Podcast 3-33 – 11 gennaio 2026 – Meditazione sulle letture della festa del Battesimo di Gesù
Battezzato il Signore, si aprirono i cieli e come una colomba lo Spirito discese su di lui, e la voce del Padre disse: «Questi è il mio Figlio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (Cfr. Mt 3,16-17).
Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (Mc 9,9).
Prima lettura: Is 42,1-4.6-7 – Ecco il mio servo di cui mi compiaccio. Salmo responsoriale: Sal 28 – Il Signore benedirà il suo popolo con la pace. Seconda lettura: At 10,34-38 – Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazaret. Vangelo: Mt 3,13-17 – Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.
Giovanni il Battista e Gesù
Due uomini vicinissimi nel tempo, nello spazio, perfino nell’acqua del Giordano. Eppure, lontanissimi. Lontani nel modo di guardare l’uomo, di pensare il destino, di immaginare Dio.
Giovanni è figlio di un immaginario apocalittico, duro, urgente. Le sue parole bruciano: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione. La scure è posta alla radice degli alberi» (Mt 3,7.10).
Per lui l’uomo è leggibile a partire dal peccato. È segnato, ferito, storto fin dall’origine. E tuttavia Giovanni crede che qualcosa si possa fare: atti giusti, opere degne, una vita raddrizzata potrebbero forse placare Dio, allontanare la falce, sospendere la sentenza di morte.
Gesù di Nazareth, stando ai Vangeli, sembra muoversi in tutt’altra direzione. Non nega il male, ma non lo assume come chiave interpretativa dell’umano. L’uomo, per Gesù, non è sbagliato a prescindere. Il suo Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. E il Regno non è una promessa differita: è una possibilità da incarnare qui, ora, nella carne della storia.
Anche Gesù entra nell’acqua. Entra nella morte simbolica, anticipo di una discesa più radicale. Ma non come gesto espiatorio, né come atto penitenziale. Entra nell’acqua come scelta: scegliere la vita reale, quella feriale, imperfetta, concreta. Convinto che sia solo lì, e non altrove, che l’umano può lentamente ascendere. E lo fa attraverso una sola modalità: l’amore.
Nel suo cammino terreno non troviamo sacrifici offerti a Dio, né pratiche di purificazione, né itinerari di conversione per guadagnarsi il cielo. Troviamo invece corpi toccati, ferite accolte, fame condivisa. Nei testi non si racconta di un Battista che guarisca, che spezzi il pane, che si lasci ferire dal dolore dei poveri. Giovanni è concentrato su Dio, tutto proteso verso la propria salvezza. Ma dimentica un dettaglio decisivo: che “la via più breve verso Dio passa sempre per i fratelli” (Doroteo di Gaza).
Gesù, al contrario, restituisce la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la dignità ai corpi spezzati. Dona pane agli affamati, vita ai morti, vino – cioè gioia, abbondanza, festa – a una tavola di nozze. È solo incarnando uno stile altro, uno stile di vita buona, che il cielo si apre: «si aprirono per lui i cieli».
Il cosiddetto paradiso, allora, non è il premio riservato ai giusti. È una condizione dell’esistere, accessibile qui e ora, per chi si impegna a far spazio al bene. Non un domani da attendere, ma un presente da abitare. E subito appare lo Spirito: forza creatrice, generativa, la stessa che aleggiava sulle acque all’inizio, come racconta la Genesi. Dove c’è amore, qualcosa ricomincia. Avviene una vera e propria ri-creazione. Il passato non è più una condanna, e l’umano può finalmente compiersi.
Lasciamo allora Giovanni il Battista – e tutti i predicatori di tristezza – nel luogo che più gli appartiene, il deserto. E immergiamoci nella vita. Perché è lì, solo lì, che la creazione continua a nascere. Ogni volta, come se fosse la prima.

Foto di copertina: Domenico Ghirlandaio, Battesimo di Cristo, tra il 1486 e il 1490, affresco, cappella Tornabuoni, chiesa di Santa Maria Novella, Firenze.
La scena del battesimo segue uno schema tradizionale: ad esempio, l’uomo nudo ricorda quello della Cappella Brancacci di Masaccio, mentre il Cristo è simile alla tavola di Verrocchio e Leonardo degli Uffizi.
Notevole è la figura dell’uomo inginocchiato sulla destra, che si toglie le scarpe mentre osserva con curiosità la scena, mentre nella parte superiore, in uno stile quasi tardo gotico, si ritrova la rappresentazione tradizionale con Dio che impartisce la sua benedizione tra gli angeli.
Il grazioso paesaggio sullo sfondo è diviso da uno sperone che crea una cornice attorno alla figura di Cristo.
Le due coppie di figure ai lati, anch’esse dipinte in modo frettoloso, furono eseguite dalla bottega del Ghirlandaio su suo disegno.
