerra aveva spazzato via. Il cominciamento essenziale di un’etica Cristiana, chiarisce Bonhoeffer, “non è la realtà del proprio io, non è la realtà del mondo, e neppure la realtà delle norme e dei valori, bensì la realtà di Dio nella sua rivelazione in Gesù Cristo”.
Probabilmente il giovane teologo si era trovato al centro di dibattiti che, allora come oggi contrapponevano gli ideali ai fatti, gli alti valori al sano pragmatismo e così via. Su entrambi i fronti, però, sembra suggerire il nostro Autore, si comincia da un’idea inadeguata di realtà e, ciò che più contava dal suo punto di vista, un’idea sbagliata del rapporto Dio-mondo in chiave Cristiana.
Dal momento che Dio si è incarnato in Gesù Cristo, il mondo non si contrappone a Dio: il mondo ora è in Dio, la realtà e il bene non sono due pianeti da riconciliare. In questo modo Bonhoeffer afferma, contro ogni pragmatismo riduzionista, che realtà non è l’insieme dei fatti empiricamente constatabili e che il bene non è in nessun modo il frutto di un calcolo, un bilanciamento tra entrate e uscite; ma afferma anche, contro ogni idealismo, che l’insieme dei “valori” non si cala nella storia da una dimensione iperuranica, ma è già dentro la storia, come lievito nella pasta.
Il pensiero “delle due sfere” separa, ma non contrappone l’ambito di Dio e l’ambito del mondo. Elimina la tensione che li mantiene assieme, distinti, ma legati, in qualche modo, e finisce col favorire la prevalenza dell’uno sull’altro. Dalla separazione nascono inevitabilmente i conflitti, dato che l’uomo partecipa di entrambe le sfere. L’etica che non risolve in maniera adeguata questo dualismo, secondo Bonhoeffer, è costretta all’interno di uno schematismo che fa violenza alla realtà: le norme, i principi e il dover essere da un lato; la mondanità, i fatti, il frammento, l’istanza della finitezza e della libertà autocentrata, dall’altro: “Se tentiamo di procedere per questa via ci si para dinnanzi come un colosso l’ostacolo costituito da una gran parte del pensiero etico cristiano tradizionale. Fin dagli inizi dell’etica cristiana dopo il periodo neotestamentario, la concezione fondamentale predominante del pensiero etico, che consciamente o inconsciamente tutto determina, è quella dello scontro tra due sfere, una delle quali sarebbe divina, santa, soprannaturale, cristiana, mentre l’altra sarebbe mondana, profana, naturale, non cristiana”.
Stretto tra radicalismo, sempre attento a salvare Cristo da ogni commistione col male del mondo, e compromesso che eleva surrettiziamente i fatti a metro di giudizio, l’uomo è chiamato a realizzare la forma di Cristo nella propria vita, nella decisione personale, mai garantita dall’incarnazione di Dio “che lascia il mondo essere mondo in maniera tale da non dimenticare mai che Dio ha avanzato la propria pretesa su di esso, in quanto l’ha amato, giudicato e riconciliato”. Agire responsabilmente, dunque, significa accettare il rischio della decisione in un agire adeguato alla realtà suddetta. Si deve abitare la tensione che la situazione storica impone, nell’inseparabilità delle sue dimensioni: tensione tra intenzione e conseguenze, libertà e vincolo, obbedienza e autonomia, spontaneità e impegno, abitudine e creatività. La storia è come la tunica di Gesù del racconto della passione: indivisibile, tessuta tutta d’un pezzo. “Poniamo piuttosto l’uomo nella sua responsabilità creata concreta e quindi limitata… Egli (Gesù Cristo) non cerca di realizzare nuovi orizzonti etici…non vuole essere considerato l’unico perfetto a spese degli uomini, non vuol far trionfare sulle rovine di una umanità fallita per la propria colpa una qualche idea di un uomo nuovo. Un amore che lasciasse l’uomo solo nella sua colpa non avrebbe per oggetto l’uomo reale… Quale uomo senza peccato Egli prende su di sé la colpa dei propri fratelli e sotto il peso di questa colpa dimostra di essere “il senza peccato”.
