Podcast 4-2 – 14 settembre 2026 – Meditazione sulle letture della festa dell’Esaltazione della Santa Croce
O Padre, che hai voluto salvare gli uomini con la croce del tuo Figlio unigenito, concedi a noi, che abbiamo conosciuto in terra il suo mistero, di ottenere in cielo i frutti della sua redenzione.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua croce hai redento il mondo.
La vittoria della croce gloriosa – Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, nel legno della croce tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché da dove sorgeva la morte di là risorgesse la vita, e chi dall’albero dell’Eden traeva la vittoria, dall’albero della croce venisse sconfitto, per Cristo Signore nostro. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore; a te inneggiano i cieli dei cieli e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode.
Prima Lettura: Nm 21,4-9 – Chiunque sarà stato morso e guarderà il serpente, resterà in vita. Salmo Responsoriale: Sal 77 – Non dimenticate le opere del Signore! Seconda Lettura: Fil 2,6-11 – Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò. Vangelo: Gv 3,13-17 – Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.
Il Martirologio Romano ricorda il 14 settembre la «Festa della esaltazione della Santa Croce, che, il giorno dopo la dedicazione della basilica della Risurrezione eretta sul sepolcro di Cristo, viene esaltata e onorata come trofeo della sua vittoria pasquale e segno che apparirà in cielo ad annunciare a tutti la seconda venuta del Signore».
La festa dell’Esaltazione della Santa Croce costituisce, insieme alla Festa di San Giorgio Martire, uno degli eventi religiosi più importanti e sentiti del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.
«Non ci sia per noi altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati» (Cfr. Gal 6,14).
Al centro dell’evangelizzazione apostolica vi è Cristo crocifisso. Accogliere questo annuncio significa, per il Cristiano, seguire il Signore e portare quotidianamente la propria croce. La sofferenza, vissuta nell’unione con Cristo e non ricercata per se stessa, può essere trasfigurata dalla speranza cristiana e diventare partecipazione al mistero della sua morte e Risurrezione.
Accostarsi alla Santa Croce significa, dunque, trovare conforto, pace e nuova forza per la vita quotidiana. Attraverso la follia della Croce, lo scandalo della sofferenza può diventare sapienza, e la ferita provocata dal peccato e dall’ingratitudine dell’uomo può divenire, nel sacrificio redentore di Cristo, sorgente di una sovrabbondanza d’amore e principio di una nuova creazione nella gloria.
È questo il significato profondo di una festa che la Sacra Milizia Costantiniana sente in modo particolarissimo come propria. La Glorificazione della Croce costituisce, infatti, una delle finalità fondamentali del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, insieme alla Propaganda della Fede e alla Difesa di Santa Romana Chiesa.
Meditazione
sulla festa dell’Esaltazione della Santa Croce
«Di null’altro mai ci glorieremo se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione. Per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati» (Cfr. Gal 6, 14). Noi come comunità dei Christifideles facciamo nostre queste parole di Paolo, nell’Antifona di ingresso della festa dell’Esaltazione della Santa Croce.
Per i Cristiani la Croce del Signore non è una tragedia, ma una fonte di salvezza. A chi li accusa di venerare uno strumento di morte possono sempre rispondere che gli innamorati guardano con un affetto speciale i luoghi e gli oggetti legati alla persona amata perché, per loro, essi conservano per sempre un valore unico e irripetibile.
La Croce è il luogo dove Gesù è venuto a cercare con grande misericordia l’umanità smarrita. Proprio lì il figlio di Dio divenne solidale con tutti gli uomini, specialmente con quelli che soffrono e con quelli che apparentemente hanno perduto ogni speranza. La Croce ci parla di questa relazione particolare che Cristo ha con ogni persona che si apre alla sua consolazione e alla sua misericordia.
