La solenne celebrazione della Santa Messa è stata presieduta alle ore 11.00 da S.E.R. Mons. Ciro Miniero, Arcivescovo metropolita di Taranto dal 22 luglio 2023, dopo aver ricoperto l’incarico di Vescovo di Vallo della Lucania e successivamente di Arcivescovo Coadiutore di Taranto. Ha concelebrato il Parroco di San Pasquale Baylòn, Fra Vincenzo Chirico, OFM.






L’Arcidiocesi di Taranto, erede di un’antica tradizione Cristiana e particolarmente legata alla figura del suo Patrono, San Cataldo, costituisce un riferimento fondamentale per la vita religiosa del territorio ionico.

La rappresentanza della Sezione di Terra d’Otranto, che ha partecipato su invito del Parroco di San Pasquale Baylòn, Fra Vincenzo Chirico, OFM è stata guidata dal Referente, Cap. Vasc. Giuseppe Giacovazzo, Cavaliere di Merito con Placca d’Argento. I Cavalieri Costantiniani hanno assicurato il servizio liturgico durante il Sacro Rito.
La Liturgia della Parola


La Prima Lettura (Sir 50,1.3-7 – Francesco come sole sfolgorante rifulse nel tempio di Dio) è dedicata alla figura del sommo sacerdote Simone e al restauro del Tempio. Il Salmo Responsoriale (Sal 15 – Tu sei, Signore, mia parte di eredità) esprime la fiducia e l’abbandono nel Signore. La Seconda Lettura (Gal 6,14-18 – Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo) è incentrata sul mistero della Croce e della nuova creazione. Nel Vangelo (Mt 11,25-30 – Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli) Gesù rende lode al Padre per aver rivelato ai piccoli i misteri del Regno.
La proclamazione della Parola di Dio e la riflessione omiletica di Mons. Ciro Miniero hanno richiamato il significato profondo della vocazione Cristiana alla fraternità e alla santità. L’insegnamento proposto dall’Arcivescovo ha trovato particolare consonanza con la vocazione costantiniana, che riconosce nella testimonianza Cristiana, nell’esercizio delle virtù e nell’attenzione verso il prossimo i fondamenti dell’identità spirituale e cavalleresca.
L’omelia di Mons. Ciro Miniero

La fraternità come progetto originario di Dio
Nel corso dell’omelia, l’Arcivescovo Ciro Miniero ha offerto una riflessione sul disegno originario di Dio per l’umanità, riconducendo il significato della fraternità Cristiana alle stesse pagine della Genesi. Dio, ha ricordato, non ha creato l’uomo per vivere nell’isolamento, ma lo ha chiamato fin dall’origine alla comunione con i propri simili e con il Creatore. L’espressione biblica «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» manifesta questa vocazione fondamentale alla relazione, che il peccato ha progressivamente compromesso, senza tuttavia interrompere la fedeltà di Dio al proprio progetto di salvezza.
Richiamando la Prima Lettura, tratta dal libro del Siracide, Mons. Miniero ha ricordato l’immagine del Tempio ricostruito e della ritrovata stabilità del popolo d’Israele, quale espressione del ristabilimento della comunione con Dio. Questo disegno, ha spiegato, trova il proprio compimento definitivo nel mistero dell’Incarnazione: il Figlio di Dio, facendosi uomo, assume la nostra umanità e la eleva alla comunione con il Padre.
Particolarmente significativo è stato il richiamo alla preghiera insegnata da Gesù: il Padre nostro. Mons. Miniero ha sottolineato come Cristo non abbia insegnato ai discepoli a rivolgersi a Dio dicendo «Padre mio», ma «Padre nostro», rivelando così che il riconoscimento della paternità divina implica necessariamente quello della fraternità umana. Non è possibile, infatti, riconoscersi figli dello stesso Padre senza riconoscere nell’altro un fratello.
È proprio in questa prospettiva che si colloca la testimonianza di San Francesco d’Assisi. Il Poverello, attraverso la semplicità del cuore e la radicalità della fede, ha compreso che l’uomo non può considerarsi separato dagli altri esseri umani e neppure dalle creature che popolano il mondo. Francesco riconosce ogni realtà del Creato come un dono prezioso e, reciprocamente, l’umanità come parte di un disegno universale di amore e di comunione. Francesco si è riconosciuto fratello di tutti, perché ha compreso che Gesù Cristo è il dono più grande dell’amore del Padre, che ha reso gli uomini figli e fratelli.
La santità vissuta nella carità, nell’umiltà e nella povertà
Proseguendo nella riflessione, Mons. Miniero ha ricordato che credere in Dio non significa soltanto accoglierlo nella propria esistenza, ma riconoscersi in Lui, chiamati a una santità che si realizza concretamente nell’esercizio della carità universale. La santità non può essere vissuta prescindendo dagli altri, neppure quando le relazioni umane sono segnate da difficoltà, incomprensioni o ostilità. Essa costituisce, piuttosto, un continuo cammino di educazione alla fraternità, alla comprensione reciproca e all’attenzione verso il prossimo.
Nella vita di San Francesco d’Assisi questa vocazione si manifesta in modo straordinario attraverso la povertà, l’umiltà e l’obbedienza: virtù che, ha osservato Mons. Miniero, il mondo contemporaneo fatica sempre più a comprendere e a riconoscere. La grandezza del Santo di Assisi risiede proprio nell’aver vissuto queste virtù con assoluta semplicità, senza ricercare riconoscimenti o privilegi, offrendo una testimonianza evangelica accessibile a ogni cristiano.
In tale prospettiva, Mons. Miniero ha richiamato le parole del Vangelo proclamato: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). La semplicità dei piccoli, ai quali il Padre rivela i misteri del Regno, trova nella figura di San Francesco una delle sue espressioni più autentiche.
Mons. Miniero ha quindi ricordato come la santità non sia una vocazione riservata a pochi, ma una chiamata rivolta a tutti i battezzati. La vita dei santi dimostra che la via della perfezione evangelica può essere percorsa nella concretezza dell’esistenza quotidiana, attraverso la grazia dello Spirito Santo e la fedeltà all’amore di Dio. La testimonianza francescana diventa così un invito a non limitarsi ad ammirare la grandezza del Santo, ma a seguirne concretamente l’esempio.
«Essere segni di pace e segni di bene»
Nella parte conclusiva dell’omelia, Mons. Miniero ha ricondotto il significato della santità al mistero dell’Incarnazione e alla promessa di pace annunciata dagli angeli alla nascita del Salvatore. Il progetto originario di Dio, manifestato pienamente nella venuta del Figlio tra gli uomini, trova la propria realizzazione nella comunione, nella fraternità e nella pace. La testimonianza dei santi, e in modo particolare quella di San Francesco d’Assisi, rende visibile questa promessa e dimostra che ogni Cristiano può contribuire alla sua realizzazione.
Mons. Miniero ha quindi concluso la riflessione invitando i fedeli a raccogliere l’eredità spirituale del Poverello d’Assisi e a tradurla nella vita quotidiana, affinché ciascuno possa divenire, a propria volta, «segno di pace, segno di bene». Un’esortazione che, nell’anno dell’VIII Centenario del Transito di San Francesco, assume un significato particolarmente attuale, richiamando ogni cristiano alla responsabilità di testimoniare la pace, la fraternità e la carità evangelica.
Nell’anno giubilare dedicato a San Francesco d’Assisi, l’esempio del Santo continua a richiamare tutti i fedeli, e in particolare quanti hanno assunto uno specifico impegno di testimonianza Cristiana, a vivere la propria vocazione nell’umiltà, nella fraternità e nella carità, per essere autentici strumenti di pace e di bene.
Il Reale Convento e la Chiesa
di San Pasquale Baylòn