Per chi vuol vivere da responsabile, insomma, la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita dell’altro ed eventualmente della generazione che viene, dopo la mia azione. La riflessione bonhoefferiana è il tentativo, purtroppo solo abbozzato, a causa della scomparsa prematura dell’Autore, di mettere insieme la massima fedeltà alla terra con l’eroica obbedienza all’appello del bene. Un tentativo compiuto nel mezzo di eventi catastrofici, quelli della Seconda Guerra Mondiale, che hanno però fatto comprendere al giovane teologo che “abbiamo imparato un po’ troppo tardi che l’origine dell’azione non è il pensiero, ma la disponibilità alla responsabilità” (lettera del 1944).
Qualunque sia la prospettiva che ciascuno sceglierà di abbracciare rispetto agli eventi drammatici che stanno interessando l’Europa ed il Mondo intero in questo nostro tempo, credo che l’appello alla responsabilità imponga un confronto duro con la storia rifuggendo da sterili richiami ai valori disincarnati così come da un’arrendevole (e cinica) adesione al dato di fatto, spacciata per realismo. Occorre assumersi il rischio della decisione: la realtà, in certi momenti, impedisce la neutralità.
Indice dei podcast trasmessi.

Il “santo evangelico”
Il 9 aprile di 81 anni fa veniva giustiziato Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, tra i più importanti teologi del XX secolo, membro della resistenza tedesca contro il Terzo Reich.
È stato un uomo eccezionale. In lui si univano un’intelligenza straordinaria (basta leggere qualcuna delle sue opere teologiche), una carità eroica, una Fede limpida. Il suo coraggio e la sua testimonianza fino alla morte ne fanno un eroe. Pochi uomini hanno messo in crisi l’agnosticismo come Bonhoeffer.
Era nato nel 1906 in una famiglia borghese e visse in prima persona nella tensione tra Cristianesimo radicale e borghesia prussiana.
Era fermamente convinto che fosse compito della Chiesa intervenire laddove lo Stato violava i diritti degli esseri umani e il suo pensiero sulla Fede e l’azione, la religione e la partecipazione politica e sociale ha rappresentato un capitolo importante per le riflessioni sul credere Cristiano e sulle sue conseguenze.
Sin da subito criticò apertamente i provvedimenti del regime nazista contro gli Ebrei, a partire dal «paragrafo ariano» del 1933. Lo stesso anno, assieme ad altri teologi berlinesi, fondò la Chiesa Confessante, che voleva opporsi all’allineamento della Chiesa Protestante tedesca al nazionalsocialismo. In disaccordo con questa si trasferì prima a Londra e poi negli Stati Uniti ma allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale rientrò in Germania e cominciò a collaborare con i gruppi di resistenza militare attiva contro Hitler della Abwehr.
Fu arrestato il 5 aprile 1943. Ed era ancora nella prigione di Berlino-Tegel quando il 20 luglio 1944 fallì l’attentato contro Hitler e la Gestapo riuscì a trovare documenti incriminanti la sua partecipazione alla resistenza. A febbraio dell’anno seguente fu trasferito nel campo di concentramento di Flossenbürg e qui venne impiccato il 9 aprile 1945.
Il suo corpo fu bruciato e non esiste la tomba di colui che il Vescovo Wolfgang Huber, ex Presidente del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania, definì “santo evangelico”, ma all’interno del campo lo ricorda una targa commemorativa.
Le sfide che i Cristiani in Germania dovettero affrontare tra le due guerre mondiali hanno una relazione molto più stretta con le sfide che i Cristiani in Occidente affrontano oggi di quanto siamo disposti ad ammettere. Questo non significa che affrontiamo le stesse sfide; la storia non si ripete. Ma ciò che abbiamo in comune con i Cristiani in Germania all’inizio del XX secolo è una forma di Fede profondamente plasmata dalla cultura sradicata dal Vangelo in cui viviamo. Il nostro contesto di Fede, come il loro, è in modo allarmante privo di risorse adeguate di resistenza alla potente ondata crescente di apostasia, egocentrica e ossessionata dall’immanenza, che sta ormai inondando quasi tutte le espressioni della nostra Fede.
La spiritualità di Bonhoeffer è profondamente cristologica, fatta di contemplazione, analisi intelligente e informata, compassione per chi soffre e azioni impegnative.
I tempi sono indubbiamente difficili, ma la speranza verso cui Dietrich Bonhoeffer ci indica è un invito all’azione. È un invito ad affrontare le difficoltà del nostro tempo come Cavalieri con i cuori e la Fede verso Gesù, mentre cercano di vivere il Vangelo nel mondo.