Il libro dei Numeri ci narra che il popolo ebraico, mentre peregrinava nel deserto verso la Terra Promessa, fu, per disposizione di Dio, aggredito da serpenti mortiferi. Alla preghiera di Mosè Dio rispose ordinando di innalzare un serpente di bronzo su un’asta, chi fosse stato morso, solo guardando il serpente sarebbe stato sanato. Gesù stesso ricorda a Nicodemo il passo di Nm 21,4-9 e ne rivela il senso profetico in una similitudine con se stesso, tra le più esplicite comparsa nei Vangeli: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15).
Nel dirigere il nostro sguardo alla Croce, possiamo ricordare tutto quello che Cristo ha fatto per noi, cominciando dal sacrificio che ci ha permesso di recuperare la vita. Comprendere il significato autentico della Croce non è semplice e non è privo di effettive responsabilità e scelte di azione e di vita, perché noi tutti siamo chiamati a scoprire nella Croce una richiesta ineludibile di identificazione con Cristo; vale a dire, a non vedere nel legno semplicemente il ricordo di una vicenda del passato, ma un invito a scoprire che si tratta di un fatto attuale, presente nella nostra stessa vita.
Non è solo annuncio di dolore, ma per i Cristiani è un invito a essere generosi, a unirci a Gesù che ci aspetta per concederci la stessa capacità di vivere sempre con amore, senza dare spazio alle conseguenze del peccato. Sulla Croce il Signore restaura la natura ferita dell’uomo: davanti alla più grande ingiustizia, Gesù non permette che nel suo cuore umano nascano il risentimento, la disobbedienza, l’odio.
Caricarsi della Croce non consiste solamente nel «sopportare con pazienza le tribolazioni quotidiane, ma nel portare con fede e responsabilità quella parte di fatica, quella parte di sofferenza che la lotta contro il male comporta. […] Così l’impegno di “prendere la croce” diventa partecipazione con Cristo alla salvezza del mondo» (Papa Francesco – Angelus, 30 agosto 2020). «Per un cristiano esaltare la Croce vuol dire entrare in comunione con la totalità dell’amore incondizionato di Dio per l’uomo» (Papa Benedetto XVI – Discorso, 14 settembre 2012).
Abbracciare la Croce è un atto di Fede per il quale vogliamo vivere soltanto dell’amore che ci offre Cristo. Negli scritti del nostro Santo legislatore, Basilio il Grande, come nelle catechesi e nella celebre Divina Liturgia che porta il suo nome, la croce è l’altare sul quale si compie il sacrificio redentore di Cristo per l’umanità. Ecco perché Giovanni Crisostomo ci ricorda che la Croce accompagna la vita Cristiana, e questo è fonte di felicità: «Nessuno, dunque, si vergogni dei simboli sacri della nostra salvezza, della somma di tutti i beni, di quello al quale dobbiamo la vita e l’esistenza» (Giovanni Crisostomo -Commento al Vangelo di Matteo, Omelia 54, 4-5).
Il Signore continua ad attrarre dalla Croce una folla di uomini e donne proprio come aveva profetizzato: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). È facile immaginare la passione e la convinzione con la quale Gesù aveva pronunciato queste parole, mentre si avvicinava il momento nel quale avrebbe dato la vita. Per lui la Croce è il momento della vittoria definitiva, la via per conquistare i cuori che tanto ama. È il trono dal quale egli regna e che è il simbolo della «vittoria dell’amore sull’odio, del perdono sulla vendetta, del servizio sul dominio, dell’umiltà sull’orgoglio, dell’unità sulla divisione» (Benedetto XVI, Discorso, 14-IX-2012). Se non ci fosse il cristianesimo nel vocabolario dell’umanità verrebbe a mancare una parola decisiva.
