Nel delineato contesto storico e spirituale, S.E.R. Mons. Maurizio Aloise ha condiviso con i rappresentanti dell’Ordine Costantiniana una riflessione sulle sfide pastorali e sociali che interessano la Calabria, regione tuttora segnata da povertà diffuse e da molteplici fragilità. Ha evidenziato l’esigenza di un’azione ecclesiale concreta, radicata nei valori evangelici e attenta alle necessità delle famiglie e delle persone in difficoltà. Ha richiamato la necessità di una presenza ecclesiale viva, coraggiosa e capace di incarnare il Vangelo nelle situazioni quotidiane, affinché la Chiesa possa essere realmente faro di speranza per chi attraversa momenti di smarrimento o sofferenza. Ha sottolineato l’urgenza di un’azione pastorale che sappia unire ascolto, vicinanza e concretezza, promuovendo percorsi di sostegno materiale e spirituale e valorizzando il ruolo delle realtà associative e caritative presenti sul territorio. Ha messo in evidenza l’importanza della collaborazione tra istituzioni civili, organismi ecclesiali e Ordini Cavallereschi come quello Costantiniano, i quali – attraverso la loro opera e il loro servizio – possono contribuire a costruire una rete di solidarietà stabile e duratura, capace di rispondere in modo efficace alle necessità dei più deboli.
L’intervento dell’Arcivescovo di Rossano-Cariati ha così offerto una visione ampia e profondamente umana delle sfide che affronta la comunità calabrese, coniugando realismo, attenzione pastorale e un forte invito all’impegno comune.
Successivamente, S.E. il Marchese Don Pierluigi Sanfelice di Bagnoli ha illustrato la missione dell’Ordine Costantiniano, un impegno plurisecolare che unisce la fedeltà alla tradizione cristiana alla carità Cristiana operativa, pilastro fondamentale dell’agire Costantiniano. Ha ricordato come la Sacra Milizia, fedele alla sua identità storica di difesa della Fede e di servizio alla Chiesa Cattolica Romana, sia oggi chiamato a tradurre tali ideali in un’azione concreta e vicina alle persone, attraverso iniziative di sostegno ai più bisognosi, di promozione della dignità umana e di tutela delle fasce sociali più vulnerabili. Ha sottolineato come i Cavalieri, le Dame, i Postulanti e i volontari dell’Ordine, animati da spirito di servizio e senso di appartenenza, siano impegnati sul territorio calabrese in opere di sostegno materiale e spirituale, dalla distribuzione di beni di prima necessità ai progetti educativi e formativi, dall’assistenza alle famiglie in difficoltà alle collaborazioni con parrocchie e realtà associative. In particolare, ha evidenziato il forte radicamento dell’Ordine nelle aree più fragili della Calabria, dove la presenza Costantiniana si manifesta come un segno concreto di vicinanza, testimonianza e attenzione verso gli ultimi, nel solco dei valori evangelici e secondo le direttive del Gran Maestro, S.A.R. il Principe Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie e Orléans, Duca di Calabria, Conte di Caserta, Capo delle Real Casa delle Due Sicilie.
Le parole del Delegato ad interim per la Calabria hanno riaffermato l’impegno radicata della Sacra Milizia ad operare con discrezione, dedizione e spirito di fraternità, contribuendo a costruire una rete di solidarietà che possa sostenere la comunità e alimentare la speranza.

Al termine del colloquio, S.E. il Marchese Don Pierluigi Sanfelice di Bagnoli ha donato a S.E.R. Mons. Maurizio Aloise il libro L’ordine Costantiniano di San Giorgio. Storia, governo, rapporti con la Repubblica Italiana, procedure autorizzative, decorazioni, porto delle insegne del Cav. Dott. Alessandro Scandola.
Concluso l’incontro, il Delegato ad interim per la Calabria ha dichiarato: «In Mons. Aloise abbiamo trovato un pastore che si prende cura con sensibilità di chi ha più bisogno. La sintonia emersa rappresenta una preziosa base per future collaborazioni al servizio delle nostre comunità».


Una serata di fraternità a Corigliano-Rossano
La sera precedente l’incontro presso l’episcopio a Rossano, la Sezione dell’Alto Ionio Cosentino ha condiviso, alla presenza del Delegato ad interim per la Calabria e del Referente per l’Alto Ionio Cosentino, un momento di fraternità a Corigliano-Rossano. La conviviale serata, con spirito di cordialità, di condivisione e di comunione, ha offerto l’occasione per il confronto sugli impegni futuri.