La Celebrazione Eucaristica nella ricorrenza della Solennità di San Francesco d’Assisi ha avuto luogo in uno dei luoghi più rappresentativi della spiritualità francescana tarantina: il Reale Convento e la Chiesa di San Pasquale Baylòn, un importante complesso religioso e storico del borgo umbertino di Taranto, la cui storia è strettamente legata alla presenza dei Frati Minori Alcantarini, seguaci della riforma francescana di San Pietro d’Alcantara, oggi affidato all’Ordine dei Frati Minori.
Le origini del complesso risalgono al XVIII secolo, quando, a partire dal 1736, prese forma l’insediamento conventuale grazie anche all’opera di Fra Serafino Carrozzini della Concezione, religioso originario di Soleto. L’iniziativa fu sostenuta da Re Carlo di Borbone, con un decreto del 1747, e dalla Regina Maria Amalia di Sassonia; seguì, nel 1748, il Breve di Papa Benedetto XIV. I lavori del complesso ebbero inizio nel 1747; il convento fu completato nel 1761, mentre la chiesa fu ultimata nel 1794.
La chiesa presenta un impianto a croce latina, con una navata centrale affiancata da due navate laterali, e decorazioni di gusto tardobarocco. Al suo interno si conservano altari e dipinti della scuola napoletana, tra cui la grande tela dell’altare maggiore raffigurante San Pasquale Baylòn in estasi.
Nel corso dei secoli il convento costituì un importante centro di vita religiosa, formazione e cultura. Il convento e la sua comunità sono legati anche alla formazione giovanile e spirituale di Aldo Moro, durante gli anni dei suoi studi a Taranto.
In seguito alle soppressioni ottocentesche degli ordini religiosi, parte dell’antico complesso conventuale fu destinata a nuovi utilizzi, entrando successivamente nel patrimonio monumentale oggi legato al Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
La continuità della presenza francescana fu tuttavia preservata attorno alla chiesa, grazie alla perseveranza dei religiosi che ne custodirono la tradizione spirituale e liturgica.
Particolarmente significativo è il legame del luogo con il compatrono della città, Sant’Egidio Maria di San Giuseppe, religioso francescano alcantarino, nato a Taranto nel 1729 e canonizzato da San Giovanni Paolo II nel 1996, la cui testimonianza di umiltà, semplicità e servizio ai poveri costituisce una delle espressioni più luminose della santità tarantina. Il complesso custodisce le sue reliquie e ospita il Sacello e la Pinacoteca-Museo a lui dedicati.
La presenza francescana nella città bimare si inserisce quindi in una tradizione plurisecolare di vita conventuale, predicazione, assistenza e carità, che ha profondamente segnato la storia religiosa e sociale del territorio.
Oggi il convento continua a essere un centro di spiritualità, cultura e impegno sociale, attraverso iniziative quali il progetto Oikos e le attività del Centro di Giustizia, Pace e Integrità del Creato.
In questo contesto, la celebrazione della Solennità del fondatore dell’Ordine Francescano ha rappresentato un’occasione per rinnovare il legame tra la comunità ecclesiale tarantina e l’eredità spirituale del Santo di Assisi.