Si potrebbero fare discorsi sublimi di sapienza, di erudizione filosofica, umanistica, ma mancherebbe la parola decisiva alla grammatica dell’uomo: la «parola della Croce» come dice San Paolo ai Corinzi (1Cor 1,18). La croce è una parola necessaria perché ci sia rivelato il Dio vero. È molto facile sbagliarsi nella rappresentazione di Dio. Il peccato di idolatria più radicale e pericoloso è falsare l’immagine di Dio che non è il Dio vivente, ma un idolo costruito dalle paure dell’uomo, dal suo senso di colpa, dalla sua sete di farsi giustizia e vendetta quando è offeso. È farsi Dio a nostra immagine e somiglianza. Proiettando su Dio il nostro animo malato, ha potuto passare un immaginario religioso avvelenato che al posto di avvicinare a Dio tiene lontani da lui: «Guai a voi ipocriti che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente, non entrate voi, e non lasciate entrare quelli che vogliono farlo» (Mt 23,13).
L’immagine distorta più frequente è quella di un Dio offeso e risentito che punisce l’uomo peccatore che si è ribellato a Lui. E gode nel far pagare il debito – che l’umanità non poteva estinguere – a un uomo innocente e santo quale è stato Gesù. La Maestà Divina è soddisfatta e ricompensata nel suo onore dalle sofferenze patite da Gesù sulla Croce, il mediatore tra Dio e l’uomo. Questa interpretazione pone un dissidio interno alla vita stessa di Dio. Sconfessa le parole di Gesù riguardo al suo rapporto con Dio Padre: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco» (Gv 14,31).
E contraddice anche il motivo per cui Dio ha inviato il Figlio nel mondo: «Ha tanto amato il mondo da donare il Figlio unigenito perché chiunque crede non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Non la condanna dei peccatori, ma la loro salvezza: questo è l’obiettivo che Dio persegue sulla Croce. Si tratta, allora, di custodire inalterata l’eredità preziosissima della redenzione.
Come ricorda Padre Ermes Ronchi nella sua meditazione per la festa dell’Esaltazione della Santa Croce (La croce, punto di congiunzione tra Dio e il mondo – Avvenire, 10 settembre 2008, «l’unica parola che il cristiano ha da consegnare al mondo è la parola della Croce». Dio è entrato nella tragedia dell’uomo perché l’uomo non vada perduto, attraverso il mezzo «scandalosamente povero e debole della croce». Ronchi conclude richiamando una frase tradizionalmente attribuita al teologo Karl Rahner: «Per sapere chi sia Dio devo inginocchiarmi ai piedi della croce».
Gesù dice a Nicodemo che «nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo». Tra i due termini, cielo e terra, Dio e uomo, che tutto dice lontanissimi, incomunicabili, estranei, le parole del Vangelo indicano il punto di incontro: Gesù è il disceso ed è innalzato, al tempo stesso Figlio dell’uomo e Figlio del Padre. Cristo si è abbassato, scrive Paolo, fino alla morte di croce. Si è spogliato del suo potere divino, svuotando sé stesso, facendosi obbediente, fino alla morte e alla morte di croce. Ha servito la missione per cui il Padre lo ha mandato. «Per questo Dio lo ha esaltato», costituendolo Signore del cielo e della terra. Gesù muore da figlio dell’Uomo, non potendo morire da Dio. A esaltarlo ci ha pensato il Padre. L’evangelista Giovanni parla di Cristo innalzato sulla croce.
L’ora dell’innalzamento sulla croce coincide con la massima manifestazione della gloria di Dio. Il potere, lo splendore, la verità di Dio si sono mostrati nella massima spoliazione della croce. La croce ha una sua fecondità paradossale, ha un potere attrattivo (Cfr. Gv 12,32). Quale attrazione può esercitare una croce? Nella cultura del tempo era lo strumento di ignominia riservato ai delinquenti peggiori, agli schiavi, che avevano perso nome e dignità, reietti dagli uomini e maledetti da Dio. Come può attirare il corpo nudo e il volto sfigurato del servo sofferente che non ha bellezza né apparenza, uomo dei dolori che ben conosce il partire? Eppure Gesù ha detto parole sicure: attirerò tutti a me. Sulla croce l’eccesso del male combacia con la dismisura dell’amore, l’assurdità e il potere della violenza coincide con la gratuità e la potenza del dono fino all’ultima goccia di sangue.