Foto di copertina: l’Icona Maria Santissima Achiropita, protettrice di Rossano e dell’Arcidiocesi di Rossano-Cariati, cuore pulsante della storia religiosa e civile di Rossano.
L’affresco di epoca bizantina, 140×80 cm, datato tra il secolo VIII e IX, raffigura la Vergine con il Bambino sul braccio sinistro. Presenta il Figlio che regge nella sinistra il rotolo (Vangelo o Legge del Signore) e con le dita par che dica: fate tutto quello che vi dirà. Quindi, prima della fine del XII secolo, la tradizione la conosceva come Odigitria (colei che indica la via) e solo in seguito prese il nome di Achiropita (non dipinta da mano umano).
Nell’epoca da cui previene, un’icona non veniva considerata un’opera d’arte ma un modo diretto e profondo attraverso il quale Dio comunica con gli uomini. Pertanto l’icona non mirava al bello, le sue forme stilizzate e spesso sgraziate non cercavano di conquistare l’ammirazione dei fedeli per la loro estetica ma dovevano affascinare per il messaggio spirituale che riuscivano a comunicare. Nella tradizione orientale l’icona nasceva dalla preghiera, con l’agiografo che si estraniava dalle cose terrene e, purificato dalla grazia e illuminato dallo Spirito Santo, “scriveva” l’icona, non la dipingeva. Era solo il tramite tra il divino e l’immagine. L’artista doveva digiunare, pregare, meditare ed invocare l’ispirazione divina per cercare di riuscire a mostrare alla devozione dei fedeli il volto del Redentore o della Madonna. Achiropita quindi significa dipinta secondo la tradizione ecclesiale e l’ispirazione divina e non secondo la fantasia dell’artista. Insomma il “pittore” non faceva altro che esternare, essere lo strumento di ciò che dall’Alto gli era stato detto di realizzare.
L’affetto profondo che il popolo rossanese nutre verso questa sacra, si esprime anche in una preghiera in dialetto, che si tramanda di generazione in generazione: “Maronna mia e ra Carupita, tu n’aiuti e ni gaviiti;e ni pozzi liberare e guerre, terremoti,peste e fame.Sempre stenni la tua manu e rifènnici a Russanu: speranz’e ra nostra vita.Santa, Mamma e ra Carupita. Maronna mia e ra Carupita e ru celu si’ scorpitae de l’angeli ‘ncurunata: tutti i bisogni nostri ti sianu arriccummannati”. Non è solo un’immagine sacra, ma la Madre di un popolo, rifugio e speranza per Rossano da secoli.
Il 15 agosto 2025, davanti al sagrato della cattedrale, al termine della solenne processione per le vie storiche della città, con la venerata immagine della Madonna Achiropita. l’Arcivescovo Maurizio Aloise ha espresso un Messaggio alla Città, rivolgendosi alle autorità presenti e a tutti i cittadini: «In questo tempo segnato da inquietudini e timori, sento il dovere di essere vicino a tutti voi con una parola che, alla luce del Vangelo, trasfigura le difficoltà in occasione di speranza. La nostra amata città affronta prove complesse, ma il Vangelo ci ripete: “Non abbiate paura”. La fede ci educa a costruire il bene, senza attendere che altri lo facciano per noi».
Mons. Aloise ha fatto appella alla corresponsabilità e all’impegno di tutti – istituzioni, famiglie, scuole, comunità – per una Rossano più giusta, più sicura e più umana, richiamando l’importanza dell’educazione alla legalità, della solidarietà verso i più fragili, e della fiducia in un futuro possibile: «La nostra città non è condannata. La Calabria non è terra senza futuro. Il Vangelo è la nostra profezia di risurrezione. La Fede ci educa a uno sguardo diverso, capace di riconoscere il male senza cedere al pessimismo, capace di costruire il bene senza aspettare che altri lo facciano al nostro posto».
Mons. Aloise ha esortato i cittadini a non arrendersi di fronte al degrado sociale, ma a contribuire attivamente al bene comune: «E proprio perché crediamo, sentiamo la responsabilità di contribuire a una città più giusta, più sicura, più umana, più bella. Questo significa educare alla legalità, alla corresponsabilità, alla verità, al rispetto della dignità di ogni persona. Significa non restare indifferenti davanti al male, alla violenza, alla sopraffazione. Significa avere il coraggio di denunciare e di costruire alternative, con pazienza e determinazione. Non possiamo delegare tutto alle istituzioni. Anche se riconosciamo e sosteniamo con gratitudine l’impegno delle forze dell’ordine, delle autorità giudiziarie, degli amministratori onesti, non basta la repressione del male: serve la costruzione del bene».