«Qual è questa passione che egli ha patito per noi? È la passione dell’amore» (Caritatis est passio), scriveva Origene, intravedendo, sulla soglia del mistero, una follia di amore che è come una contrazione del massimo di amore in un grido di sofferenza che nulla toglie alle perfezioni divine, anzi le esalta. È il massimo dell’estasi del divino, della capacità di Dio di uscire da sé stesso per diventare una cosa sola con la creatura che ama, assumendo il patire dell’uomo nel suo compatire misericordioso. Nello stesso passo Origene arriva ad affermare che il Padre, quando ha misericordia e compassione, «patisce qualcosa dell’amore» (patitur aliquid caritatis). Ed è ancora Origene a descrivere Dio con la suggestiva immagine dell’«abisso di paternità». Ne percepiamo la vertigine dall’alto della Croce.
La croce è il simbolo del potere trasformante di Dio: da strumento di vergogna a simbolo di esaltazione e trofeo della vittoria gloriosa di Cristo. I Cristiani delle origini hanno prodotto una quantità notevole di simboli, eppure cercavano di evitare la rappresentazione della croce. Anche sul glorioso Labaro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio campeggia un simbolo certamente Cristiano come il Chrismon o Chi-Rho, ma non una croce perché i tempi non erano ancora maturi.
Successivamente essa fece la sua comparsa nell’arte, dapprima per esprime gli elementi gloriosi della vittoria, della maestà regale del Cristo trafitto, come “arbor vitae”, poi accentuandone l’aspetto “doloristico”. Bisogna unire i due approcci (che nell’arte esprimono due sensibilità teologiche e spirituali) e riscoprire la venerazione della Croce gloriosa.
Purtroppo, l’aver dissociato i due aspetti di sofferenza e di gloria, il lato umano e quello divino della Croce, la morte dalla risurrezione, ha fatto un cattivo servizio alla Fede e alla proposta Cristiana. Anche Paolo dice che in tutte le prove della vita noi siamo più che vincitori (Cfr. Rm 8,37). Il Signore ci aiuti ad affrontare le prove con l’animo del vincitore, non secondo criteri mondani, ma pasquali.
Portiamo anche noi Cavalieri e Dame Costantiniani il segno della croce di Gesù, con fierezza spirituale. Come recita l’antico inno bizantino, «la croce vivificante è porta del Paradiso, sostegno dei fedeli, baluardo della Chiesa, arma invincibile, nemica dei demoni, gloria dei martiri, vero ornamento dei santi, porto di salvezza che offre al mondo copiosa misericordia… Salve, guida dei ciechi, medico degli infermi, risurrezione dei morti, Tu che sollevi noi, caduti nella corruzione, Croce veneranda! Per la quale è stata abolita la maledizione, l’uomo è rifiorito all’incorruttibilità, noi figli della terra siamo stati divinizzati ed il diavolo e stato definitivamente rovesciato. Oggi esaltiamo Colui che su di Te fu esaltato e ti adoriamo attingendo copiosamente alla grande misericordia” (dai Vespri della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce nel Rito bizantino).
Ciascuno di noi è invitato ad accogliere questa verità con tutto l’amore, con tutta la speranza, con tutta la Fede, altrimenti non ha senso nessuna vittoria esteriore, nessuna “civiltà cristiana”. Viceversa, quale che sia l’oscurità in cui è avvolto l’uomo, per quanto il male trionfi nel mondo, il cuore sa, il cuore ode le parole «abbiate coraggio: Io ho vinto il mondo»; il cuore sa, il cuore ode, il cuore vive unicamente di questa vittoria.
Indice dei podcast trasmessi.

L’opera non raffigura uno specifico episodio storico legato al ritrovamento o alla restituzione della Vera Croce, ma propone una complessa rappresentazione allegorica della Croce come strumento universale della Redenzione.
Il sacro legno, scuro e circondato da raggi dorati, domina la composizione e congiunge simbolicamente la terra al cielo. In alto appare la Santissima Trinità, mentre gli angeli mostrano diversi strumenti della Passione di Cristo. Sopra la Croce, il pellicano che si ferisce il petto per nutrire i piccoli con il proprio sangue richiama il sacrificio del Salvatore e il mistero dell’Eucaristia. Ai piedi del legno, il teschio e le ossa alludono ad Adamo e alla tradizione secondo la quale il Calvario sarebbe sorto nel luogo della sua sepoltura: Cristo, nuovo Adamo, redime con il proprio sangue il peccato dell’umanità. Le corone e gli altri segni del potere deposti a terra esprimono la sottomissione di ogni autorità alla signoria salvifica della Croce.
Tra le figure raccolte in adorazione si riconoscono anche esponenti della spiritualità francescana, probabilmente San Bonaventura e Sant’Antonio di Padova.
Nel trattamento allungato ed elegante delle figure permane il gusto manierista, mentre la ricchezza delle dorature annuncia uno dei caratteri più riconoscibili della pittura cusqueña dell’età vicereale.
La preghiera alla Santa Croce
che ha accolto Dio
La Croce del Signore nostro Gesù Cristo sia l’unico vanto del Cristiano (Cfr. Gal 6,14).
In Cristo, la Croce è divenuta strumento di vittoria. Il vero Signore della nostra terra è Cristo. Egli ci esorta a pregare sempre, senza stancarci (Cfr. Lc 18,1). L’Apostolo ammonisce: «Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» (1Pt 5,8-9).
Seguendo l’esempio del Salmo, nel quale è scritto «Sette volte al giorno io ti lodo, per i tuoi giusti giudizi» (Sal 119 [118],164), ci raccogliamo in preghiera.
Benedetto sia il Signore nostro Gesù Cristo.
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di noi peccatori.
Dio, santo e potente, santo e immortale, che sei stato crocifisso per noi, abbi pietà di noi.
Gloriosa e benedetta, sempre beata Vergine Maria, Madre di Dio, presenta le nostre suppliche al Figlio tuo e nostro Dio, affinché ci liberi dalla tentazione e da ogni nostro pericolo.
Per mezzo della Santa Croce supplichiamo il Signore, affinché mediante essa ci liberi dai peccati e ci doni la vita con la grazia della sua misericordia. Signore Dio nostro onnipotente, donaci la vita e abbi pietà di noi.
Confidando nella Santa Croce, supplichiamo il Signore affinché ci liberi dai peccati e, con la sua misericordia, ci doni la vita e ci faccia vivere. Signore Dio nostro onnipotente, donaci la vita e abbi pietà di noi.
La tua Croce sia per noi rifugio, Signore Gesù. Quando apparirai nella gloria del Padre, tra nubi luminose, noi che speriamo in te non saremo confusi, ma, per la tua grande potenza, gioiremo alla tua destra, come figli della luce e figli del giorno.
Preghiera alla Santa Croce che ha accolto Dio
Mediatrice della nostra salvezza, pegno della speranza del mondo intero, luce radiosa dell’universo, sole dell’amore, rifugio della speranza, santo e tremendo segno della benevolenza di Dio verso di noi, spada pervasa dalla potenza divina che abbatte il nostro avversario, sigillo dei nostri sensi, saldo rifugio della nostra speranza: la tua potenza divina, che mantiene salde le fondamenta del mondo, tenga le nostre anime e i nostro corpi lontani dall’ira, dalla concupiscenza, dall’odio e da tutte le prove e tentazioni spirituali e corporali, e ci custodisca con la tua tremenda potenza nei secoli dei secoli. Amen.

Foto di copertina: la stauroteca in bronzo dorato contenente la reliquia della Santa Croce, custodita nella Basilica Magistrale di Santa Croce al Flaminio in Roma, durante la Processione per la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce del 15 settembre 2024.
